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Jacobs, quinto a sei centesimi dall’oro: “Non finisce qui”

(afp)
Abdica, ma a testa altissima, l’uomo che ha saputo stappare l’atletica italiana
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PARIGI - Asfaltato, ma a testa alta. La corsa di Jacobs continua. Dove era iniziata tre anni fa. In una corsia olimpica. Allora oro, adesso quinto posto, 9”85, miglior tempo stagionale. È stato allontanato dalla cima, ma non ghigliottinato. A 6 centesimi dall’oro e a 4 dal bronzo. Nei cento metri superveloci e nervosi. È stato il nome più applaudito da uno stadio pieno quando il campione olimpico è stato presentato per ultimo. In corsia nove. Poi il resto del mondo si è sfilato, lui ha provato a resistere e ha finito con un crampo e la gamba sinistra bendata. E con parole di dispiacere. «La mia carriera non finisce qui. Mi dispiace, ho lavorato tanto, sono andato dall’alta parte del mondo per migliorare, non è stato facile lasciare tutto, dovermi adattare, ma ci credevo, ho lavorato tanto e ho dato tutto. Non sono contento, il mio tempo di reazione è stato buono, ho spinto fino a quando ho potuto, ma non è bastato, volevo prendere una medaglia, io nelle grandi occasioni reagisco bene.…

PARIGI - Asfaltato, ma a testa alta. La corsa di Jacobs continua. Dove era iniziata tre anni fa. In una corsia olimpica. Allora oro, adesso quinto posto, 9”85, miglior tempo stagionale. È stato allontanato dalla cima, ma non ghigliottinato. A 6 centesimi dall’oro e a 4 dal bronzo. Nei cento metri superveloci e nervosi. È stato il nome più applaudito da uno stadio pieno quando il campione olimpico è stato presentato per ultimo. In corsia nove. Poi il resto del mondo si è sfilato, lui ha provato a resistere e ha finito con un crampo e la gamba sinistra bendata. E con parole di dispiacere. «La mia carriera non finisce qui. Mi dispiace, ho lavorato tanto, sono andato dall’alta parte del mondo per migliorare, non è stato facile lasciare tutto, dovermi adattare, ma ci credevo, ho lavorato tanto e ho dato tutto. Non sono contento, il mio tempo di reazione è stato buono, ho spinto fino a quando ho potuto, ma non è bastato, volevo prendere una medaglia, io nelle grandi occasioni reagisco bene. Loro sono andati più veloci, fa parte del gioco, ma è un quinto posto che mi dà comunque soddisfazione».

Jacobs unico europeo in finale: i nove ci arrivano tutti con tempi sotto i 10

C’era un solo europeo nei 100 metri dove per la prima volta si entra solo con un tempo sotto i 10” e nemmeno basta perché in quattro sub 10 restano fuori. Una finale con tre continenti: 3 americani, 2 giamaicani, 2 africani e un italiano. E Jacobs tre anni dopo non è scomparso, lascia il suo titolo, ma non è un fantasma. Nessun requiem. Resta un campione anomalo e moderno. Nato in Texas, cresciuto in Italia, rivolato in America. Ha ballato a ritmi vertiginosi una sola estate, ma meravigliosamente bene. Nella rapidità di tocco, nel bacino alto, nella freddezza. In finale a Tokyo con 9”84 (da ripescato), record italiano ed europeo, e un miglioramento di 10 centesimi. Ripescato anche a Parigi dopo una buona semifinale, corsa di potenza, ma con una seconda parte efficace. 9”92, stagionale eguagliato, senza vento.

La differenza tra la finale di Tokyo e quella di Parigi

La differenza è che a Tokyo andò in finale con il terzo miglior tempo, qui con il settimo. In Giappone si mangiò Kerley e ai 60 metri accelerò con punta di velocità di 42,9 km orari. Qualcosa meno di Bolt nella prima finale senza Bolt alla ricerca di un nuovo Bolt. Oro, 9”80, roba mai vista. Un debuttante di un paese che in più di un secolo non era mai riuscito a entrare in finale nei cento, vinceva la gara dei Superman. Un non specialista (veniva dal salto in lungo) si metteva alle spalle gli dei americani dello sprint. Va bene l’Italian Job, ma questo era un tempo mondiale. Il decimo all-time. Marcell si era migliorato di altri quattro centesimi. Per la quinta volta era andato sotto i 10”. Era da Barcellona 1992 con l’inglese Linford Christie che un europeo non si prendeva i cento. Sorpresa difficile da digerire e l’accusa: Jacobs non era inserito nei Whereabouts della Wada, insomma, non era stato controllato dall’antidoping nell’avvicinamento olimpico. Era un signor nessuno sbucato fuori dal nulla. Un papà con tre figli che alla partenza aveva detto alla compagna: «Se vinco, ti sposo».

Tante scelte particolari

Sembrava l’inizio di una bella avventura. A 26 anni c’era tanto futuro da costruire. Cento metri alla volta. Poi tante cose inspiegabili: Jacobs all’indomani dei due ori (il secondo con la staffetta) decideva di fermarsi. Stagione finita. Mai successo nella storia che un campione olimpico si fermasse dopo il successo. Anzi sempre il contrario, tanta sovraesposizione per monetizzare la fama. Non smetti di cantare, dopo aver vinto il tuo disco d’oro. Poi più assenze che presenze: corro, non corro, sono in forma, no mi dispiace, sto male. Il mondo voleva vedere Jacobs, ma lui non si mostrava. Le sfide con gli avversari? Solo a parole. Impossibile conoscere i suoi programmi. Il gruppo che lo gestiva era indipendente, nemmeno la federazione sapeva dove e se avrebbe corso Marcell.

La tormentata marcia di avvicinamento

Infortuni, malanni, segreti. Un campione fragile, nulla di male. Ma dai proclami contradditori: ora faccio vedere a tutti chi sono. Ai mondiali di Eugene 2022 arriva con il 40° tempo della stagione (10”04) e dopo aver corso la batteria (stesso tempo) scompare dai radar. Lesione all’adduttore destro. Un mese dopo agli Europei di Monaco vince il titolo con 9”95. Il nervo sciatico gli dà problemi nel 2023. Ai mondiali di Budapest il suo nuovo sponsor lo presenta come Mistery Man. Non entra in finale, troppo lento (10”05). Non si sente più leggero, si separa dal suo coach (Camossi), vuole cambiare aria, trova l’America in Florida, un nuovo coach e a gestire i contratti ora c’è sua madre. Però ha fegato, decide lui di staccarsi da Roma e di rischiare, anche se non sa l’inglese. Rivince gli Europei quest’anno a Roma con 10”02 mentre gli altri nel mondo si divertono a sfrecciare. Da Tokyo alla finale di Parigi scende in tutto 3 volte sotto i 10 (due in questa stagione).

L’uomo che ha saputo stappare l’atletica italiana

È un campione olimpico, il primo e unico che abbia avuto l’Italia, ci vuole rispetto. E poi lui sa migliorarsi, turno dopo turno. Tutto vero. Anche se ha l’Europa sulle spalle si migliora di due decimi in 36 ore e di sette centesimi in 90 minuti. Resta in gara fino agli 80 metri, poi non c’è più velocità. Però, grazie Marcell. Anche se con modi inortodossi ha aperto un mondo, ha stappato l’atletica azzurra, ha portato l’Italia in alto dove non era mai stata, ha fatto capire che era non più Little Italy e che yes we can run and win. Non era più un sogno, ma realtà. E che una volta in cima, si scende, ma si può sempre risalire. I campioni ci sono per quello: per indicare una via. Anche agli altri.

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