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Erika Saraceni: “Il mio salto triplo tra atletica, sfilate e spot”

Erika Saracenti festeggia l'oro di Tampere (foto Grana) 

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Intervista alla grande promessa dell’atletica azzurra, oro agli Europei U20: “I miei si sono separati prima che nascessi, mia madre mi pagava anche l’hotel a Imperia per allenarmi. Vannacci dice che Doualla ha più attenzioni di me? È piccola, corre la gara regina, la pelle non c’entra”
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Erika Giorgia Anoeta Saraceni. "Mamma si dimenticò di mettere la virgola all’anagrafe, per questo da allora escono fuori tutti i miei nomi. Ma mi piacciono, soprattutto il terzo: nello stadio di Anoeta, a San Sebastián, i miei si innamorarono a un Mondiale Master. L’atletica è dentro di me, ne sono innamorata da prima di nascere". Non c’era bisogno dell’Europeo Under 20, dell’oro con record italiano juniores, per sapere che in Italia sta crescendo un talento assoluto nel salto triplo. O forse, un talento e basta, perché Erika Saraceni è talmente brillante tra sport e social da far sembrare il cielo l’unico limite. Per ora la sfida è a una pedana del triplo che la 19enne milanese raggiunge dopo tre quarti d’ora in microcar, dal quartiere Precotto allo stadio XXV aprile. "Nella Milano dove rimarrò, anche se mi hanno fatto offerte da Kansas State, Oregon University, Louisiana, UCLA: qui ho trovato un equilibrio e non voglio rovinare tutto".

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Erika Giorgia Anoeta Saraceni. "Mamma si dimenticò di mettere la virgola all’anagrafe, per questo da allora escono fuori tutti i miei nomi. Ma mi piacciono, soprattutto il terzo: nello stadio di Anoeta, a San Sebastián, i miei si innamorarono a un Mondiale Master. L’atletica è dentro di me, ne sono innamorata da prima di nascere". Non c’era bisogno dell’Europeo Under 20, dell’oro con record italiano juniores, per sapere che in Italia sta crescendo un talento assoluto nel salto triplo. O forse, un talento e basta, perché Erika Saraceni è talmente brillante tra sport e social da far sembrare il cielo l’unico limite. Per ora la sfida è a una pedana del triplo che la 19enne milanese raggiunge dopo tre quarti d’ora in microcar, dal quartiere Precotto allo stadio XXV aprile. "Nella Milano dove rimarrò, anche se mi hanno fatto offerte da Kansas State, Oregon University, Louisiana, UCLA: qui ho trovato un equilibrio e non voglio rovinare tutto".

Erika Saraceni (foto Grana) 

Saraceni, suo padre Enrico detto “Cobra” fu convocato da atleta Master nella 4x400 di Coppa Europa: con una famiglia così era difficile sbagliare sport.

"Veramente i miei si sono separati prima che nascessi. Di mio padre ho visto video di qualche gara, quando si trasferì in Abruzzo non ci sono state molte occasioni per conoscersi. Ci ha uniti l’atletica, ho cominciato a chiedergli molti consigli. Mia madre Rosa invece c’è sempre stata, faceva i 400 metri e per un certo periodo è stata mia allenatrice. Durante i Giochi di Tokyo – ero così carica di adrenalina per la vittoria di Jacobs che i 100 metri avrei potuto farli io – dissi a mia madre: “Un giorno vedrai tua figlia in tv che salta”. Mi ha cresciuta benissimo, grazie a lei non ho sofferto la separazione. Ha fatto molti sacrifici per me".

Compresa la microcar?

"Certo. Mi pagava pure l’hotel a Imperia per allenarmi con Eugenio Paolino, specializzato nel triplo. Non finirò mai di ringraziarla per avermi spinta ad affidarmi a tecnici come lui, Aldo Maggi o Giacomo Consorti con cui lavoro sulla forza".

Un talento simile non poteva sfuggire a tecnici esperti.

"Ma al triplo sono arrivata per caso. Nel 2021 facevo i 300 ostacoli, nella finale dei campionati italiani Cadetti caddi al primo ostacolo e mi venne l’ansia per le barriere. Due settimane dopo, ai societari chiesi al mio tecnico se potevo allenarmi due giorni nel triplo: mi presentai con le scarpe da centometrista, entrai al massimo della velocità con le gambe buttate a caso e feci 11,42, una misura con cui sarei arrivata terza ai campionati italiani. Così ho scoperto che il triplo faceva per me. L’unico problema è che la pedana del XXV Aprile è messa malissimo, e per non farmi male devo staccare in anticipo. In inverno mi mordo le mani quando guardo l’impianto indoor mai aperto, col tetto sfondato, mentre mi alleno al freddo".

Da tempo ci sono brand che investono su di lei.

"Sin da piccola mamma mi ha fatto fare le sfilate di moda, sono stata anche a Pitti. Davanti a una videocamera non mi vergogno per niente. Negli ultimi due anni sono cresciuta mediaticamente grazie a video virali girati da altre persone, e sono arrivati molti brand interessati ad atlete che sappiano posare. Ma non lascerei mai il mio sport, e il sogno di esserci a Los Angeles. Su Instagram voglio mostrare che non sono una modella, ma un’atleta che fa alcune collaborazioni. Preferisco massacrarmi in pista che posare tutti i giorni".

L’eurodeputato Roberto Vannacci l’ha eletta simbolo degli atleti trascurati a favore di chi “si distingue per le sue origini non italiane”.

"Kelly Doualla si merita più attenzione di me perché fa i 100 metri, la gara regina delle Olimpiadi. Non c’entra il colore della pelle. E poi “la Kelly” ha quindici anni, è così piccola...".

Lei ha un sogno da realizzare nell’immediato?

"Io e il mio fidanzato Simone Bertelli, oro europeo Under 23 nell’asta, siamo entrambi nel ranking dei Mondiali. Sarebbe bello ritrovarsi insieme a Tokyo".

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