Manuel Bortuzzo, l’intervista: “Noi paralimpici siamo atleti veri, giudicateci solo per le vittorie”
di Mattia ChiusanoManuel Bortuzzo (credit: Bizzi/CIP)
ROMA — Né odio, né rifugio nella fede, né nostalgia di un passato che non tornerà, c’è troppo da fare nella vita di Manuel Bortuzzo per voltarsi indietro. Ogni giorno è una tappa dalla sparatoria del 3 febbraio 2019 che l’ha paralizzato: la riabilitazione “infernale”, il Grande Fratello, la tv, i social, la preparazione in tempi rapidissimi sono stati un percorso che l’ha portato alla Paralimpiade di Parigi, e lunedì a una gara sui 100 rana in cui il ragazzo che in un’altra vita voleva diventare Paltrinieri si trasformerà in Martinenghi. «È curioso, conosco Nicolò da quando ero ragazzino, da bambino io stesso facevo questa gara ai campionati italiani e uno dei miei idoli era Adam Peaty. Sono stato portato verso il nuoto di fondo, ma ora rieccomi qui, nella gara che mi ha sempre affascinato».
Manuel, il suo cammino verso Parigi è cominciato davvero nella casa del Grande Fratello?
«Sì, accanto ad Aldo Montano che ho sentito anche venerdì, era un passaggio obbligatorio parlarci in questi…
ROMA — Né odio, né rifugio nella fede, né nostalgia di un passato che non tornerà, c’è troppo da fare nella vita di Manuel Bortuzzo per voltarsi indietro. Ogni giorno è una tappa dalla sparatoria del 3 febbraio 2019 che l’ha paralizzato: la riabilitazione “infernale”, il Grande Fratello, la tv, i social, la preparazione in tempi rapidissimi sono stati un percorso che l’ha portato alla Paralimpiade di Parigi, e lunedì a una gara sui 100 rana in cui il ragazzo che in un’altra vita voleva diventare Paltrinieri si trasformerà in Martinenghi. «È curioso, conosco Nicolò da quando ero ragazzino, da bambino io stesso facevo questa gara ai campionati italiani e uno dei miei idoli era Adam Peaty. Sono stato portato verso il nuoto di fondo, ma ora rieccomi qui, nella gara che mi ha sempre affascinato».
Manuel, il suo cammino verso Parigi è cominciato davvero nella casa del Grande Fratello?
«Sì, accanto ad Aldo Montano che ho sentito anche venerdì, era un passaggio obbligatorio parlarci in questi giorni, la sua esperienza mi può dare un po’ di conforto. Forse sarei arrivato alle Paralimpiadi comunque, ma quel che mi sono portato fuori dalla casa a livello umano è stato un valore aggiunto alla mia vita. Insieme a lui abbiamo ripercorso tutta la sua carriera, è sembrato quasi un passaggio di testimone: lui si ritirava e allo stesso tempo accendeva il fuoco in me».
In quell’edizione tra il 2021 e 2022 lei non sembrava pronto.
«Parigi era inavvicinabile, ma ho cominciato ad allenarmi seriamente grazie a quello che mi ha lasciato Aldo. È stata una corsa contro il tempo, stressante, in soli due anni di preparazione. Adesso mi sembra che sia volato il tempo, ne è valsa la pena e sono qui».
Com’è la sua Parigi?
«Non c’ero mai stato, è ordinata, romantica e un tempo sognavo di venirci per la prima volta con una ragazza. Da atleta posso solo dire una cosa: qui c’è pubblico anche nelle eliminatorie della mattina delle nostre gare, per non parlare delle finali serali».
Sembra una Paralimpiade di svolta, in cui trionfa il concetto di modelli diversi di perfezione del corpo.
«Stanno trattando le Olimpiadi e le Paralimpiadi nello stesso identico modo: questo è storico. Hanno creato la figura di un campione unico, al di là della sua condizione. L’atleta paralimpico non vuole essere messo in primo piano perché gli è successo chissà cosa, gli interessa che se vince è un campione, se perde ha perso».
Lei cosa si aspetta?
«Mi presento col quarto tempo, per il podio si vedrà. Intanto sono felice di gareggiare con un amico, il greco Tsapatakis: gli voglio bene».
Cosa l’ha divertita di più negli ultimi anni?
«Immergermi nella gabbia degli squali in Sudafrica. Un’emozione incredibile».
Tra i suoi valori c’è anche la fede?
«Ho tatuato sull’addome la scritta “Son of god” sopra un’aquila, che rappresenta il viaggio della vita in solitudine come il suo volo. Ma io mi baso principalmente sul lavoro, sulla conoscenza dei miei limiti. Posso pensare che la fede completi la scienza, ma io cerco di essere più realista possibile, di contare sulle certezze che sono riuscito a costruirmi nel tempo».
E il perdono?
«Sono uno che riesce a perdonare tranquillamente. Nella mia vita non odio nessuno, sul serio, fa parte del mio carattere. Chi perdona riesce ad andare oltre, ci sono talmente tante cose belle che a certe altre non si pensa più».
Li ha mai incontrati i due che fecero fuoco su di lei pensando di colpire un’altra persona, quando lei era un promettente nuotatore del progetto Road to Tokyo insieme a Paltrinieri e Detti?
«No, stesso discorso: non c’è tempo da perdere per alcune cose, ci sono altre più belle».
Cosa sente quando si vede addosso il tatuaggio col numero 12, come i millimetri che hanno separato il proiettile da una lesione dell’aorta che l’avrebbe dissanguata in pochi secondi?
«Diciamo che mi sono abituato, per quanto sia possibile in una storia inaccettabile. Ma allo stesso tempo provo gratitudine perché quel simbolo mi riporta sempre alla realtà, ai momenti belli e brutti della vita, e a quel che sto provando adesso. Mi dico, “cavolo se sono ancora qui posso godere di tutto questo”. Quindi grazie per tutto quello che ho e potrò vivere ancora».