Giulia Ghiretti: “Mia madre disse: non camminerai più. E ho iniziato a nuotare. Ma non c’è un prima e un dopo”
di Mattia ChiusanoUn allenamento, apparentemente innocuo, in una palestra attrezzata. Un momento di routine che cambia per sempre la vita. Aveva sedici anni Giulia Ghiretti quando affrontò una seduta al tappeto elastico, la trampoline gymnastics che è specialità olimpica. Molto tempo dopo è diventata una campionessa di nuoto, con un oro (100 rana), due argenti e un bronzo alle ultime Paralimpiadi. In questi giorni è protagonista ai Mondiali paralimpici di Singapore, dove ha già conquistato un argento nella stessa gara vinta a Parigi.
Giulia Ghiretti, partiamo dalla sua caduta nel 2010.
“Ho capito subito che era successo qualcosa di grave. Mi sono persa in un salto, c’è stato un momento in cui non ho avuto più la consapevolezza del mio corpo. Nella ginnastica succede, è come uno shaker del cervello, anche Simone Biles ne ha sofferto a Tokyo: si chiamano twisties. Hanno fatto uno studio sulla mia caduta: sono arrivata sul telo e percepivo tutto, nel rimbalzo in aria invece non ho più sentito il corp…
Un allenamento, apparentemente innocuo, in una palestra attrezzata. Un momento di routine che cambia per sempre la vita. Aveva sedici anni Giulia Ghiretti quando affrontò una seduta al tappeto elastico, la trampoline gymnastics che è specialità olimpica. Molto tempo dopo è diventata una campionessa di nuoto, con un oro (100 rana), due argenti e un bronzo alle ultime Paralimpiadi. In questi giorni è protagonista ai Mondiali paralimpici di Singapore, dove ha già conquistato un argento nella stessa gara vinta a Parigi.
Giulia Ghiretti, partiamo dalla sua caduta nel 2010.
“Ho capito subito che era successo qualcosa di grave. Mi sono persa in un salto, c’è stato un momento in cui non ho avuto più la consapevolezza del mio corpo. Nella ginnastica succede, è come uno shaker del cervello, anche Simone Biles ne ha sofferto a Tokyo: si chiamano twisties. Hanno fatto uno studio sulla mia caduta: sono arrivata sul telo e percepivo tutto, nel rimbalzo in aria invece non ho più sentito il corpo, tutte le forze del telo si sono concentrate su una vertebra. Che è scoppiata”.
Ma perché una ginnasta italiana faceva il tappeto elastico?
“Mamma mi ha portato in palestra per fare artistica alla Inzani, io sono di Parma, ma gran parte della società si spostò in un’altra palestra, al Pilastro. Lì c’era un trampolino, un allenatore mi si avvicinò e disse: “Tu hai il fisico da trampolinista, vuoi provare?”. A otto anni ho detto sì”.
Crede nel destino?
“Non ho mai pensato perché sia successo a me, mi sono detta “è capitato, cosa devo fare per andare avanti?”. Ho sempre avuto la fortuna di avere attorno la famiglia, gli amici, nessuno mi ha detto “non puoi fare” ma “troviamo il modo di fare”. Non mi hanno mai ingannato. Quando sono uscita dalla sala operatoria la prima cosa che ho chiesto è stata: “Posso tornare a saltare?”. Mia madre mi ha detto: “Non camminerai più”.
Oggi è un’altra persona rispetto ad allora?
“Sono sempre la stessa, l’incidente non mi ha cambiata, solo a livello fisico. Non c’è una vita prima e una dopo. Col trampolino non sarei mai arrivata alle Olimpiadi, ora mi si sono aperte delle porte che non pensavo possibili: di Paralimpiadi ne ho fatte tre”.
In quanto tempo si è trasformata in una nuova atleta?
“Mi sono fatta male a gennaio 2010, sono rimasta in ospedale fino a giugno, a settembre ho iniziato a nuotare e nell’estate 2011 ho vinto i campionati italiani”.
Il nuoto faceva parte della sua terapia?
“All’inizio era un obiettivo, perché prima di entrare in acqua dovevo aspettare che la cicatrice si rimarginasse, che il busto si potesse rimuovere, tutti i piccoli passaggi verso l’autonomia. Ho deciso subito che il nuoto sarebbe stato il mio sport, appena mi sono immersa nel centro di Villanova sull'Arda”.
Com’è la sua vita ora?
“Guido, mi sposto in macchina da sola, smonto, rimonto la carrozzina e vado. Mi alleno fino a due ore la mattina, e due il pomeriggio, più un’ora e mezzo di palestra tre volte a settimana. A Rio 2016 ricordo l’emozione dell’attesa nel tunnel prima della cerimonia inaugurale, e i brividi sentendo il boato dello stadio. A Tokyo l’attesa è stata identica rispetto a Rio, solo che nello stadio non c’era nessuno per il Covid. A Parigi ho vinto prima di arrivare, quando tutti gli amici hanno comprato il biglietto”.
Cosa vuole fare con la sua laurea in ingegneria biomedica?
“Mi sono sempre piaciute le materie scientifiche, volevo fare ingegneria, poi medicina, alla fine ho scoperto che c’era qualcosa che le univa. In futuro mi piacerebbe mettere insieme sport e tecnologia, che mai come adesso dialogano, basta pensare al Var, o alle analisi biomeccaniche per migliorare la performance”.
Tornerà a suonare l’arpa?
“Ho studiato quattro anni al conservatorio, dopo essere stata affascinata da questo strumento suonato da un’amica. Ho scelto la vita sportiva ma vorrei ricominciare: intanto, a casa mia è in bella vista un’arpa celtica”.