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Cinque anni senza Gianni Mura, cosa ci ha insegnato il suo modo di raccontare

Gianni Mura

 

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Il 21 marzo del 2020 ci lasciava il grande giornalista di Repubblica
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Gianni Mura non c’è più dal primo giorno di primavera di cinque anni fa. Era un sabato di nuvole alte, di bora, di mare mosso, si doveva correre la Milano-Sanremo, infuriava la pandemia. Lo sport si era fermato e di mattina all’ora in cui partono le corse si fermò anche il suo bellissimo cuore. Come se in un mondo senza ciclismo, “dove chi fugge non è un vigliacco”, Gianni non ci volesse o non ci potesse stare.

Il suo primo Giro con il soprannome “lontrina” (per il discreto appetito) l’aveva seguito sessanta anni fa, nel ’65: esordiva Felice Gimondi, vinse Vittorio Adorni. Aveva una voce calda, fedele alle parole che pronunciava, corretta negli anni da un fiume di sigarette (anche se lui le spegneva quasi subito, per poi riaccenderne altre, convinto così che la nicotina facesse meno male). Il suo modo di raccontare: dallo sport arrivava alla vita, poi tornava indietro trascinandosi appresso tutto, dove la scrittura era la speranza di raddrizzare le cose e dare loro la possibilità di e…

Gianni Mura non c’è più dal primo giorno di primavera di cinque anni fa. Era un sabato di nuvole alte, di bora, di mare mosso, si doveva correre la Milano-Sanremo, infuriava la pandemia. Lo sport si era fermato e di mattina all’ora in cui partono le corse si fermò anche il suo bellissimo cuore. Come se in un mondo senza ciclismo, “dove chi fugge non è un vigliacco”, Gianni non ci volesse o non ci potesse stare.

Il suo primo Giro con il soprannome “lontrina” (per il discreto appetito) l’aveva seguito sessanta anni fa, nel ’65: esordiva Felice Gimondi, vinse Vittorio Adorni. Aveva una voce calda, fedele alle parole che pronunciava, corretta negli anni da un fiume di sigarette (anche se lui le spegneva quasi subito, per poi riaccenderne altre, convinto così che la nicotina facesse meno male). Il suo modo di raccontare: dallo sport arrivava alla vita, poi tornava indietro trascinandosi appresso tutto, dove la scrittura era la speranza di raddrizzare le cose e dare loro la possibilità di esistere e di farsi storia.

Gianni Mura con la moglie Paola 

Gianni Mura al Tour

Per tanti lettori l’estate iniziava a luglio, quando si apriva il romanzo di Mura al Tour, dove partendo dalle due ruote si allargava al paesaggio, ai profumi e ai dialetti, ai campi e alle cucine, ai poeti e ai cimiteri, ai papaveri tra le croci. Sapeva ricordare, voci e silenzi, difficile gli sfuggisse un passo di De André, di Leo Ferré, di Roberto Murolo. Aveva orecchio, era attento al ritmo, al suono, in quello era un rabdomante, solo che al posto dell’acqua trovava la musica e la metteva nei suoi pezzi, in quell’italiano che a differenza di lui non stonava mai.

I giochi di parole

I suoi giochi di parole erano da maestro: lacerocontuso, albero ammaccato. Ma in cattedra ci saliva solo per scenderne. Si schierava, non giudicava, rispondeva sempre a tutti su tutto. Aveva credibilità: se lo dice Mura, e la discussione finiva lì. E quando la vita ti metteva davanti a un bivio, Gianni era il confronto, un modo per capirti meglio: sia per Julio Velasco, ct del volley, che per Damiano Tommasi, ex calciatore, ora sindaco di Verona.

Non è vero che era un tipo da pane, salame e vino rosso, apprezzava anche lo champagne, e la raffinata semplicità della passatina di ceci e gamberi di Fulvio Pierangelini, suo cuoco preferito, di cui si era documentato anche sulla tesi di laurea. E intanto ti spiegava la grandezza di Alfonso Gatto. “La sua poesia è abitabile, ti conquista, si aggrappa, e poi al Tour lasciava sempre un fiore sulla tomba di Theophile Gautier”.

Gianni questo amava, la capacità e la voglia di deviare dal percorso, il fermarsi per un ricordo che non è mai niente, combatteva l’ottusa convinzione che per raccontare l’oggi non è importante sapere cosa è successo ieri. Prima di scrivere, bisogna leggere (molto). E saper vedere, ascoltare, sentire. Anche resistere. Si chiama cultura. E giù brutti voti a chi non aveva messo in prima pagina la morte di Raymond Poulidor. Come si può dimenticare, anzi trascurare un campione sfortunato che in 14 Tour non era mai stato nemmeno mezza giornata in maglia gialla? Gianni era sempre dall’altra parte, ma era anche un conservatore nel vero senso della parola, non buttava via niente, sapeva che è molto facile perdere qualcosa ed è molto difficile riaverla indietro. C’è più dignità e sapienza nel suono che fa la palla che nei droni. Non era per le patrie, ma per l’appartenenza a un luogo, a un sentimento, rivendicava il noi, non solo nello sport, concordava con la scrittrice spagnola Belen Gopegui sulla legge dell’insieme: le gocce che cadono dal cielo sono gocce e al tempo stesso pioggia.

Una biblioteca intitolata a Mura

Giovanni Diego (nome del nonno paterno) Mura ha lasciato tracce e segnali visibili. Al suo indirizzo di Milano arrivano ancora libri di poesie, l’ultimo dalla Carnia in lingua friulana, per la moglie e collega Paola, il Salone del Libro di Torino ha dal 2022 un importante premio di letteratura sportiva a lui dedicato, l’associazione AltroPallone sta costruendo la prima biblioteca dello sport di Milano che porterà il suo nome, un ristoratore a Ischia ha una sua frase con firma sulla lista dei vini (“Confesso che ho bevuto, mai però per dimenticare”), all’Abbazia di Fiastra i suoi amici marchigiani nel Parco della Vita hanno piantato un ciliegio che lo ricorda e che cresce.

Era popolare perché badava alla sostanza, non gli fregava niente degli allenatori indossatori, diceva che capitani come Scirea e Di Bartolomei, senza tatuaggi e orecchini, oggi non li avrebbe comprati nessuno. Sapeva che il calcio era sempre lì a raschiare il confine tra poesia e fatturazione, che le trasferte in Cina allontanano il tifoso, meglio la gita a Riscone, gli piaceva lo scatto di Salah, notava il caratterino del bravo Gasperini, era scocciato di sentire parlare solo di soldi, di banche, di fideiussioni, di coperture. “Sarebbe ancora uno sport, dico alla fine il calcio sarebbe ancora uno sport”. Lo stupivano non quante magliette vendesse l’Inter a Pechino, ma la bellezza del gioco e di un gesto umano.

Il ricordo dei colleghi

Eddy Merckx, nato anche lui nel ’45, suggerisce che Gianni oggi amerebbe Pogacar. “Perché corre con la passione disegnata sul viso e per come affronta le corse, senza risparmio”. Aligi Pontani, collega e amico, dice che darebbe ancora un voto alto al 73enne Claudio Ranieri. “Nel 2016 ai tempi del Leicester lo consacrò addirittura con un 9,5. Ne avrebbe ammirato l’onestà e l’equilibrio nel dichiarare dopo l’eliminazione dalla Europa League contro il Bilbao che la decisiva espulsione di un suo giocatore, Hummels, era stata sacrosanta (poi modificata in ‘severa’), mentre nello stesso momento la stampa romana gridava allo scandalo”.

Per Giuseppe Smorto, compagno di avventure e d’impegno: “Non approverebbe le squadre che vanno sotto la curva a chiedere scusa, perché le curve sono infiltrate da una certa politica ultrà e neonazista di cui lui era fiero oppositore”.

Per Alessandra Giardini, collega, 4 Tour con lui: “Nel primo pomeriggio lo trovavi fuori dalla sala stampa, a dividere un cestino di albicocche con gli autisti. Aveva un coltellino svizzero che gli serviva per affettare salumi e formaggi: c’era sempre un comitato di tappa che portava le primizie del dipartimento per un assaggio. Sul suo tavolo c’erano pile di cartine geografiche, era la sua ribellione all’era dei Gps. Gli piacevano i francesi, Pinot e Bardet, che hanno illuso, senza mai diventare vincenti. Non gli andavano a genio quelli troppo moderni, programmati, tecnologici. Aveva sempre bisogno di trovare un difetto, una crepa nella perfezione. Gli sarebbe piaciuto van Aert, avrebbe cercato di capire dove si è perso tutto quel talento. E anche van der Poel, che era ancora un bambino quando gli fu raccomandato da suo nonno Raymond Poulidor. E Pogacar? Avrebbe amato i suoi ciuffi fuori dal casco, piccola imperfezione in tutto quel predominio, e il suo gusto per le corse. Parlava con chiunque, ma preferibilmente con quelli che vedeva ai margini: dalla storia, della tappa, del mondo. Lo ha raccontato Alessandro De Marchi, friulano di Buja, una delle teste migliori del gruppo. “Un giorno mi squilla il cellulare ed era Gianni Mura: voleva complimentarsi con me per il piglio con cui avevo corso in Francia, era realmente ammirato, non mi aveva telefonato per lisciarmi il pelo e poi chiedermi qualcosa a tradimento. Una volta riattaccato, camminavo a mezzo metro da terra”. Il piglio, a Gianni era piaciuto quello.

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