Kimia Yousofi, l’afgana ultima nei 100 metri: “Corro per le donne contro i talebani”

Kimia Yousofi

Kimia Yousofi

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Dopo la batteria ha mostrato il messaggio scritto sul pettorale: “Istruzione, sport, i nostri diritti”. Fuggita da Kabul con altri atleti, è a Parigi grazie al Cio e all’Australia

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PARIGI - “Quando ho aperto gli occhi per la prima volta ero già una rifugiata. Non in un campo profughi, ma in una casa normale in Iran, dove sono rimasta anni e ho studiato alle superiori. Avrei potuto gareggiare per il Team dei rifugiati del Cio, ma volevo rappresentare qualcos’altro: la mia bandiera e le donne afgane”. Kimia Yousofi è la velocista che ha mostrato al mondo un pettorale rovesciato che conteneva tutto. Nella parte nascosta, il suo nome e il logo di Paris 2024 con cui aveva corso i 100 metri in 13’’42. Sul retro esposto alla telecamera, tre parole coi colori della bandiera dell’Afghanistan riconosciuta dalla comunità internazionale: Education in nero, Sport in verde, Our rights in rosso.

A Tokyo fasciata di nero

Era la stessa donna che dopo essere stata portabandiera aveva gareggiato alle Olimpiadi di Tokyo completamente fasciata di nero, con un abito tradizionale adattato alle esigenze della corsa e il capo coperto dall’hijab. Stavolta a Parigi ha indossato una maglietta color salmone, al quale era attaccato il pettorale diventato lotta alle discriminazioni, atto d’accusa ai talebani, invito alle donne che sono rimaste in Afghanistan a non arrendersi. Anche se lei, nelle pieghe drammatiche della sua vita dopo i Giochi di Tokyo, è dovuta scappare lontanissima, in Australia. Con un piano di evacuazione guidato dal governo e dallo sport di Canberra in accordo col Cio: chi ha messo i visti e i voli, chi le risorse finanziarie, c’era da mettere in salvo un’intera comunità olimpica di più di settanta atleti in pericolo. Insieme alle famiglie: solo del nucleo di Kimia sono partiti in trentuno.

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Il dramma delle donne afgane

“Ho un messaggio per le ragazze afgane: cercate le vostre opportunità, e sfruttatele. Non arrendetevi. Non lasciate che gli altri decidano per voi”. L’espressione del viso è molto intensa, drammatica, non c’è più il sorriso di quando ha partecipato a una manifestazione per la pace al Villaggio. Il velo delicatamente appoggiato sulla testa, la tuta bianco verde della sua nazionale, una bandierina con sopra scritto Give Peace a Chance. Stavolta Kimia Yousofi rappresenta il dramma delle donne afgane. “Questa è la mia bandiera, questo è il mio paese e sto combattendo per noi. Ci sono così tante persone del Comitato olimpico afgano che mi hanno aiutato. Rappresenterò la mia cultura il più possibile”.

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Il messaggio di Kimia

Quando parla del comitato olimpico, ovviamente si riferisce a quello in esilio, appoggiato dal Cio che ha iscritto all’Olimpiade i suoi atleti e soprattutto le sue atlete. “Al momento lo sport femminile è stato fermato, se non viene praticato perché le ragazze dovrebbe andare in nazionale?” chiedeva Atal Mashwani, portavoce dei Talebani che riconoscono solo i tre uomini in gara a Parigi nell’atletica, nel nuoto e nel judo. La risposta del Cio è stata ammettere altre tre donne: la gender equality vale anche per Kabul. Ma Kimia ha un’idea precisa sia dei Talebani che dei suoi compagni di squadra: “Lotto per una terra in cui sono arrivati i terroristi. Come ci si sente se ti arrivano in casa e ti dicono “vattene, ora è casa mia”? Si sono presi il nostro paese, dove nessuno li riconosce come governo ma non si può parlare: quindi lo faccio io. Quanto ai miei compagni di squadra, loro mi sostengono, le condizione in Afghanistan sono terribili anche per molti uomini. Anche se, è ovvio, è molto peggio per le donne che io ho l’onore di rappresentare, persone che sono state private dei diritti essenziali, compresa l’educazione, il più importante di tutti. Rappresento i sogni rubati di donne che non possono decidere come esseri umani”.

Kimia Yousofi non voleva scappare, quando gli americani sono andati via e i talebani hanno preso il potere. “Ero a Kabul, dove volevo rimanere perché quella è la mia terra. La mia gente aveva bisogno di me. Ma molti mi hanno detto che non potevano garantire la mia incolumità, perché ero una donna e un volto pubblico che aveva portato quella bandiera pochi giorni prima”. Ora ha un coach australiano, John Quinn, e sta cercando un lavoro a Sydney. Privilegi immensi, rispetto a chi è rimasto nel paese dove si chiudono scuole e palestre e si reintroduce la lapidazione.

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