Assunta Legnante, vedi alla voce leggenda: a Nuova Delhi si è presa il sesto oro mondiale nel getto del peso paralimpico. «Ma gli ori in realtà sono sette, c’è anche quello nel disco a Dubai nel 2019. E poi aggiungiamo anche i 3 alle Paralimpiadi». Età e cecità fanno rima, vanno in pedana insieme con lei. Gli anni ora sono 47, «un dettaglio sì, ma fino a un certo punto. Qualche acciacco c’è. Però Los Angeles non è così lontana. Lancerò almeno fino al 2028. E poi chissà».
Assunta Legnante per sempre.
«Finché non mi sveglierò una mattina senza la voglia di andare al campo di allenamento. Ma per una che ha sacrificato la vita e la vista allo sport, la passione non può svanire all’improvviso».
Perché parla di sacrificio?
«Sono nata con un glaucoma congenito, sapevo che nel lungo periodo sarei diventata cieca. E ho presto imparato che gli sforzi a cui mi sottoponevo per fare sport, il getto del peso in particolare, avrebbero acuito il mio problema fino alla cecità. Le sono andata incontro.…
Assunta Legnante, vedi alla voce leggenda: a Nuova Delhi si è presa il sesto oro mondiale nel getto del peso paralimpico. «Ma gli ori in realtà sono sette, c’è anche quello nel disco a Dubai nel 2019. E poi aggiungiamo anche i 3 alle Paralimpiadi». Età e cecità fanno rima, vanno in pedana insieme con lei. Gli anni ora sono 47, «un dettaglio sì, ma fino a un certo punto. Qualche acciacco c’è. Però Los Angeles non è così lontana. Lancerò almeno fino al 2028. E poi chissà».
Assunta Legnante per sempre.
«Finché non mi sveglierò una mattina senza la voglia di andare al campo di allenamento. Ma per una che ha sacrificato la vita e la vista allo sport, la passione non può svanire all’improvviso».
Perché parla di sacrificio?
«Sono nata con un glaucoma congenito, sapevo che nel lungo periodo sarei diventata cieca. E ho presto imparato che gli sforzi a cui mi sottoponevo per fare sport, il getto del peso in particolare, avrebbero acuito il mio problema fino alla cecità. Le sono andata incontro. Ma non avrei potuto privarmi della mia passione innata. Ed è andata così: ho perso la vista ma ho guadagnato delle soddisfazioni immense».
Li ricorda i suoi inizi?
«Da bambina ero appassionata di volley, ho giocato centrale o opposta. Io sono di Frattamaggiore, a 13 anni ho fatto un provino per una squadra di Roma. I miei genitori mi dissero: “Dov’è che vuoi andare, a 13 anni?”. L’atletica è arrivata in quel momento».
I primi lanci, dove?
«Alle spalle del cimitero di Frattamaggiore: avevamo un piccolo pezzo di terra, con una sorta di pedana. Gli occhi un po’ funzionavano ancora, almeno uno dei due: sono sempre stata ipovedente ma nessuno lo sapeva, avevo le lenti a contatto, vedevo il peso volare lontano. Era bellissimo».
Lei è ancora la primatista italiana indoor. Non nell’atletica paralimpica, ma in quella dei normodotati.
«Ho vinto l’oro agli Europei indoor nel 2007, ho gareggiato alle Olimpiadi di Pechino. Gli occhi mi hanno abbandonata poco dopo, nel 2012 ero alle Paralimpiadi di Londra, oro. Un oculista mi disse: “Lei al massimo potrà giocare a carte al bar”».
Non è andata così.
«Lo sport non ti molla mai, ma devi avere un carattere eccezionale per superare tutte le difficoltà. Potrei tenere corsi su come si fa. Ora però ho un sogno: comprarmi casa a Civitanova, dove vivo. Per il momento sono in affitto».
Ha detto: “A volte mi dimentico di essere cieca”.
«Succede quando sono in casa soprattutto: vivo sola e se mi suonano al citofono, corro, mi muovo alla perfezione negli spazi, quando li conosco bene. Poi magari urto qualche cassetto che ho lasciato aperto».
Stavolta, rispetto al solito, non ha usato una maschera colorata: alle Paralimpiadi di Parigi aveva indossato gli occhi della Gioconda.
«A Nuova Delhi la maschera era tutta nera. Ho perso mio padre pochi mesi fa, ho voluto essere sobria, per rispetto di una persona che ha fatto tanto per me, a partire dal fatto stesso che mi abbia generato. Gli devo tutto il mondo che sono riuscita a costruire poi».
Dei suoi sette ori mondiali, è questo il più bello?
«L’ultimo è sempre il più bello».
Ha dominato: lei ha lanciato 14,44, Zhao Yuping, l’argento, 12,67.
«Una volta, quando vedevo, lanciavo oltre i 19 metri. Il tempo passa per tutti. Mancavano molte avversarie qui, ma gli assenti hanno sempre torto».
Le medaglie dove sono?
«In giro. Nella nuova casa voglio farci una stanza. Servirà tanto spazio».