La follia di Pacquiao. A 46 anni torna sul ring per un Mondiale: “Non per soldi, ma per la storia”

Manny Pacquiao durante la conferenza stampa del match
Manny Pacquiao durante la conferenza stampa del match 

La leggenda delle Filippine a Las Vegas contro il giovane Barrios sfida la legge del tempo. Alessandro Duran: “Capisco la voglia di riprovare certe emozioni, ma i grandissimi devono sapere anche dire basta”

2 minuti di lettura

Tornare sul ring a 46 anni, dopo 4 di inattività e a 6 dall’ultima vittoria seria. Nella normalità delle cose è una decisione priva di senso, ma Manny Paquiao da Kibawe, eroe nazionale delle Filippine, non ha resistito al richiamo della foresta decidendo di sfidare il tempo. Nella notte italiana tra sabato e domenica all’MGM Grand di Las Vegas tenterà di strappare il titolo mondiale Wbc dei pesi welter a Mario Barrios, messicano giovane (ha 17 anni di meno) e forte. Perché lo fa. “Non per soldi, ma per la storia” ha spiegato. Forse è così, anche se di storia PacMan (questo il suo alias) ne ha veramente fatta tanta. Basta ricordare che in 30 anni di carriera è stato campione del mondo in 8 differenti categorie di peso, dai mosca ai superwelter. Nessuno oltre i lui è riuscito in una cosa simile.

Alessandro Duran: “Sono contrario, ma capisco la ricerca della scarica di emozioni”

“Io sono contrario ai ritorni, soprattutto se sei fuori da tanto tempo e gli ultimi match non sono andati bene – spiega l’ex campione del mondo Alessandro Duran -. Perché si torna? Perché ti manca una parte importante della tua vita, una scarica di emozioni che il nuovo ruolo nella società non riesce a darti. Io apprezzo di più i grandissimi che hanno resistito alla tentazione di tornare. Mi vengono in mente Monzon, Loi, lo stesso Benvenuti. Personalmente quando lasciai, dissi che non sarei mai più tornato e ho mantenuto la parola”.

Pacquiao con il campione Mario Barrios
Pacquiao con il campione Mario Barrios 

Pacquiao, una vita difficile. Il trauma del cagnolino arrostito

Probabile che il ritorno dipenda dal fatto che la normalità delle cose noi coincida con quella di Pacquiao. Una vita senza un momento di banalità, anche nel dramma. Da bambino lasciò il nord del paese per avventurarsi nei pericoli dei sobborghi di Manila. Era comunque sempre meglio del degrado insostenibile della sua casa: il padre, un po’ per fame un po’ per rabbia, un giorno arrostì il cagnolino nel quale il piccolo Manny aveva trovato un barlume d’affetto. Pacquiao da quell’inferno è uscito: ha combattuto, ha fatto smettere fuoriclasse del calibro di Oscar De La Hoya, ha anche perso.

Una carriera che sembrava al tramonto 13 anni fa

Il ko terrificante subito in uno delle tante sfide con Manuel Marquez avrebbe mandato in pensione chiunque (parliamo di un match di 13 anni or sono), ma lui non ha battuto ciglio. Quando sale sul ring, nelle Filippine ci sono adunate oceaniche davanti ai maxischermi (“milioni di tifosi non mi hanno dimenticato…”). Una popolarità che per sei anni gli ha garantito un posto da senatore ma non gli è bastata per diventare presidente. Cantante di successo, proprietario di una squadra di basket, benefattore per i poveri per i quali ha fatto costruire migliaia di case.

Il record impossibile di Hopkins

La normalità di Pacquiao contempla la sfida alle leggi del tempo. Sembra che nei suoi programmi ci sia anche quello di diventare il più vecchio campione del mondo di sempre. Record detenuto da Bernard Hopkins, sul trono a 49 anni. L’importante è che non faccia come il buon Bernard, che a 51 primavere suonate esagerò del tutto: sfidò Joe Smith e fu letteralmente spedito fuori dal ring.

I commenti dei lettori