Parigi — Andrea Abodi, ministro per lo Sport e i Giovani, giovedì era alla North Paris Arena, a due passi dal ring. Ha visto «tramortito» quello che è accaduto. Poi è stato «con Angela Carini per ore, aveva bisogno di parlare e io di ascoltare». In queste ore è nel mezzo del fiume in tempesta.
Ministro, l’Italia non sta facendo una bella figura.
«Non è vero. L’Italia ha sollevato un tema che, come spesso avviene nel mondo dello sport, è complesso. Perché c’è la competizione, la scienza, l’etica».
Ministro perdoni, ma partiamo dal principio. Imane Khelif non è una transessuale. È una donna, non ha mai cambiato sesso.
«Certo, la pugile algerina è una donna. Lo dice il suo passaporto. Non esiste traccia di alcun cambio di sesso».
Alcuni suoi colleghi di governo, primo tra tutti il vice premier Matteo Salvini, hanno invece detto che è una transessuale. Parlano di Imane declinandola al maschile. È molto grave, non crede? L’Italia sta facendo una figuraccia internazionale.
«L’Italia ha una sua articolazione di pensiero che non può essere ridotta a singoli ministri. Ognuno esprime la propria opinione e poi ciascuno si fa un’idea. Ma non sono d’accordo sul ruolo dell’Italia: la presidente Giorgia Meloni nel suo incontro con il presidente del Cio, Bach, ha posto una questione complessa: l’inclusione, l’equa competizione e la salute degli atleti devono convivere. Come? Perdonatemi, ma non si può affrontare questo tema con il tifo da stadio. Va analizzato una volta per tutte in maniera seria, prima di tutto nel rispetto degli atleti e delle atlete».
Imane non doveva combattere?
«Più corretto affrontare il tema in via generale: che fare quando in uno sport esiste una differenza fisica e fisiologica tra gli atleti che competono tra di loro? Il Cio ha scelto la strada inclusiva dell’attestazione burocratica. Guardiamo i documenti e stop. Quindi: le donne, anche iperandrogine, dunque con una forza straordinaria, partecipano sempre alle gare con le altre donne. Credo invece ci sia bisogno di un ragionamento scientifico più allargato che tenga conto della situazione fisica dell’atleta ma che rispetti anche l’avversaria. Provo a dirlo più semplicemente: c’è una differenza sostanziale tra le discipline. Una cosa è un secondo, un metro, un rimbalzo di differenza. Un’altra quando parliamo di sport in cui c’è lo scontro fisico diretto e dove, oltre alla vittoria, è in gioco la salute degli atleti».
Il tema della “differenza fisica” però è largo: non facciamo giocare nemmeno Francia-Giappone di basket dove c’è Victor Wembanyama che è alto 2,24 metri, contro Yuki Togashi di 1,67?
«Sono cose diverse. Qui parliamo di 25 punti, 4 rimbalzi, nell’atletica o nel nuoto di qualche decimo di secondo. Negli sport di contatto invece decidi sulla salute, ripeto. E questo ha un valore. È quello che la premier ha detto oggi al Cio. E il Cio si è impegnato a discuterne».
Ma allora, se non può gareggiare con le donne, Imane Khelif con chi deve combattere?
«Non ho una risposta perché semplificherei e dunque sbaglierei. Invece dico: discutiamone, analizziamo la vicenda in maniera seria. E magari arriviamo alla stessa conclusione del Cio: Imane deve gareggiare con Angela. Ma un tema così non ce lo possiamo trovare in mano a qualche ora dall’inizio delle Olimpiadi. Serve consapevolezza».
In realtà questo tema non sarebbe mai esploso se l’Italia non l’avesse sollevato con tanta violenza. Non teme che posizioni così sovraniste rischino di isolarci anche nel mondo dello sport?
«È vero che il Cio ha avuto reazioni stizzite in questi giorni. Ma i rapporti sono ottimi, stiamo organizzando Milano-Cortina. Nessun isolamento».
Non le dà fastidio stare dalla stessa parte del presidente dell’Iba, il russo Umar Kremlev, quello che per primo ha squalificato Khelif? Ieri, commentando questo caso, ha parlato di “sodomia” e “distruzione dei valori tradizionali”.
«Ho visto quel video. Ma, per favore, non associateci a queste caricature».
A proposito: a lei è piaciuta la cerimonia inaugurale?
«Suggestiva la Senna e l’idea della palestra a cielo aperto. Ma si è perso il senso della comunione: lo sport è la rappresentazione di un mondo in uno spazio limitato, dove si vive tutto e tutti insieme. È stata dispersiva. Non mi è piaciuta poi la tettoia per pochi e l’acqua per molti. Sui contenuti: alcuni troppo estremi. Capisco il voler essere inclusivi, ma se non tieni conto di tutte le sensibilità rischi di creare un cortocircuito».
Come sta andando per l’Italia?
«Bene. Buoni risultati in una dimensione meno polarizzata: vedo passi avanti importanti per l’intero movimento e non soltanto sulle singole scuole. E poi consentitemi un abbraccio a Benedetta Pilato: ha ragione lei, dovremmo insegnare a scuola la cultura della sconfitta. Lo sport è questo».
Saranno le ultime Olimpiadi di Giovanni Malagò, presidente del Coni in scadenza?
«La legge oggi dice questo».
A proposito di legge: l’emendamento Mulè ha creato un terremoto nel mondo del calcio.
«Più che terremoto, ha posto tutti di fronte a un tema che va affrontato e risolto, con equilibrio e pragmatismo. Il Governo ha dato un indirizzo, com’era giusto che fosse. Esiste la Serie A che è la locomotiva economica, la rappresentazione competitiva di un sistema. E poi c’è il mondo dei dilettanti, che è una indispensabile locomotiva sociale, la base dalla quale è anche possibile estrarre il talento. Questi due elementi insieme possono fare cose straordinarie. Se si allontanano, confliggono, non comprendono i rispettivi ruoli, diventa un problema per il sistema e non solo. La nuova legge servirà a mettere tutte le componenti nello stato d’animo necessario per poter risolvere le premesse e concentrarsi su obiettivi di sistema. È vero, la politica deve rispettare l’autonomia dello sport. Ma lo sport, e in questo il calcio, deve saper valorizzare questa autonomia che è relativa. E non assoluta. Quando questo non accade, nel rispetto delle autonomie previste dagli organi internazionali, il Governo non può non fare la sua parte».