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Ana Fidelia Quirot: “Tifo per Tamberi, avete un campione che vive i sentimenti”

Ana Fidelia Quirot in una foto del 1997

 (afp)

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La cubana, due volte campionessa del mondo e argento olimpico nel 800 metri ad Atlanta ‘96: “Dove lo trovate un saltatore in alto che si rompe il tendine, si riprende e ci riprova. Adesso la febbre, la colica renale. Io so cosa vuol dire il dolore”
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PARIGI - Ana Fidelia, il nome dice già tutto. Il resto lo dice con le sue parole: «Sentivo un odore di disinfettante e di gomma bruciata. Era la mia pelle, avevo 30 anni, era il ’93. Il 38% del mio corpo era andato a fuoco. Ustioni di terzo grado su stomaco, collo, braccia. Avvolta nelle garze, attaccata ai tubi. Ancora non sapevo che le fiamme erano arrivate alla bambina che aspettavo e che dieci giorni dopo sarebbe morta». Una cucina a kerosene che le scoppia in faccia o forse un gesto di disperazione per una delusione sentimentale. Ana Fidelia Quirot era la rivoluzione cubana in pista: due volte campionessa del mondo e argento olimpico ad Atlanta ’96 negli 800 metri. Ora è sposata, ha una figlia, Carla Fidelia, di 24 anni, e un figlio, Alberto Alejandro, di 23.

Ana, cosa succede a Cuba?
«Non possiamo allenarci, mancano le cose essenziali per la popolazione, figuriamoci per chi fa sport e ha bisogno di nutrirsi e di allenarsi in un certo modo. La crisi ci ammazza, già a Tokyo la…

PARIGI - Ana Fidelia, il nome dice già tutto. Il resto lo dice con le sue parole: «Sentivo un odore di disinfettante e di gomma bruciata. Era la mia pelle, avevo 30 anni, era il ’93. Il 38% del mio corpo era andato a fuoco. Ustioni di terzo grado su stomaco, collo, braccia. Avvolta nelle garze, attaccata ai tubi. Ancora non sapevo che le fiamme erano arrivate alla bambina che aspettavo e che dieci giorni dopo sarebbe morta». Una cucina a kerosene che le scoppia in faccia o forse un gesto di disperazione per una delusione sentimentale. Ana Fidelia Quirot era la rivoluzione cubana in pista: due volte campionessa del mondo e argento olimpico ad Atlanta ’96 negli 800 metri. Ora è sposata, ha una figlia, Carla Fidelia, di 24 anni, e un figlio, Alberto Alejandro, di 23.

Ana, cosa succede a Cuba?
«Non possiamo allenarci, mancano le cose essenziali per la popolazione, figuriamoci per chi fa sport e ha bisogno di nutrirsi e di allenarsi in un certo modo. La crisi ci ammazza, già a Tokyo la nostra spedizione era piccola, 69 atleti, mai così pochi. A Parigi, 61, ancora meno. E nessun sport di squadra. Appena un campione si afferma se ne va all’estero, fugge, cambia nazionalità, cerca condizioni migliori».

Lei al suo rientro in pista pianse sul petto di Fidel.
«Ma i cubani piansero per me. Venivano sotto l’ospedale a farmi forza. Gli specialisti mi avevano data per morta. Appena ho potuto ho mosso le gambe in aria, volevo fare vedere al mio coach, dall’altra parte del vetro, che quelle non erano bruciate. Fidel venne a trovarmi, gli chiesi: correrò di nuovo? Lui mi rispose: prima devi sopravvivere. Quando mi vidi allo specchio dissi: dovevate farmi morire. Ero un orrore».

Ci sono ancora campioni capaci di interpretare un sentimento?
«Ma voi ce l’avete. È Tamberi. Dove lo trovate un altro che si rompe il tendine d’Achille, incidente che per un saltatore significa lo stop definitivo, che si riprende, che ci riprova, che torna in alto, con una disciplina mostruosa, sacrificando tutto il resto? E adesso anche la febbre, la colica renale. Sono cose che stremano, sei debilitato, ci vogliono energie anche nervose per fare una prestazione. Lui dove le trova? Io non fossi stata una sportiva non sarei mai riuscita a tornare a correre, all’inizio di sera, perché i raggi del sole ancora mi bruciavano la pelle. Mi ha salvato essere un’atleta abituata a un programma, a soffrire, a sopportare il dolore. E credo che anche per Tamberi sia così. Io tifo per lui».

Avrà tifato anche per Mijain Lopez, primo lottatore a vincere 5 ori consecutivi.
«El Terrible è un gigante, sì sono andata a vedere la sua gara. E vi chiedo: perché si parla così poco di lui e del suo record? Phelps grande, Biles anche, ma anche Lopez merita attenzione, fama e rispetto. Però è sottovalutato. È cubano, appartiene all’unica isola socialista dei Caraibi, meglio ignorarlo. A me il suo gesto a 42 anni di dare l’addio e di lasciare le sue scarpe sulla pedana ha commosso. Ci ho visto l’allegria di un uomo aperto e sensibile, molto rispettato dai suoi avversari e la tristezza di un grande dello sport che se ne va».

I Caraibi sorprendono: la Giamaica vince l’oro nel disco e il bronzo nel peso.
«Ma loro possono viaggiare, spostarsi, vanno negli Usa a studiare, Ryan Crouser, il campione olimpico di peso, è il coach del discobolo giamaicano Roje Stona. Faccio notare che Glen Mill, coach di Usain Bolt, è venuto da noi a studiare educazione fisica, a Cuba i nostri terapisti hanno curato molti atleti che venivano per riprendersi da infortuni. Adesso però siamo affamati, ridotti ai minimi termini, come può il nostro Istituto sportivo nazionale Inder costruire eccellenze?»

Nel triplo hanno saltato tre cubani, ma nessuno per Cuba.
«Sì, con nazionalità portoghese, spagnola, italiana. Anche Lopez in finale ha lottato contro un cubano con maglia cilena. I nostri però non si odiano, c’è comprensione per chi va e per chi resta. Però il nostro movimento sportivo è disperso nel mondo».

Tiferà per Tamberi e poi per chi?
«Ho tifato per chi come Mondo Duplantis da piccolo inizia a saltare con un’asta nel giardino di casa e poi si ritrova a scalare il cielo all’Olimpiade. I sogni dei bambini vanno sempre lontano».

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