TOKYO – Finalmente uno che ha il coraggio di non avere coraggio. Si volta, dà le spalle, non guarda. «Ho pregato tutti gli dei del mondo, ho passato in rassegna tutte le religioni. Vi prego, vi supplico, fate che l’altro faccia un nullo. Poi Pichardo ha saltato, ho sbirciato, ho visto che non era nullo, anzi era sulla linea dei 18 metri». Andrea Dallavalle è stato con il suo ultimo salto campione del mondo del triplo per cinque minuti. Ha sognato, ha sperato, si è illuso. Ha confidato nel suo portafortuna, le mutande di Diabolik che mette da dieci anni per le grandi occasioni. Ma c’è sempre un ispettore Ginko a rovinarti la vita. E il portoghese Pichardo, assai inviperito dal sorpasso, ha mollato la botta (17,91) e gli ha strappato il mondo da sotto i piedi. L’azzurro è argento con 17,64, migliora di 28 centimetri il suo personale, secondo italiano di sempre all’aperto. Niente male per uno che è arrivato a Tokyo senza gare per un’infiammazione al tendine rotuleo della gamba sinistra, …
TOKYO – Finalmente uno che ha il coraggio di non avere coraggio. Si volta, dà le spalle, non guarda. «Ho pregato tutti gli dei del mondo, ho passato in rassegna tutte le religioni. Vi prego, vi supplico, fate che l’altro faccia un nullo. Poi Pichardo ha saltato, ho sbirciato, ho visto che non era nullo, anzi era sulla linea dei 18 metri». Andrea Dallavalle è stato con il suo ultimo salto campione del mondo del triplo per cinque minuti. Ha sognato, ha sperato, si è illuso. Ha confidato nel suo portafortuna, le mutande di Diabolik che mette da dieci anni per le grandi occasioni. Ma c’è sempre un ispettore Ginko a rovinarti la vita. E il portoghese Pichardo, assai inviperito dal sorpasso, ha mollato la botta (17,91) e gli ha strappato il mondo da sotto i piedi. L’azzurro è argento con 17,64, migliora di 28 centimetri il suo personale, secondo italiano di sempre all’aperto. Niente male per uno che è arrivato a Tokyo senza gare per un’infiammazione al tendine rotuleo della gamba sinistra, quella di stacco. Primo italiano a vincere una medaglia ai Mondiali, a quelli di Eugene era arrivato quarto per sei centimetri, ai Giochi di Parigi era uscito nelle qualificazioni. Insomma, stavolta Diabolik ha funzionato, ma Andrea ha fatto la gara della vita. La disperazione quando ti sbuccia il cuore.
Dallavalle d'argento nel triplo ai Mondiali. Il tifoso Berrettini gli chiede un selfie dalla tribuna
Le preghiere e la reazione di Pichardo
Ultima serie di salti: Dallavalle è quarto, a un centimetro dal terzo, il suo allenatore Ennio Buttò gli urla che deve far girare le gambe, serve maggior velocità, lui accorcia la rincorsa di mezzo piede e gli esce un salto lungo e magnifico. «Dentro c’erano il lavoro e tutte le batoste degli ultimi anni. Non mi sono reso conto subito della misura, quando ho visto che ero primo mi sono detto: c’è qualcosa che non va, hanno sbagliato a misurare oppure ho fatto qualcosa di grande». A 17,64 non c’era mai arrivato, sapeva che Pichardo (17,55) avrebbe reagito e così si è messo a pregare il suo rosario di santi. Ma il portoghese (di nascita cubano) proprio non ci stava, volava più in là, si agitava anche lui e si metteva a urlare: adesso vi faccio vedere chi è il numero uno. Tranquillo, Pedro, lo sappiamo, ma questo argento made in Italy vale oro per un ragazzo di quasi 26 anni che porta gli orecchini, è reduce da quattro infortuni alla caviglia (ha dovuto cambiare il piede di stacco) e che l’anno scorso aveva perso convinzione e fiducia. «Stavo giù, mi sono venuti tanti pensieri, ho preso le distanze da quelli che sembravano amici e non lo erano, sono maturato, grazie anche alla mia testardaggine. Ha ragione Velasco quando dice che chi vince festeggia, chi perde spiega o che sul successo si scrive una pagina e sulla sconfitta un libro. Devo anche dire grazie al mio coach che mi segue da quando ero bambino, al preparatore atletico Michele Palloni, alla mia famiglia, anche se a Tokyo sono venuto da solo».
Delusione Diaz
Andrea vive a Gossolengo nel Piacentino, viene da una famiglia di sportivi. Sua madre era una lunghista, il papà un velocista, anche fratello e sorella sono atleti. «Ma hanno tutti smesso, in attività ci sono solo io». Tifoso del Milan, di Valentino Rossi, fan di Pecco Bagnaia («Ce l’ho come salvaschermo sul cellulare»), single da maggio («Non per mia scelta»). Pichardo con lui è stato abbastanza antipatico, Andrea è andato a congratularsi e si è anche inchinato («Mi aveva battuto anche agli Europei di Monaco»), ma il suo avversario non l’ha nemmeno guardato. «È fatto così, nessun problema. Ci sono state scaramucce tra lui e Diaz in pedana, succede sempre, poi si placano. L’arrivo in squadra di Andy mi ha spinto a dare di più, ho ottenuto la misura con cui lui ha vinto il bronzo a Parigi». In tribuna c’era anche Matteo Berrettini, impegnato in un torneo in Giappone. «L’ho riconosciuto, sono andato a salutarlo e a stringergli la mano. È stato bello ed emozionante che un campione così mi facesse i complimenti. Ma io non cambio, rimango il ragazzo di sempre». Magari però mutande nuove.