Chissà, forse tra un po’ ci gireranno una storia tipo Full Monty. E le atmosfere all’inizio saranno quelle livide del West Yorkshire per poi diventare arcobaleno. Ricordate il film Io sono un campione del 1963 (vero titolo This Sporting Life, dal romanzo di David Storey) con un giovane Richard Harris che da tornitore diventa un desolato eroe della Rugby League? Harris, irlandese nato a Limerick, era stato un vero e promettente giocatore di rugby, dovette lasciare lo sport per un principio di tubercolosi e nel film non ebbe bisogno di controfigure. Per capirci, lo sport era quello e le zona geografica anche.
«Iscriviti a S-Print, la newsletter gratuita di Emanuela Audisio»
Se il rugby a XV è «uno sport per hooligan praticato da signori», quello a XIII è stato sempre e solo proletario, un modo per arrotondare al sabato la misera paga del venerdì. Roba da minatori, operai tessili, fabbri, carpentieri, saldatori dell’Inghilterra del Nord, gente spiccia, abituata prendere colpi e a tornare in campo come se niente fosse. Che saranno mai tre-quattro denti in meno? Come scrive Giorgio Cimbrico: «Lo scisma è del 1895, il luogo è l’hotel George di Huddersfield: i club del nord dell’Inghilterra si staccano dalla Rugby Union e fondano la Rugby League. È la risposta all’intransigenza della Union, formata da borghesi, privilegiati, nobili, studenti o ex-studenti dei grandi college che coltivano un dilettantismo immacolato. A Nord giocano minatori e operai. Hanno diritto a essere ricompensati, come sta già capitando nel calcio? Per la Union, no, è un sacrilegio». L’avrete capito: il ludico contro il luddismo. Non per soldi, ma per denaro e al diavolo la purezza.
Le stesse città della Rugby League hanno nomi che evocano ferro e ghisa, ricordano volti neri di fuliggine e puzzano di carbone e di fumo: Wigan, Widnes, Batley, Salford, Hunslet, Warrington, Leeds, Bradford, Newcastle, il porto di Hull. Le contee sono il Lancashire e lo Yorkshire. Nessuna smanceria, il gioco è più semplice e veloce, ha dato origine al football americano: sei tentativi per andare in meta. Quando vengono esauriti, l’ovale passa agli avversari. Non esistono le touche e quando un giocatore è placcato mantiene la palla e la tallona per un compagno. Fin qui la storia, ora la cronaca.
I Keighley Cougars sono un club professionistico di Rugby League nel West Yorkshire. Il club gareggia nella League One, il terzo livello della lega britannica di rugby. Keighley è una piccola città tessile circondata dalle brughiere, potete tranquillamente cantare tristezza per favore va via, non è glamour, non ha mai vinto nulla di importante, anzi, è l’area tra le più povere d’Inghilterra. Come vuoti a rendere ci sono i vecchi mulini della rivoluzione industriale. Spettrale più che spettacolare. La contea è quella delle sorelle Brontë, Charlotte, Emily e Anne, tutte scrittrici, che provenivano dal villaggio di Haworth. Cime Disastrose più che Tempestose con la squadra locale in rovina.
Nel 2019 due ragazzi, imprenditori del tech, comprano il club fondato nel 1876 e lo salvano dalla bancarotta. Il primo si chiama Ryan O’ Neill, ha 40 anni, è cresciuto lì vicino, da bambino è stato un tifoso della squadra in cui suo padre negli anni Novanta aveva investito. L’altro, Kaue Garcia, ha 33 anni, è brasiliano e della palla ovale non ne sa nulla. Ci provano così, tanto per fare: «Pensavamo di salvarlo, tornare a Londra, alle nostre vite e lasciarlo in gestione a qualcuno». Quando prendono possesso di Cougar Park, che non è uno stadio avveniristico, ma un impianto con tetti rovinati e corrosi, un impiegato gli consegna una fattura di 25 mila sterline per le divise della squadra. È solo il primo debito da saldare. Chiedono: «A chi tocca pagare?». «A voi» è la risposta. Insomma, una partita difficile, giocata da persone difficili, in luoghi difficili.
O’ Neill e Garcia non hanno casa lì, si trasferiscono a Keighley, scendono per tre mesi in un Travelodge dove prendono una stanza. Ryan e Kaue sono una coppia sposata da cinque anni. Il primo che conosce la città non la ricorda come baluardo di tolleranza, ma anzi oscurantista e di destra, si chiede: non è che siamo i primi proprietari gay di una squadra professionistica? Ci è andato vicino, le uniche eccezioni sono Laura Ricketts, comproprietaria nella Major League Baseball (Mlb) dal 2009 dei Chicago Cubs e Rick Welts, dirigente sportivo americano nell’Nba, che ha fatto coming out nel 2011. O’ Neill, che non aveva mai avuto veramente intenzione di dirigere il club, si dice: se devo proprio, lo farò a modo mio. «Lo sport è una piattaforma potente per inviare messaggi». Così issa bandiere arcobaleno, fa sostituire le tradizionali maglie verdi, rosse e bianche con altre con i colori del Pride, chiama Miss Ivy Rose, una drag queen, per la partita inaugurale contro il West Galles e temendo di aver esagerato anche Katie Price, una modella britannica glamour, che però dà buca. Un po’ di nervosismo c’è, però lo stadio è affollato, le maglie vanno esaurite, lo spettacolo della drag queen piace e quando un tifoso grosso e tatuato corre verso i nuovi proprietari è solo per stringere loro la mano e per dire: «Non sapevo cosa aspettarmi da persone gay, non ne conoscevo, mi piacete molto».
Sono passati cinque anni da quel giorno. O’Neill e Garcia sono stati criticati per i risultati, per le nomine degli allenatori, per la campagna acquisti dei giocatori e qualche volta hanno anche subito attacchi omofobi. «Ma sono stati l’eccezione, non la regola». Dal 2021 la squadra ha adottato la Progress Flag, la bandiera arcobaleno, e quest’anno ha invitato la giornalista transgender India Willoughby a diventare la patrona del club. Lei ha accettato il ruolo nella suite di ospitalità al Cougar Park, mentre sponsor e famiglie consumavano una cena a base di roast beef cucinata da Jacqui, la madre di O’Neill. La gestione della squadra è molto familiare. La giornalista ha fatto il suo discorso mentre Ryan portava una maglietta con lo slogan “I diritti trans sono diritti umani”. Tutto è andato bene e ci sono stati molti applausi. Sorpresi anche i due organizzatori. «Vedere una donna trans ottenere una risposta del genere a Keighley è una cosa grandiosa». E nella prossima stagione i giocatori indosseranno i colori del movimento per i diritti trans. «Tutti sono benvenuti qui». La storia ha molto incuriosito Rory Smith, corrispondente del New York Times che ci ha scritto un lungo articolo.
La squadra è arrivata alla finale dei play-off della sua lega e punta alla promozione, ci sono anche piani per fare un’altra entrata allo stadio e costruire un’arena per la boxe, per attirare la comunità asiatica che non ha mostrato molto entusiasmo per il rugby. O’ Neill e Garcia continuano ad avere un problema, ma è molto diverso da quello iniziale: ora la città chiede di più, di intensificare le iniziative, non si vuole più fermare. Da roccaforte macho a città inclusiva con mete arcobaleno. Nessuno l’avrebbe detto. Che bisogna pensare: che ai tifosi se salvi la squadra non interessa né da dove vengono i soldi né dei tuoi orientamenti sessuali? Oppure che certe paure e pregiudizi si sono stinti? Keighley aveva tutto per voltare le spalle al rugby invece ne ha fatto la sua nuova bandiera. Non è vero che i peccati invecchiano, a volte si smette di farli.