Il graffio del Gattopardo, Carraro con Malagò perché tutto resti com’è
di Matteo PinciROMA – Vincere senza prendere nemmeno un voto. Più che elezioni, quelle del Coni sono state lezioni di politica, l’ultimo capolavoro di chi percorre i corridoi di Palazzo da più di sessant’anni: Franco Carraro. Il Gattopardo ha piazzato il suo graffio prendendo la citazione di Tancredi e usandola a rovescio, stavolta: «Se vogliamo che tutto cambi, bisogna che tutto rimanga com’è». Come dire: cambiate pure il presidente, ma non toccate il Coni, a partire dal segretario generale, Carlo Mornati.
Miglietta scaricato da Buonfiglio
Il nome intorno a cui Carraro ha tessuto una trama da romanzo, che per nutrirsi aveva bisogno di un tradimento: e così Buonfiglio per salire al trono ha dovuto scaricare chi gli aveva garantito i voti facendo campagna per lui, quell’Alberto M…
ROMA – Vincere senza prendere nemmeno un voto. Più che elezioni, quelle del Coni sono state lezioni di politica, l’ultimo capolavoro di chi percorre i corridoi di Palazzo da più di sessant’anni: Franco Carraro. Il Gattopardo ha piazzato il suo graffio prendendo la citazione di Tancredi e usandola a rovescio, stavolta: «Se vogliamo che tutto cambi, bisogna che tutto rimanga com’è». Come dire: cambiate pure il presidente, ma non toccate il Coni, a partire dal segretario generale, Carlo Mornati.
Miglietta scaricato da Buonfiglio
Il nome intorno a cui Carraro ha tessuto una trama da romanzo, che per nutrirsi aveva bisogno di un tradimento: e così Buonfiglio per salire al trono ha dovuto scaricare chi gli aveva garantito i voti facendo campagna per lui, quell’Alberto Miglietta presidente della Federazione pesistica rimasto fuori dalla scacchiera del potere sportivo: nessuno ha avuto il coraggio di dirglielo, prima. «Ho dovuto», le uniche parole che gli ha concesso il nuovo presidente.
Soltanto tre giorni fa per Carraro si stava componendo uno scenario apocalittico: rischiava una figuraccia allo showdown del voto per la presidenza, con numeri talmente miseri da indicare i fedelissimi Gianni Petrucci e Gabriele Gravina come i suoi unici elettori. Su questa debolezza però ha costruito il proprio successo. Di voti non ne ha preso nessuno svincolando i suoi aficionados («Votate gli altri due»). Ma ha stabilito lui la struttura amministrativa del Coni prima ancora che fosse chiaro il nome del nuovo presidente.
L’accordo in volo tra Carraro e Malagò
Prima di scendere a patti con Malagò, Carraro aveva annusato l’altro lato dello schieramento, sondando gli oppositori storici, Barelli e Binaghi, senza però andare a fondo. Poi, quando Gravina e Petrucci gli hanno chiesto — quasi supplicandolo — di ritirarsi per evitare di ritrovarsi con un partitino da due voti, il Gattopardo ha capito di avere in mano una carta. E ha bussato all’unica porta che non poteva non aprirsi: quella del presidente del Coni Malagò, padre politico della candidatura di Buonfiglio, che per settimane è sembrato quasi infastidito dalla sua discesa in campo. L’occasione giusta per aprire il fronte si è manifestata lunedì sul volo che li riportava insieme a Roma da Losanna: le basi dell’accordo le ha gettate lì, in volo con Malagò.
La conferma di Mornati
Il giorno dopo Carraro, alla fine di una giornata di incontri, call e appuntamenti con Gravina e Petrucci, Malagò e Buonfiglio, ha fatto capire di essere disposto a farsi da parte. Ma a un prezzo. Chiedeva che al Coni restasse una figura di garanzia contro le ingerenze esterne: «Confermate Mornati come segretario generale almeno fino alle Olimpiadi di Milano-Cortina». Questa è la base dell’accordo, puntando anche sul suo peso internazionale (Mornati ha lo stesso ruolo anche a livello europeo). A quel punto ha messo sul piatto il proprio bacino di consensi: «Ho sei voti», la sua convinzione.
Qui è entrato in campo Malagò, che pure con Mornati ha avuto rapporti tesi. Ma ha capito che quel pugno di preferenze era l’estrema garanzia di vittoria al primo turno in una volata con troppi indecisi. Da quel momento ha ostentato sicurezza: «Vince Buonfiglio». La condizione Mornati è diventata quindi essenziale. Quando l’accordo è stato svelato da Repubblica alla vigilia del voto, Malagò ha rassicurato un agitatissimo Miglietta, segretario in pectore e prezioso portatore di voti: «Tranquillo Alberto, sono tutte falsità». E invece.
Bianchedi e Di Paola i vice di Buonfiglio
Miglietta si potrà consolare con la certezza di non essere l’unico infilzato dalla mossa del Gattopardo: dal presidente dell’atletica Mei al numero 1 del ciclismo Dagnoni, i sostenitori di Buonfiglio che più s’erano spesi per la sua candidatura sono rimasti fuori dalla Giunta. Dove invece Malagò fa sedere i fedelissimi Diana Bianchedi e Marco Di Paola, anche se perde il Richelieu Sergio D’Antoni.
La sconfitta della politica
Ma se Carraro è il vincitore della corsa al potere, a finire nel fango è la politica, di cui Pancalli era visto — a ragione o a torto — come il candidato. Perché sponsorizzato dal capogruppo alla Camera di Forza Italia Paolo Barelli, ma soprattutto dal ministro per lo sport Andrea Abodi. Una squadra costretta ora a leccarsi le ferite rimpiangendo mosse scellerate da un punto di vista tattico, che hanno indebolito anche il fronte interno. Come il decreto sport che ha sfilato alla federtennis di Angelo Binaghi il controllo sulle Finals di Torino. Proprio mentre i leghisti Giorgetti e Salvini si godono il successo dell’amico Mornati: l’ultimo graffio del Gattopardo Carraro.