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Valentina Petrillo: “Vado alle Paralimpiadi da atleta transgender e vorrei essere invisibile”

Valentina Petrillo

 

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Intervista all’azzurra ipovedente in gara nei 200 e nei 400: “In Italia si muore ancora per il solo fatto di essere trans. La politica con questo governo sta facendo passi indietro, la Chiesa non mi giudica. Volevo essere come Patsy Kensit, mi ha ispirato l’oro di Mennea a Mosca”
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Corre verso Parigi superando i pregiudizi, Valentina Petrillo. Classe 1973, sarà la prima atleta transgender alle Paralimpiadi, in gara sui 200 e i 400 metri piani. Napoletana di nascita e bolognese d’adozione, cinque anni fa il traguardo più importante. Comincia il percorso di transizione: da quel momento a scendere in pista è Valentina, sprinter ipovedente. Buio, quasi totale. Non abbastanza da spegnere l’interruttore dei sogni.

Valentina, le sue sensazioni della vigilia?

«Buone, punto a vincere una medaglia».

Quali valori la ispirano?

«Vivo la vita come una missione, per infondere speranza nelle persone trans e disabili. In pista corro per una comunità intera».

La vittoria più bella?

«Essere un punto di riferimento per tante ragazze, che spesso mi chiedono consigli per la terapia ormonale».

La cultura tossica del successo, di cui si è discusso durante le Olimpiadi, esiste anche nel mondo paralimpico?

«Le Paralimpiadi sono più democratiche delle Olimpiadi, perché rappresentano tutte…

Corre verso Parigi superando i pregiudizi, Valentina Petrillo. Classe 1973, sarà la prima atleta transgender alle Paralimpiadi, in gara sui 200 e i 400 metri piani. Napoletana di nascita e bolognese d’adozione, cinque anni fa il traguardo più importante. Comincia il percorso di transizione: da quel momento a scendere in pista è Valentina, sprinter ipovedente. Buio, quasi totale. Non abbastanza da spegnere l’interruttore dei sogni.

Valentina, le sue sensazioni della vigilia?

«Buone, punto a vincere una medaglia».

Quali valori la ispirano?

«Vivo la vita come una missione, per infondere speranza nelle persone trans e disabili. In pista corro per una comunità intera».

La vittoria più bella?

«Essere un punto di riferimento per tante ragazze, che spesso mi chiedono consigli per la terapia ormonale».

La cultura tossica del successo, di cui si è discusso durante le Olimpiadi, esiste anche nel mondo paralimpico?

«Le Paralimpiadi sono più democratiche delle Olimpiadi, perché rappresentano tutte le nazioni e le disabilità».

Cosa pensa del caso Imane Khelif, la pugile algerina che alle Olimpiadi è stata accusata dalle destre di non essere una donna?

«Una situazione diversa dalla mia, io sono un’atleta transgender, lei no».

Il suo punto di riferimento?

«Pietro Mennea. Mi rivedo nella sua storia: anche io figlia del Sud, cresciuta in un contesto difficile, senza pista».

Dove si allenava?

«Per le strade di San Carlo all’Arena, negli Anni 80 preda di eroinomani e spacciatori. Quando rientravo a casa, correvo per evitarli. Questo era il mio allenamento. Avevo paura».

Un’infanzia difficile.

«Sì, lo sport non rientrava tra le priorità della famiglia. A scuola non c’era neanche la palestra».

Dove nasce il suo amore per l’atletica?

«Davanti alla tv, quando ho visto Mennea vincere l’oro a Mosca. Per strada sfidavo gli amici: loro in bicicletta, io a piedi».

Chi vinceva?

«Sempre io. Una volta siamo arrivati fino a Pomigliano d’Arco. A quel punto il mio amico Sandro ha detto: “Basta, torniamo indietro”. Correvamo lungo l’Asse Mediano in costruzione».

Un idolo non sportivo?

«La cantante Patsy Kensit. Volevo diventare come lei, il mio modello di femminilità».

Quali personalità l’hanno supportata?

«Alba Parietti, Caterina Collovati, ma anche Cathy La Torre, avvocata e attivista. Nel mondo politico Alessandro Zan ed Elly Schlein».

Chi l’ha criticata?

«La blogger Marina Terragni, ma soprattutto l’ex senatore Simone Pillon. Ha postato una locandina che mi ritraeva insieme alla sollevatrice transgender neozelandese Laurel Hubbard e alla modella Rikkie Kollé (Miss Olanda 2023, ndr). Per lui siamo “donne con le palle”».

Cosa direbbe ai parlamentari che hanno festeggiato l’affossamento del ddl Zan contro l’omotransfobia?

«Vederli festeggiare è stato triste. Se la legge fosse stata approvata, oggi mi sentirei al sicuro. Ho ancora paura di uscire, perché in Italia si continua a morire per il semplice fatto di essere trans».

La politica sta facendo abbastanza sul fronte dei diritti?

«Sta facendo passi indietro. Il governo Meloni ha messo nel mirino i farmaci che permettono la transizione in età adolescenziale, Spesso sono terapie salvavita: per alcuni l’alternativa è il suicidio».

A Parigi spera di ricevere il sostegno delle istituzioni?

«Mi aspetto il supporto della mia nazione, così come ogni altro atleta che compete in una manifestazione del genere».

Nelson Mandela diceva che lo sport ha il potere di cambiare il mondo.

«Sono d’accordo. Voglio cambiare la prospettiva sugli atleti trans. Conterà soltanto il cronometro, oltre ogni polemica».

Atletica e diritti, viene in mente il pugno alzato di Tommie Smith e John Carlos ai Giochi del 1968.

«Ho ereditato questo testimone, ne avverto il peso. Anche noi trans possiamo essere degli esempi».

Il suo sogno?

«Diventare invisibile, non fare notizia. Vorrei uscire di casa senza destare attenzioni. Da piccola sognavo di guidare un’Alfa Romeo, ma non ho potuto prendere la patente».

Il rapporto con la sua famiglia?

«Ottimo, nonostante abbia divorziato dalla mia ex moglie, Elena. Lei sarà a Parigi insieme a mio figlio Lorenzo, 9 anni».

E i suoi genitori?

«Nel 2017 mio padre Edoardo, 82enne, ha accettato senza problemi il coming out. Mia madre era morta poco prima».

Il ricordo più bello della sua infanzia?

«Quando giocavo a mamma e figlia con la mia amichetta Desiré. Con lei mettevo lo smalto».

E quello più brutto?

«La paura di fare la stessa fine della mia cugina trans Erica, cacciata di casa da mio zio».

L’ultima immagine nitida prima della malattia?

«Il primo scudetto del Napoli, al San Paolo il 10 maggio 1987. Al termine dell’estate mi venne diagnosticata la sindrome di Stargardt, una malattia rara che colpisce la retina. Avevo 14 anni».

Ha giocato anche a calcio?

«Sono cresciuta col mito di Maradona. A Bologna avevo fondato una squadra di calcio a 5, segnavo tantissimo».

Il suo rapporto con la fede?

«Sono molto cattolica e prima di ogni gara mi faccio benedire le scarpe».

E con la Chiesa?

«Mai avuto problemi. Quando andavo a messa mi sentivo osservata, credevo di essere una peccatrice. Citando Papa Francesco, un giorno un frate mi ha detto: chi siamo noi per giudicare?».

Le discussioni sul villaggio olimpico l’hanno spaventata?

«Molto, per questo mi porto da mangiare da casa».

Sarà lei la portabandiera azzurra nella cerimonia di chiusura?

«Mi farebbe molto piacere, dipenderà dai risultati».

Pensa già a Los Angeles 2028?

«Durante la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi di Parigi, ho visto le spiagge di Los Angeles. L’acqua mi ha fatto venire in mente il triathlon. Tenterò anche questa sfida».

Cosa direbbe ai giovani che vogliono affrontare un percorso come quello che ha fatto lei?

«Se ce l’ho fatta io, possono farcela tutti. Sono ipovedente, trans e felice».

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