Andrea Benvenuti: “Ero un campione, ma ora ho rimesso in piedi Tamberi. I miei figli in nazionale”
di Giuseppe Antonio PerrelliIl campione europeo degli 800 metri di atletica. Il fisioterapista che Gianmarco Tamberi ha ringraziato dopo il suo oro olimpico. Il papà dei due calciatori gemelli che hanno firmato la piccola, grande impresa della nazionale di San Marino. Tante vite, una vita sola. Che Andrea Benvenuti, 55 anni, racconta con un’emozione libera da pudori solo quando parla di loro due, Tommaso e Giacomo, i terzini diciottenni che “hanno la corsa degli ottocentisti ma il tocco di palla dei giocatori veramente forti”, come ha detto il loro commissario tecnico, Roberto Cevoli.
Campione europeo degli 800 metri piani ad Helsinki 1994 con la corsa agile e fluida dei predestinati.
“Sono partito per la Finlandia con l'idea che avrebbero dovuto spararmi per battermi. Stavo bene, non ce n’era per nessuno”.
L’argento in quella gara andò al norvegese Rodal, che nel 1996 conquistò l’oro alle Olimpiadi di Atlanta, dove lei si fermò in semifinale.
“Avevo perso tutto l’anno precedente: a fine ‘94 mi sono rotto il ten…
Il campione europeo degli 800 metri di atletica. Il fisioterapista che Gianmarco Tamberi ha ringraziato dopo il suo oro olimpico. Il papà dei due calciatori gemelli che hanno firmato la piccola, grande impresa della nazionale di San Marino. Tante vite, una vita sola. Che Andrea Benvenuti, 55 anni, racconta con un’emozione libera da pudori solo quando parla di loro due, Tommaso e Giacomo, i terzini diciottenni che “hanno la corsa degli ottocentisti ma il tocco di palla dei giocatori veramente forti”, come ha detto il loro commissario tecnico, Roberto Cevoli.
Campione europeo degli 800 metri piani ad Helsinki 1994 con la corsa agile e fluida dei predestinati.
“Sono partito per la Finlandia con l'idea che avrebbero dovuto spararmi per battermi. Stavo bene, non ce n’era per nessuno”.
L’argento in quella gara andò al norvegese Rodal, che nel 1996 conquistò l’oro alle Olimpiadi di Atlanta, dove lei si fermò in semifinale.
“Avevo perso tutto l’anno precedente: a fine ‘94 mi sono rotto il tendine della fascia plantare e mi sono dovuto operare negli Stati Uniti. Poi, quando avevo ripreso a correre, a metà giugno del 1995 ho avuto un grosso incidente stradale e di fatto ho chiuso l’anno lì. Sono tornato in pista ma l'efficacia del mio piede a terra non era più la stessa. Avevo perso qualcosa, non ero più veloce come prima. Troppi problemi si sono sommati”.
Gli infortuni sono stati una costante nella sua carriera. Ai Mondiali di Stoccarda del 1993 in batteria si accasciò piangendo e reggendosi il piede sinistro.
“Mi sono rotto un metatarso. Cinque o sei giorni prima avevo iniziato ad avvertire dei fastidi, via via sempre più forti. Ma era un mondiale, dovevo tenere duro. La mattina della gara non riuscivo a mettere il piede giù dal letto, ho preso un antidolorifico e ho gareggiato con un bendaggio. Però a un certo punto ho proprio sentito il crack, l’osso che si è rotto, ha fatto un bel male”.
Ha il rimpianto di non aver conquistato quell’oro olimpico che probabilmente il suo talento avrebbe meritato?
“Per vincere ai Giochi devi essere perfetto nel momento giusto. Io credo di essere stato nella condizione di battere tutti, ma nei giorni sbagliati. Sicuramente il destino non mi ha dato seconde chances: quando sono arrivato quinto negli 800 a Barcellona 1992 avevo 22 anni e mezzo e mai mi sarei immaginato che quella sarebbe stata l'ultima gara olimpica di alto livello della mia carriera. In questo senso, il rimpianto c’è. Dopodiché lo sport è fatto di uno che vince e degli altri che perdono”.
Quando ha deciso di ritirarsi?
“A inizio del 2000 ho cercato di partecipare alla mia terza Olimpiade. Mi sono detto: ‘Se vedo che non provo più gioia in quello che faccio, cambio vita, mi creo un futuro lavorativo’. Un giorno, mentre ero al campo, ho deciso: basta, finisce qui. Non ci ho pensato su chissà quanto. E dall’oggi al domani sono passato da dieci allenamenti a settimana a dieci ore filate sui libri per entrare al primo tentativo nella facoltà di Fisioterapia di Bologna, dove poi mi sono laureato. Ho smesso di correre arrabbiato, perché non riuscivo a liberarmi dai problemi fisici, e ho messo tutto me stesso per capire i meccanismi biologici dell’individuo, come funziona l'organismo”.
Nel 2024 come giudica i suoi infortuni di trent’anni fa?
“Se io e le persone che mi hanno seguito avessimo avuto il 20% delle conoscenze che ho adesso, tutto sarebbe andato diversamente. Allora, per esempio, ci si fermava solo per fratture e microfratture. Ora invece con una risonanza scopri se c’è una situazione di stress response, cioè se l'osso sta soffrendo per un carico eccessivo che lo predispone alla frattura. Negli anni successivi all’infortunio del 1993 mi sono allenato convivendo col dolore, tenevo duro ma inconsapevolmente facevo del male alla mia salute. All’epoca quando entravi in un circolo vizioso, difficilmente ne uscivi. Si procedeva per tentativi, quando andava bene. Quando andava male, ti piegavi senza saperlo agli interessi di chi ti curava: so solo io quanti soldi ho speso in quegli anni per guarire. Spesso c’era poca medicina e molta alchimia”.
Alchimia che, in senso figurato, s’è subito creata tra lei e Gianmarco Tamberi.
“Nel 2013 è venuto al poliambulatorio Odon di San Marino, in cui sono responsabile del servizio di Fisioterapia, perché gli aveva dato il mio nome un altro saltatore in alto. È sempre stato un paziente molto, molto attento, vuole sapere ogni minimo particolare da chi si occupa del suo fisico. Con Gimbo non si possono fare le cose a caso, è un confronto continuo: quando non ci vediamo, ci sentiamo spessissimo, anche dieci volte a settimana perché lui lavora molto anche sulla parte preventiva. Poi, quando si avvicina la gara, tende a isolarsi e bisogna lasciarlo solo”.
Con l’oro olimpico di Tokyo al collo, l’ha pubblicamente ringraziata per il lavoro fatto insieme dopo l’infortunio che non gli permise di partecipare ai Giochi di Rio.
“Tamberi è un atleta fuori dal comune: un matto razionale. È preciso e meticoloso nella preparazione e nella cura del fisico, poi in gara diventa un altro, vive di adrenalina, si iperstimola con il rapporto col pubblico. Il ricordo dell’infortunio di otto anni fa non lo sfiora minimamente, non ha quella debolezza: agli Europei di Roma dello scorso giugno aveva già vinto la gara ma è rimasto in pedana per saltare i 2.37. Di fatto ha voluto ricreare le stesse condizioni del giorno dell’infortunio di Montecarlo, a luglio 2016”.
A Roma, dopo il salto che gli ha garantito l’oro, ha finto di essersi fatto male per poi tirar fuori le molle dalle scarpe.
“Mi è preso un colpo, gli ho detto: non fare mai più una cosa del genere, mi hai tolto dieci anni di vita. Dopo la delusione di Parigi, sicuramente continuerà. Ma non so se arriverà fino ai Giochi di Los Angeles, nel 2028. Se dovessi pensare alle motivazioni, non avrei alcun dubbio. Però salta da dodici anni più di 2 metri e 30, ha avuto una carriera di altissimo livello, ma anche tanti infortuni. Dovrà gestire una situazione fisica non semplicissima”.
Come mai ha scelto di vivere a San Marino?
“Mia moglie, Elisa Vagnini, anche lei ex mezzofondista, è di padre italiano e madre sammarinese. Per questo, quando ci siamo sposati, abbiamo preso casa qui e ci siamo trasferiti. Oltre al lavoro nell’ambulatorio, sono stato ct della Federazione di atletica, membro della commissione tecnica del Comitato olimpico e, all’interno della nostra Federcalcio, prima preparatore atletico dell'under 13, poi responsabile della programmazione dell'attività giovanile e di tutti i preparatori atletici”.
Il calcio è entrato prepotentemente nella sua vita: Tommaso e Giacomo, i suoi due figli gemelli di 18 anni, giocano nelle giovanili del Sassuolo.
“Abitiamo sopra il campo di Falciano, ai figli abbiamo fatto provare tutti gli sport: nuoto e calcio, atletica e calcio, tennis e calcio, basket e calcio. Ogni anno affiancavamo uno sport ma loro, da quando avevano cinque anni, non hanno mai voluto mollare il pallone, non hanno mai saltato un allenamento e hanno subito mostrato di saperci fare con i piedi. Sono eterozigoti ma si somigliano moltissimo, sono quasi uguali. A gennaio 2020 mi chiamò Bruno Conti, che li voleva alla Roma, poi non se ne fece più nulla perché scoppiò la pandemia. Alla fine abbiamo scelto Sassuolo, che ha anche il pregio di non essere troppo lontano da casa”.
I suoi figli sono stati tra i protagonisti della promozione alla Lega C della Nations League della nazionale di San Marino, suggellata dalla vittoria 3-1 in Liechtenstein.
“Al ritorno da Vaduz, aspettavano qui la squadra per i festeggiamenti. Ma loro, che frequentano l’ultimo anno del liceo scientifico, hanno voluto che portassi la macchina all’aeroporto di Bologna per andare direttamente a Sassuolo perché il giorno dopo avevano la verifica di storia: ‘Ma col progetto studente-atleta la verifica non ve la potrebbero fissare il giorno dopo’. ‘No, ma l'abbiamo chiesta noi perché abbiamo fatto tante assenze’. A casa siamo contenti, anche ammirati: io sono diventato così maturo dopo, non a 18 anni, e loro lo erano già anche a 14”.
Due figli, due terzini: uno destro, Giacomo, l’altro mancino, Tommaso.
“In realtà Giacomo faceva la prima punta, Tommaso l'esterno alto. Poi gli allenatori li hanno spostati sulle fasce per sfruttare le loro doti naturali. La corsa di Tommaso assomiglia molto alla mia, agile e fluida, quella di Giacomo, che in assoluto è più veloce, è basata sulla forza. Ma dal punto di vista aerobico sono tutti e due degli ‘animali’, con una grandissima resistenza all’acido lattico: in seconda media, senza riscaldamento, hanno corso i mille metri in 3 minuti e un secondo. Diciamo che sono sportivi ‘rubati’ all’atletica e agli 800 metri”.
Ecco, perché lei è diventato un ottocentista?
“Avevo la dote naturale della corsa, ma da ragazzo mi mancavano forza e resistenza, che invece i miei figli hanno sempre avuto. Verso i vent'anni mi sono stancato di perdere e ho capito che se volevo veramente raggiungere i massimi livelli, dovevo compiere uno step mentale. E così nei raduni delle nazionali ho battezzato tutti i miei compagni: tu se il più veloce, ma d’ora in poi lo sarò anche io. Tu sei il più resistente, ma non mi staccherai mai più. Ci vogliono impegno e dedizione. Adesso mi dicono che sono un gran lavoratore. Ma la fatica e la stanchezza che ho sopportato quando ero atleta non le ho mai più provate in vita mia. Se sono riuscito a resistere a quei carichi lì, anche negli anni brutti, non mi può certo spaventare una giornata lavorativa di dodici ore”.