È uscito a Natale, ma non è un film di Natale. Non c’è lieto fine, nessuno vive felice e contento, manca anche l’american dream. Si chiama The Fire Inside. Il fuoco dentro. Fuori invece solo disgrazie. Parla di una ragazza che vuole salire sul ring. Lei è Claressa Shields, è il 2006, non ha ancora 16 anni, vive in Michigan. Nevica quando di pomeriggio arriva alla Berston Field House, un seminterrato dove Jason Crutchfield, impiegato in un’azienda che installa cavi, fa l’allenatore per pura passione, senza uno stipendio, con la speranza di poter trovare un campione. Un ring, tre sacchi pesanti e un radiatore rotto che versa acqua sul pavimento. È onesto quando le dice: «Qui non alleniamo ragazze». Lei insiste, fammi provare: «Gioco a football con i ragazzi, sudo e corro forte come loro». Si mette i guantoni e ne manda ko uno. Lui vede la scintilla: il fuoco dentro, appunto.
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Claressa viene da Flint, una città che ormai non è più nulla e che deve la sua fama all’industria automobilistica. Nel 1908 William C. Durant, pioniere del settore, vi fondò la General Motors. Era Vehicle City. Poi a fine anni 80 con la chiusura di undici stabilimenti e il taglio di 35 mila posti di lavoro la città va in rovina, diventa brutta e cattiva, ricordate Roger & Me, il bel documentario di esordio di Michael Moore, nato lì, con padre e nonno ex operai dell’auto, e i suoi falliti tentativi di intervistare Roger Smith, amministratore delegato dell’azienda? L’avrete già capito: nessuno fa strada a Flint. Si muore prima: violenza, droga, incuria. Povertà e segregazione che vanno sotto la formula “razzismo ambientale”.
A Flint si spara, si spaccia, non si spera. L’acqua del fiume è avvelenata, contaminata con il piombo a causa della decisione politica di cambiare la fonte di approvvigionamento idrico per risparmiare, tanto è gente miserabile, chi mai protesterà? La popolazione si ammala, il lavoro manca, le case sono in rovina, la comunità è depressa. Però c’è Claressa Shields. Lei a pezzi non ci va, vi ci riduce. Il suo soprannome è “T-Rex” perché da bambina era scheletrica e con le braccia corte, ma feroce come il dinosauro. A nemmeno 17 anni vince il titolo a Londra 2012 nei pesi medi e diventa la prima campionessa olimpica di boxe americana. Combatterà con le trecce di colore blu finché esisterà l’emergenza idrica legata a quel fiume che guasta il sangue dei bambini. Lei che non doveva farcela: fame, madre tossica, padre in galera (7 anni per furto con scasso), nessuna fissa dimora, stupri e molestie subite. Condannata e pestata dalla vita, come tutti a Flint, afasica fino a cinque anni, cacciata di casa per aver denunciato alla madre che il suo amico l’aveva aggredita sessualmente, ospitata però da una nonna con le idee chiare («Le donne possono tutto»). Il classico film sulla boxe, direte voi, dove dare pugni è un modo per scrollarsi di dosso il dolore e trovare sé stessi. Non solo, perché Claressa scopre che arrivare in cima al mondo non salva se non sei compatibile con un certo ruolo. Anche se come prima cosa si compra un letto («Non l’ho avuto per troppe notti»), non è lei la Million dollar baby. L’oro di Londra la illude, ma non migliora la sua vita. Nella quotidianità è una medaglia di latta, non porta soldi, né contratti. A parte una locale concessionaria di auto che le regala una Camaro nero-oro personalizzata, gli sponsor sono riluttanti ad accostare il proprio marchio a una donna che ne picchia altre, una ragazza così lontana dall’ideale classico di femminilità. «È stato scoraggiante, non chiedevo di più, ma di essere rispettata come afroamericana e come atleta che rappresenta gli Stati Uniti».
Claressa non perde la sua rabbia e vince anche il secondo titolo olimpico a Rio 2016, prima pugile americana a riuscirci. 64 successi da dilettante, una sola sconfitta, prima di passare professionista e di essere contattata da Hollywood. Il negoziato con lo sceneggiatore Barry Jenkins, premio Oscar per Moonlight, dura a lungo, ci si mette anche la pandemia. «Gli ho detto: non siate dispiaciuti per me perché io non lo sono, ma voglio che tutti sappiano quello che ho attraversato. Penso sempre al ragazzo che mi ha abusata quando avevo cinque anni, io sono comunque riuscita ad andare avanti bene. Deve essere brutto per lui». Penserete ai pugni, ai lividi, ai colpi che fanno male. Ma non sono quelli del ring. Claressa ha una sorella di 18 mesi più giovane, Briana, e un fratello. E la storia delle due sisters vale un altro film (Zackary Canepari per Contrasto nel 2015 ci fece un bel libro di fotografie). Perché se una trova le ali per volare, l’altra precipita. Una golden child e una troubled child. Claressa cerca una palestra, Briana no. La prima ascolta il racconto di suo padre che parla di Muhammad Ali e di sua figlia Laila, anche lei pugile, Briana invece dà retta alle sirene della droga. Quando la situazione a casa peggiora, la prima va a stare da Jason, l’allenatore. La seconda invece bighellona per strada, niente più scuola, solo risse e aggressioni. Quando Claressa è a Londra per i Giochi Olimpici, Briana è in riformatorio. La prima non vuole figli («Ho patito troppo da bambina»), la seconda ne ha tre, senza padri presenti. Tra le due sorelle il rapporto è turbolento, quello con la famiglia non va meglio. «Da me vogliono tutti di più. Ho comprato un’auto ai miei fratelli, a mamma e a papà, oltre ad aver regalato loro una casa e averli aiutati a pagare le bollette, mi sono presa cura dei tre figli di mia sorella, che sono venuti a vivere con me. Ho adottato la bimba di una mia cugina in difficoltà, che ne aveva altri due, per poi essere accusata di avergliela rubata. Più fai, più non gli piaci. Nulla basta mai, troppa invidia, mi sono rassegnata, sono una brava persona, ma non posso fare altro. Le persone non vogliono quello che gli dai, vogliono quello che hai, quello per cui ho lavorato sodo».
Claressa Shields oggi ha 29 anni, ha successo e soldi, è imbattuta tra le professioniste, a febbraio difenderà il titolo dei pesi massimi a Flint, a casa sua, contro Danielle Perkins di Brooklyn. «Ehi ragazza, perché vuoi boxare?» le chiese quel giorno il coach. E lei: «Sono stanca di perdere».