Jacobs in pista, tutti contro Marcell: Lyles lancia la sfida al campione olimpico
di Emanuela AudisioPARIGI - Per la prima volta saranno cento metri viola. Come la nuova pista dello stadio. Avanti, nei 100 metri c’è il mondo. Italy first però, il campione olimpico da scacciare è azzurro, Marcell Jacobs. Non è più il leone che azzanna il cronometro, 9”92 a giugno, ma a stuzzicare il re della foresta non sai mai se poi ti prendi un’unghiata. Lo sprint è brutale, spesso non hai nemmeno il tempo di respirare, ma ha la bellezza spietata della verità. Oggi le batterie diranno che il tempo delle parole è finito, conta solo quello dei numeri. Marcell è alla sua seconda Olimpiade, la prima se l’è presa in 9”80 da esordiente, con un allenatore (Paolo Camossi) e un team italiano, qui invece è con un team internazionale, con un nuovo coach (l’americano Rana Reider), e con una nuova patria tecnica (Florida). Vedremo se è la preda da abbattere o quella da stanare.
Lyles fa rumore, tra Snoop Dogg e la copertina su Time
L’uomo che fa più rumore è l’americano Noah Lyles, è seguito e sponsorizzat…
PARIGI - Per la prima volta saranno cento metri viola. Come la nuova pista dello stadio. Avanti, nei 100 metri c’è il mondo. Italy first però, il campione olimpico da scacciare è azzurro, Marcell Jacobs. Non è più il leone che azzanna il cronometro, 9”92 a giugno, ma a stuzzicare il re della foresta non sai mai se poi ti prendi un’unghiata. Lo sprint è brutale, spesso non hai nemmeno il tempo di respirare, ma ha la bellezza spietata della verità. Oggi le batterie diranno che il tempo delle parole è finito, conta solo quello dei numeri. Marcell è alla sua seconda Olimpiade, la prima se l’è presa in 9”80 da esordiente, con un allenatore (Paolo Camossi) e un team italiano, qui invece è con un team internazionale, con un nuovo coach (l’americano Rana Reider), e con una nuova patria tecnica (Florida). Vedremo se è la preda da abbattere o quella da stanare.
Lyles fa rumore, tra Snoop Dogg e la copertina su Time
L’uomo che fa più rumore è l’americano Noah Lyles, è seguito e sponsorizzato (anche) dal rapper Snoop Dogg, la rivista Time lo ha immortalato in copertina (The Flash) con le treccine striate di meches. Ha un contratto da due milioni di dollari con l’Adidas e il suo rap è sempre quello: «Sono qui per vincere». Vuole 4 ori: 100, 200, 4x100, 4x400. Come Jesse Owens e Carl Lewis: con il lungo al posto della 4x400. Ha detto di essere uscito dalla depressione: «Sono seguito da tre terapisti, uno per tutti i giorni, uno sportivo e uno specializzato nel dolore. Passo per arrogante, in tanti pensano che io non possa vincere, vi chiedo solo di mettermi nella gabbia del leone. Ho iniziato a sentirmi a mio ago nel disagio, a ricercarlo, e più c’è folla, più è probabile che io vinca. A Tokyo non c’era e guarda caso è andata male». Lyles ha 27 anni, non ha una partenza fulminante (viene dai 200), un mese fa ha fatto il suo record personale, 9”81, non è un gigante.
Thompson, lo sconosciuto erere di Bolt
Il più veloce quest’anno è un erede di Bolt, ma non così conosciuto, il giamaicano Kishane Thompson, 23 anni, robusto e violento sulla pista, 9”82, 9”83 e 9”77 in 24 ore a Kingston, una sola gara in Europa (9”91). È allenato da Stephen Francis che portò Asafa Powell al record del mondo, 9”74. Poi ci sono gli altri due americani, Kenny Bednarek, 9”87, e Fred Kerley 9”88. Più il secondo dei giamaicani, Oblique Seville, 9”82. Meno temibile il kenyano Ferdinand Omanyala, molto carro armato, 9”79 in altitudine, ma più timido nelle occasioni importanti. Da non trascurare il sudafricano Akane Simbine (sempre bravo a piazzarsi) e il botswano Letsile Tebogo, entrambi sotto i 9”90. A fare compagnia a Jacobs c’è il gigante azzurro Chituru Ali, 1,98 di altezza, 48,5 di scarpe chiodate, 25 anni, 9”96 a giugno a Turku, terzo italiano sotto i 10 (dopo Tortu e Jacobs). Esordiente ai Giochi. È nato a Como da mamma nigeriana e da papà ghanese, è cresciuto con la famiglia affidataria Mottin, è un fan di Bolt ma anche della frase «Ali Bomaye!», il coro (Ali uccidilo!) di Kinshasa cinquant’anni fa, nel match contro Foreman. Oggi le rabbie devono srotolarsi sulla pista altrimenti restano un gomitolo da riavvolgere.
Grande attesa per le donne-jet e per Leonardo Fabbri da Firenze
Attese anche le donne-jet, l’americana Sha’Carri Richardson finalmente ce l’ha fatta a correre i cento alle Olimpiadi (prima di Tokyo si consolò con la marijuana e fu squalificata), è in semifinale con 11”94, meglio di lei l’ivoriana Marie-Josée Ta Lou-Smith in 10”87, l’azzurra Zaynab Dosso con 11”30 dovrà darsi da fare. Ci sarà un colosso di Firenze stasera che proverà a liberarsi (e magari anche a liberarci) di un grosso peso. Oggi tocca ai giganti, a quelli che in mano hanno 80 croissant da lanciare, equivalenti a 7,290 chili di peso. «Sono andato dal parrucchiere e gli ho detto: fammi un taglio cattivo, devo mettere paura» dice Leonardo Fabbri da Firenze, campione europeo. Ci riesce Leo, ma soprattutto a mettere paura a sé stesso e all’Italia dopo un secondo nullo. Rischia l’eliminazione nella qualificazione e si libera al terzo lancio con 21,76 metri (miglior misura). Tira fuori la lingua, si butta per terra, ha la faccia di chi ha scampato il pericolo. «Chiedo scusa, sono stato un bischero, io ho un grande talento per fare soffrire le persone, anche in questo stadio pazzesco. Sbadigliavo nel riscaldamento, ho sbagliato come al solito, ho sottovalutato la prova, dovevo stare più concentrato. E pensare che il mio allenatore Paolo Dal Soglio mi aveva detto: ho una certa età, fai un bel primo lancio che così torniamo al villaggio presto. Ma io ero tranquillo, sapevo che ormai con certe misure non ho problemi, certo ho qui i miei genitori e rischiando di uscire di scena mi sono detto: saranno ancora vivi? Al terzo tentativo ho avuto un flash, quando ero in ritiro in Sudafrica ci portavano nei parchi nel momento in cui portavano da mangiare ai leoni. Mi sono visto: un leone senza fame. E ho reagito». Come si fa a non augurargli buon appetito?
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