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Il ritorno del fioretto. “Per arrivare all’oro il segreto è fidarsi”

I campioni del mondo Bianchi, Macchi, Marini e Foconi

 
Mondiali di Tbilisi, agli azzurri il titolo a squadre. Il ct Vanni: “Ho imparato da Bebe Vio che ogni atleta merita attenzione”
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Anche se urlano uno slogan irripetibile prima di andare in pedana, anche se sono disinibiti e si dipingono le unghie come Marini, sono sempre i discendenti di Mangiarotti, Nostini, Numa, Garozzo, dei loro ct del passato e del presente, Cerioni e Vanni. Sono il fioretto italiano, che a quasi un secolo di distanza dal primo oro mondiale continua a vincere nell’edizione 2025 di Tbilisi, trasformandosi ma rimanendo fedele alla sua tradizione. Guillaume Bianchi, Filippo Macchi, Tommaso Marini e Alessio Foconi come Carniel, Gaudini, Girace, Guaragna, Marzi, Pignotti, Puliti, Verratti a Napoli 1929, la scherma resta un movimento piccolo ma con un’anima highlander. Anche quando i rivali sono diventati Hong Kong, che ha vinto le due ultime Olimpiadi e il mondiale individuale con due fiorettisti diversi, o gli Stati Uniti, come il blocco di campioni che gli azzurri hanno battuto in una finale mai chiusa, nemmeno a 52 centesimi dalla fine sul 43-42, ma anche prima, con l’Italia in vantaggio di 1…

Anche se urlano uno slogan irripetibile prima di andare in pedana, anche se sono disinibiti e si dipingono le unghie come Marini, sono sempre i discendenti di Mangiarotti, Nostini, Numa, Garozzo, dei loro ct del passato e del presente, Cerioni e Vanni. Sono il fioretto italiano, che a quasi un secolo di distanza dal primo oro mondiale continua a vincere nell’edizione 2025 di Tbilisi, trasformandosi ma rimanendo fedele alla sua tradizione. Guillaume Bianchi, Filippo Macchi, Tommaso Marini e Alessio Foconi come Carniel, Gaudini, Girace, Guaragna, Marzi, Pignotti, Puliti, Verratti a Napoli 1929, la scherma resta un movimento piccolo ma con un’anima highlander. Anche quando i rivali sono diventati Hong Kong, che ha vinto le due ultime Olimpiadi e il mondiale individuale con due fiorettisti diversi, o gli Stati Uniti, come il blocco di campioni che gli azzurri hanno battuto in una finale mai chiusa, nemmeno a 52 centesimi dalla fine sul 43-42, ma anche prima, con l’Italia in vantaggio di 10 stoccate prima della rimonta Usa. Un bellissimo stress.

"Fiducia nei compagni anche in uno sport individuale”

«Ci vogliamo veramente bene»: è euforico prima di salire sul podio Filippo Macchi, pisano di Pontedera, argento nella contestata finale di Parigi in cui l’arbitro andò in tilt davanti al Var. «Ci siamo completamente fidati l’uno dell’altro, perché siamo una squadra veramente unita e non è facile in uno sport individuale come la scherma. Nel momento del bisogno ci siamo l’uno per l’altro». Fidarsi significa dare credito a un compagno che ha fallito, com’è capitato a “Pippo” Macchi travolto da un parziale di 10-2 di Massialas. Se c’è fiducia, qualcosa succederà. «Ho fatto un assalto in cui ho tirato veramente male, ma dopo una defaillance bisogna sapersi rialzare. Sono tornato in pedana e ho dato un 5-0 a un campione come Meinhardt, ho menato duro e capito quanto sia diventato forte». Quando Macchi ha fatto flop c’è stato Marini a riportare l’Italia di nuovo avanti, e quando Marini si è spento in pedana a fare da collante ci ha pensato un Guillaume Bianchi in stato di grazia, lui che viene dal Frascati Scherma di Errigo e Garozzo, ha una madre di origine francese, insomma ha il fioretto nel sangue.

Il ct Vanni: “Ogni atleta merita attenzione”

«Il primo giorno ero un po’ suonato, poi l’emozione è passata. Però, devo essere sincero, ho risentito l’adrenalina di quando ero atleta». Anche il ct Simone Vanni ha debuttato in un Mondiale: la sua prova del fuoco è stata lasciare in pedana Macchi: «Ma Pippo è fatto per queste finali, ho considerato il primo assalto come un inciampo, sapevo che si sarebbe riscattato». Vanni ha vinto addirittura un Mondiale individuale (Lisbona 2002), ma gli ultimi anni sono legati alla nazionale paralimpica: «Quel mondo mi ha formato, e mi ha insegnato a gestire situazioni in cui c’è bisogno di calma. Bebe Vio come tutti i campioni olimpici e paralimpici aveva bisogno di attenzioni, accanto a lei ho imparato che ognuno merita di riceverne. Se ci sediamo su quello che funziona siamo finiti».

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