“Nelle lunghe corse sento i sussurri di un’infanzia che non potrò mai più riavere e di una casa a cui non potrò mai più tornare. In questi sussurri, nei brusii e nei borbottii delle lunghe corse, ci sono istanti in cui comprendo di nuovo quel che un tempo sapevo”. Mark Rowlands, filosofo gallese con la passione del running, ha corso nelle città, nelle campagne, nei boschi, nelle radure, da Oxford all’Alabama, dall’Irlanda alla Florida, scoprendo nella corsa il valore intrinseco della vita e la suggestione di sussurri e case dell’infanzia. Gli stessi luoghi dell’anima che Angelo Ferracuti ha ripescato nel suo struggente romanzo ‘Il figlio di Forrest Gump’ (Mondadori), autobiografia e biografia del rapporto tra lo scrittore e giornalista marchigiano e suo padre Mario.
L’ultima visita a casa dei genitori
“Un romanzo – ha scritto Paolo Di Stefano – sulla forza di repulsione e di attrazione della famiglia e sulla cattiveria gratuita che la famiglia sprigiona pur di sopravvivere a sé stessa, visto che quando la cattiveria è finita è troppo tardi per qualunque riparazione: ne rimane il ricordo, dolceamaro, sufficiente tutt’al più a scriverne”. E quel “troppo tardi” è nell’incipit del libro che prende le mosse dall’ultima visita di Ferracuti nella casa dove è cresciuto, pronta a essere smobilitata per la morte dei genitori.
L’inizio quasi per caso, le maratone e le 100 km
L’autore ha poco a che fare con la corsa, a parte una breve frequentazione giovanile della velocità in pista, mentre per il padre il running diventa improvvisamente l’essenza totalizzante della vita sulla soglia dei cinquanta anni: “Sudava sotto il sole, correva sotto la pioggia battente, affondava i piedi sul bagnasciuga, in inverno, in estate e in primavera, correva alle prime luci dell’alba, solitario come un donchisciotte. Si allenava tutti i santi giorni e parlava da posseduto solo di quello, come se tutto il resto non esistesse”. Dalle corse di paese passò alle maratone, poi alle 100 chilometri, come la Firenze-Faenza, la Biel Bienne, la Svizzera City Marathon, la Santander Marathon, l’Hartola City in Finlandia. In contemporanea alle 100 chilometri, correva le maratone più prestigiose a New York, Londra, Mosca, Budapest, Amsterdam, Zurigo, Atene, Bruxelles, Stoccolma, Helsinki, Parigi, Barcellona. Le sue imprese raggiunsero il culmine quando nel maggio del 1985 marciò per 48 ore nella pista del Campo Scuola di Ascoli Piceno, davanti ai giornalisti e a quattromila spettatori, coprendo 300 chilometri. Il terzo italiano di tutti i tempi per numero di gare effettuate.
La corsa per raccontare l’amore-odio tra padre e figlio
Ma non è la corsa il cuore del libro o, meglio, è il pretesto per raccontare l’amore-odio tra un figlio e un padre, scontro generazionale negli anni di piombo: “Comunista non lo ero stato mai – scrive Ferracuti – anarchico invece sì, anarchico e molto ribelle, un libertario di quelli che non disdegnavano l’uso della violenza nella lotta di classe. Così, mentre il muro di Berlino cadeva nell’euforia dei giovani tedeschi che brindavano, avevo provato un sentimento misto di angoscia e allegria”; “Tutti i miei sogni, tutte le mie illusioni, tutta la mia rabbia che ancora mi porto addosso sono nati dentro quegli anni. Anni che mi ricordano la più grande e cocente sconfitta della mia vita, il fallimento più grande ma anche il più bello di tutti”.
I contrasti sulla politica e la società
L’antitesi di un padre che sembrava coltivare sogni solo attraverso la corsa: “Stringevo i pugni sotto il tavolo, serravo le mandibole, e pensavo che forse non sapevo cosa sarei diventato da adulto, ma ero certo che non volevo diventare come lui. Il suo nichilismo lo portava a ripetere che non avremmo mai cambiato nulla, e nulla sarebbe mai cambiato. Mai. ‘Illusi’ diceva ridacchiando ‘otterrete solo il contrario di quello che volete’ ”. “In realtà parlavamo del mondo, parlavamo degli altri per non parlare di noi, e alla fine ne uscivamo sempre con le ossa rotte. Mia madre e mia sorella lasciavano presto la tavola e sparivano al piano di sopra”.
Il viaggio sulle orme del padre
Contrasti spinti fino allo scontro fisico: “Volevo farti male e avevo paura di farti del male, ma era l’unico modo per avere definitivamente un rapporto con te, poterti finalmente toccare. Ti odio e ti voglio bene, avrei voluto amarti ma tu non me lo hai mai concesso, non ti sei fatto amare babbo”. Angelo Ferracuti riuscirà a “toccare”, ad accarezzare il padre attraverso il suo libro, raccontando nelle pagine finali, in un commovente reportage, il viaggio in Norvegia, Finlandia, fino ai confini con la Russia, lungo le strade dove Mario aveva corso tanti anni prima: “Era come se di tanto in tanto la figura di un uomo che camminava al lato della strada cominciasse a correre, a testa bassa. A testa bassa finché il pullman si allontanava e allora, ero certo, su quella faccia ormai distante riconoscevo i tratti di Mario, mio padre”. “Ti vedevo correre come un fantasma, ancheggiante, dentro un paesaggio a tratti nebbioso, con tutta la tua potenza e la tua gioia. Tu dentro la natura, felice”. Una riconciliazione iniziata davanti all’ultimo capezzale: “Morì soffocato nel sonno, questo disse mia sorella. Quando lo vidi provai quasi un senso di sollievo, non avrei più dovuto litigarci, lui adesso avrebbe smesso di infierire, non avevamo voluto conoscerci, era colpa di tutti e due, inutile recriminare”.
Il maratoneta e lo scrittore
E una riconciliazione che lega, finalmente, le due grandi passioni fin lì contrapposte di Mario e Angelo: “La tenuta mentale di un maratoneta e quella di uno scrittore – scrive Ferracuti - si misurano nel tempo sospeso fra la partenza e il traguardo, nella determinazione di ricominciare ogni volta con lo stesso desiderio di prima anche dopo un clamoroso fiasco, oppure dopo un ritiro”. Parole che echeggiano il pensiero di Murakami Haruki: “Scrivere un libro è un po' come correre una maratona, la motivazione in sostanza è della stessa natura: uno stimolo interiore silenzioso e preciso, che non cerca conferma in un giudizio esterno”.