Silvia Biasi, campionessa di sitting volley: “Tutta la vita contro regole e pregiudizi. Ho lottato per poter giocare con la mia protesi”
di Mattia Chiusano«Una volta un allenatore mi disse che era impossibile che io potessi giocare ad alti livelli. La mia protesi aveva una superficie rigida, il rimbalzo della palla non potevo gestirlo come tutte le altre, mi diceva. Sono punti di vista, nel frattempo io sono alla mia seconda Paralimpiade».
Silvia Biasi è il libero della nazionale, come nei Giochi di Parigi lo è stata Moki De Gennaro medaglia d’oro con la squadra di Julio Velasco. Volley allora, nell’indimenticabile finale dell’11 agosto, sitting volley adesso, alle Paralimpiadi. Con le regole quasi identiche, il campo più piccolo, e l’imperativo di rimanere seduti a contatto col terreno prima di esibirsi in colpi e recuperi spettacolari. L’Italia femminile è campione d’Europa, all’esordio a Parigi ha battuto 3-0 la Francia, Silvia Biasi è uno dei punti di forza, non solo nel gioco, ma nella grinta, nella simpatia, nel vissuto lungo trentasei anni di amore per il volley e per la vita.
Silvia, com’è cominciato tutto?
«Sono di Godega di Sa…
«Una volta un allenatore mi disse che era impossibile che io potessi giocare ad alti livelli. La mia protesi aveva una superficie rigida, il rimbalzo della palla non potevo gestirlo come tutte le altre, mi diceva. Sono punti di vista, nel frattempo io sono alla mia seconda Paralimpiade».
Silvia Biasi è il libero della nazionale, come nei Giochi di Parigi lo è stata Moki De Gennaro medaglia d’oro con la squadra di Julio Velasco. Volley allora, nell’indimenticabile finale dell’11 agosto, sitting volley adesso, alle Paralimpiadi. Con le regole quasi identiche, il campo più piccolo, e l’imperativo di rimanere seduti a contatto col terreno prima di esibirsi in colpi e recuperi spettacolari. L’Italia femminile è campione d’Europa, all’esordio a Parigi ha battuto 3-0 la Francia, Silvia Biasi è uno dei punti di forza, non solo nel gioco, ma nella grinta, nella simpatia, nel vissuto lungo trentasei anni di amore per il volley e per la vita.
Silvia, com’è cominciato tutto?
«Sono di Godega di Sant’Urbano, in provincia di Treviso. A cinque anni stavo giocando quando la mano destra è rimasta dentro una macchina agricola. È un po’ come se fossi nata così, senza una mano, ma non è qualcosa che mi abbia particolarmente debilitato. Alla campagna sono rimasta molto legata, anzi in una cooperativa del mio paese lavoro ancora adesso: rivendiamo prodotti agricoli, sono responsabile della sicurezza».
Il sitting volley è stato una conseguenza di quell’incidente?
«L’amore per la pallavolo ce l’ho da sempre, ma ho giocato per anni in piedi, coi normodotati. Indossando protesi che usavo nella vita di tutti i giorni».
Mica facile.
«Ho iniziato usando il modello delle protesi mioelettriche, quelle che si muovono, le stesse di Bebe Vio. Poi hanno cominciato a rompersi, e i miei genitori hanno deciso di procurarmene modelli un po’ meno costosi. All’inizio giocavo con una mano artificiale come quelle che la gente usa per andare in giro, puramente estetica. Ma sono cominciati presto i problemi burocratici».
Di che tipo?
«Non era previsto in nessun regolamento nazionale che una persona potesse giocare con degli ausili protesici. Alcuni arbitri, facendo il loro lavoro, si sono opposti alla mia presenza in campo. Non è stato facile».
Non si è scoraggiata?
«La mia carriera sportiva l’ho fatta, gioco da quando avevo dodici anni. Mi sono sempre detta: “se qualcuno mi vuole fermare vediamo cosa succede”».
Qual è stato il punto di svolta?
«Ho scoperto il sitting volley, nel 2017. Con il comitato paralimpico, il Cip, siamo riusciti a procurarci la parte terminale della protesi in gomma, larga, leggermente incurvata, assolutamente performante: tutta un’altra vita rispetto a prima, posso spostarmi a terra quando in passato avevo sempre paura di rompere la protesi. La tecnologia ha fatto passi enormi».
Libero di pallavolo per amore o per scelta?
«In realtà nella squadra dove gioco, a Roma, sono una schiacciatrice, a me basta che mi mettano a terra e che mi diano una palla per giocare, mi basta per divertirmi. Il libero l’ho fatto pochissimo in vita mia. Ma quando sono arrivata in nazionale avevano bisogno di coprire questo ruolo, e l’ho fatto mio cercando di dare il massimo».
L’Italia comincia a contare nel suo sport, a che punto è il movimento?
«Ci siamo, finalmente: per la seconda volta partecipiamo alle Paralimpiadi. La Federvolley ci sta aiutando a fare il salto in avanti. Ma il caso del mio dirottamento nel ruolo di libero in nazionale fa capire tante cose: purtroppo c’è un problema di reclutamento di persone con disabilità, al momento in azzurro queste siamo. Alleno due squadre di pallavolo in piedi nel Volley Codognè, sono ragazze per cui stravedo. Avevo creato anche un team di sitting volley, ma non c’erano abbastanza atleti. Come la squadra di Velasco ispirerà tante bambine, spero che anche le nostre Paralimpiadi siano un messaggio per chi sta solo aspettando di entrare in campo. Anche se non conosce ancora il nostro gioco».