Era incredibile, Hulk. Era tutto vero proprio perché era tutto finto. Era il circo e l’americanata, l’urlo e il furore. Era, semplicemente, il wrestling. Ed è con questo spirito che i ragazzini degli anni Ottanta dicono ora addio alla loro infanzia, vedendola cadere da un ring senza farsi troppo male. Perché Hulk Hogan è morto.
Entrato nelle case italiane insieme a Dan Peterson
Era entrato nelle case degli italiani insieme alla voce di Dan Peterson, nei pomeriggi di Italia Uno, come se un fumetto, tipo l’Uomo Tigre, potesse prendere corpo e incarnarsi. I baffoni biondi da vichingo anabolizzato erano la maschera e il volto, insieme all’urlo, agli slogan fuori misura come tutto in lui («Ehi, dite le vostre preghiere, prendete le vostre vitamine e niente potrà andare storto!»), alle canotte strappate, agli occhioni fuori dalle orbite e alle mani grosse come padelle: narra la leggenda che sul set di Rocky III, la stretta poderosa di Hogan fece venire i lividi sulle nocche di Stallone. Sar…
Era incredibile, Hulk. Era tutto vero proprio perché era tutto finto. Era il circo e l’americanata, l’urlo e il furore. Era, semplicemente, il wrestling. Ed è con questo spirito che i ragazzini degli anni Ottanta dicono ora addio alla loro infanzia, vedendola cadere da un ring senza farsi troppo male. Perché Hulk Hogan è morto.
Entrato nelle case italiane insieme a Dan Peterson
Era entrato nelle case degli italiani insieme alla voce di Dan Peterson, nei pomeriggi di Italia Uno, come se un fumetto, tipo l’Uomo Tigre, potesse prendere corpo e incarnarsi. I baffoni biondi da vichingo anabolizzato erano la maschera e il volto, insieme all’urlo, agli slogan fuori misura come tutto in lui («Ehi, dite le vostre preghiere, prendete le vostre vitamine e niente potrà andare storto!»), alle canotte strappate, agli occhioni fuori dalle orbite e alle mani grosse come padelle: narra la leggenda che sul set di Rocky III, la stretta poderosa di Hogan fece venire i lividi sulle nocche di Stallone. Sarà andata così? Importa qualcosa?
I Bollea, in America dalla piana vercellese
In fondo era uno dei nostri, l’Incredibile. Perché di cognome faceva Bollea e perché suo nonno Pietro andò in Merica dalla piana vercellese. Invece il padre Pietro “Peter” era muratore, e la mamma Ruth insegnante di danza. Un fratello, Allan, morì per droga. L’arte sarà dunque passata nel sangue di Terry Gene Bollea (anche gli eroi hanno nome, cognome e codice fiscale) insieme alla potenza senza controllo. Perché ce ne volle di tempo, ai bambini oggi orfani, per capire che quei colossi del ring mica facevano sul serio, e si menavano recitando come nei film.
Quei cazzotti per finta alla Bud Spencer
Un tendone circense, ma anche un palcoscenico da commedia dell’arte. Sport, però oltre il confine c’erano scenografie e sceneggiature, e naturalmente personaggi. Forse macchiette, forse supereroi, figurine di un immaginario che amava i cazzotti alla Bud Spencer, e i voli come quelli di Spiderman. Lui era alto un paio di metri e avrebbe dovuto fare il bassista, ma mentre suonava con i “Ruckus” lo notarono i fratelli Brisco, non agenti musicali ma lottatori in Florida (Hulk, nato in Georgia, viveva lì) che lo portarono dal maestro Hiro Matsuda: colui che plasmò l’Incredibile e lo mandò a menare il mondo.
Una vita privata movimentata
Il severissimo guru non evitò che l’apprendista si spezzasse una gamba al secondo allenamento, ma Terry Gene era tosto e non si ritirò, anzi. Si allenò col gesso e poi senza, iniziando il viaggio fuori dal tempo e dallo spazio che l’ha portato a essere il più famoso lottatore finto di tutti i tempi. Tre mogli, qualche guaio giudiziario, quando un suo video porno, rilanciato dal sito Gawker, portò Hulk in tribunale dove ovviamente vinse il match, ottenendo un risarcimento da 30 milioni di dollari (ma ne voleva 140) mandando in bancarotta i suoi incauti avversari.
Film e pubblicità
Oltre a menare, nella vita Hulk Hogan ha fatto film, pubblicità (pure di un frullatore e di una griglia da barbecue, “The Hulk Hogan ultimate grill”), ha aperto una catena di fast food rimasta attiva per poco più di un mese, è stato fumetto Marvel e videogioco, è inciampato in frasi razziste e promosso uno scisma nella Lega americana di wrestling diventando, a un certo punto, “Hollywood Hogan”, tra eteronimi e alter ego che moltiplicano identità ma restano fedeli a un simbolo pressoché eterno. Di cialtroneria, anche, impossibile però da immaginare senza un reflusso di tenerezza.
L’amicizia con Donald Trump
L’Incredibile è stato anche autore di un proverbiale endorsement per Donald Trump, che se fosse un wrestler (forse lo è) sarebbe un clone di Hulk Hogan. Il presidente Usa lo ha ricordato: «Abbiamo perso un grande amico, Maga fino in fondo». Ieri, Matteo Salvini ha salutato sugli immancabili social la scomparsa di Hogan chiamandolo eroe, e c’è da immaginare il giovane Matteo davanti alla tivù dove, in effetti, qualcosa dal suo mito deve avere imparato. L’americanata di Hulk Hogan, al quale alla fine ha ceduto il cuore sulla soglia dei 72 anni, è stata un fenomeno culturale non soltanto negli Usa. I colossi d’argilla hanno animato l’immaginario di generazioni, chissà se immaginando di poter infine diventare modelli di spettacolo e, forse, di certa politica. Il gigante che aveva avi nutriti a fagioli e bagna cauda ha rappresentato questo e altro ancora, con quelle mosse omicide che non hanno mai ammazzato nessuno, se non la misura di un accettabile gusto. Per capirlo, e forse addirittura per apprezzarlo, bisognava uscire dalla realtà. Il guaio è stato non riuscire più a farci ritorno.