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Giorgio Malan, il bronzo multitasking di Parigi: “Mi alleno in 4 campi diversi e sparo in salotto”

Giorgio Malan, bronzo alle Olimpiadi di Parigi
Giorgio Malan, bronzo alle Olimpiadi di Parigi 

L’azzurro pronto per i Mondiali di pentathlon moderno al via domani in Lituania. Alle Olimpiadi, un anno fa, è salito sul podio nel giorno di Ceccon, Martinenghi, Errani e Paolini. “Non sono d’accordo sulla sostituzione della prova di equitazione con la ‘laser run’, è come se nel calcio usassero un pallone quadrato”

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Un anno fa, alla fine delle Olimpiadi di Parigi: dopo gli ori più celebrati di Ceccon, Martinenghi, Errani-Paolini, un giorno prima della vittoria leggendaria delle ragazze del volley arrivò lui. Giorgio Malan, il campione itinerante. Venticinquenne, torinese, bronzo nel pentathlon moderno, prima medaglia olimpica italiana dopo trentadue anni. C’è chi ha vinto medaglie di bronzo allenandosi in pedana come Mattia Furlani, in palestra come Sofia Raffaeli, sul campo da tennis come Lorenzo Musetti. Ma uno solo al mondo è salito sul podio delle Olimpiadi di Parigi praticando quattro sport al giorno, vivendo praticamente in macchina tra uno spostamento e l’altro: Malan, appunto, campione di una specialità antichissima, con radici nell’antica Grecia, ma diventato appunto “moderno” quando il barone De Coubertin lo reinventò per i Giochi di Stoccolma 1912: condensando in uno sport le qualità di un soldato in azione che sa correre, cavalcare, sparare, nuotare, tirare di scherma. Parigi ha dato il suo quarto d’ora di celebrità a Giorgio Malan che ora, in attesa di Los Angeles 2028, si è ributtato nella sua pazzesca routine. Dal 26 al 31 agosto sarà tra i protagonisti ai Mondiali che si tengono in Lituania.

Giorgio Malan, com’è stata la sua vita per arrivare a quella medaglia?

“La mia agenda è bella piena, pratico dai tre ai quattro sport al giorno. La sala scherma dall’altra parte della città, la pista di atletica, la piscina, il tiro a segno. Siamo sempre in macchina, bisogna essere bravi a organizzarsi. Ci sono discipline faticose, tipo la corsa e il nuoto, in cui non puoi affrontare certo 4 allenamenti al giorno. Poi ci sono le prove più tranquille come il tiro, che si può aggiungere alla routine di una giornata. Spaziamo tra prove che apparentemente non c’entrano nulla l’una con l’altra, credo che siamo noi più dei decatleti gli atleti più completi nel multisport. A proposito: spero anche di laurearmi in Economia e management. Per riuscire a fare tutto questo ho lasciato Roma, dove mi ero trasferito a 19 anni, per tornare nella mia Torino”.

A casa è più facile diventare l’uomo dei mille sport?

“Qui ho trovato il mio equilibrio, i miei posti, i miei allenatori. La mia famiglia, i genitori che lavorano in ospedale, papà Fabrizio primario di chirurgia plastica, mamma Carmen caposala e coordinatrice nel suo stesso reparto. Loro mi hanno sempre supportato, portandomi da un posto all’altro sin da quando avevo sedici anni e facevo tutti gli sport”.

Quali sono le sue basi a Torino?

“Per la scherma l’Accademia Marchesa, dove il ct della spada Dario Chiadò allena molti azzurri di livello internazionale. Sono in una botte di ferro, per me è un privilegio: il livello è altissimo, mi stimola lavorare con loro. Quanto alla corsa, beh, abito vicino al Parco del Valentino, dove faccio gli allenamenti lunghi. Il nuoto dipende dalle situazioni, ma trovare una piscina non è un gran problema”.

Il problema magari è sparare.

“Da qualche anno usiamo la pistola laser, che non è pericolosa quindi possiamo sparare dove ci pare. Anche a casa mia: la diagonale tra il salotto e l’ingresso della cucina è lunga dieci metri, quindi è come se avessi un poligono a domicilio. La pistola simula il colpo, il bersaglio recepisce il laser e indica dove è esattamente finito il colpo. Il risultato è molto simile a quello di una pistola tradizionale ad aria compressa. Ma il tiro è importante da allenare insieme alla corsa, perché noi facciamo una prova chiamata laser run dove si corrono cinque volte i 600 metri e ci si ferma a sparare in quattro serie: si può ripartire solo quando si colpisce cinque volte il bersaglio. Per allenare questa prova mi ritrovo a sparare anche nel parco. Se avessimo un’arma vera e propria, come in passato, sarebbe obbligatorio andare al poligono”.

Fino ai Giochi di Parigi facevate il salto a ostacoli su cavalli estratti a sorte, soppresso tra mille polemiche: ora c’è una prova a ostacoli ispirata all’American Ninja Warrior.

“Non sono d’accordo con questa svolta, il pentathlon nasceva da queste discipline, compresa l’equitazione. Sarebbe come far giocare una partita di calcio all’improvviso con una palla quadrata. Si snatura uno sport. Peccato, è andata così. Per la nuova disciplina ho fatto una preparazione partendo da zero, per non infortunarmi saltando da un anello all’altro, scalando pareti in una gara di velocità. Diciamo che nel tempo libero ho cominciato a vedere film sui marines…”.

Il suo divenne un caso limite alle Olimpiadi di Parigi: una medaglia che dà senso alla vita di un pentatleta si è danneggiata rapidamente, nel Medalgate che ha causato licenziamenti e polemiche tra Cio e organizzazione francese.

"Il giorno dopo averla vinta la medaglia era già rovinata. La patina che le dava il colore era molto sottile e delicata, solo al tatto si rovinava e veniva via. Certo, ero sudato il giorno della gara, ma niente di speciale, non ci ho versato sopra lo champagne per festeggiare. Quando siamo andati dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ho visto che tanti atleti avevano lo stesso problema. Ho dovuto chiedere un’altra medaglia attraverso la mia federazione, il Coni e il Cio. Ma il mio sogno non me lo avrebbe rovinato nessuno”.

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