È stata smascherata da un messaggio WhatsApp dove c’era la foto di un farmaco che conteneva testosterone. Lei ha dato la colpa alla sua domestica (questa come scusa è nuova). Non le hanno (giustamente) creduto. Era la maratoneta e la mamma più veloce del mondo. La spallata della keniana Ruth Chepngetich al record della maratona era stata violentissima. A 30 anni, nell’ottobre 2024 a Chicago, aveva vinto in 2h09’56” e tolto un minuto e 57 secondi al tetto del mondo. L’equivalente di 600 metri, un giro e mezzo di pista. Era stata la prima volta di una donna sotto le 2 ore e 10’ nella corsa più lunga. Sembrava fantascienza, ormai la distanza uomo-donna si era ridotta a 9 minuti e 21 secondi. C’era chi aveva detto: merito anche delle superscarpe. E chi aveva dubitato: non è che il miracolo a Chicago fosse dovuto al vecchio peccato di sempre, il doping? Sospesa ad aprile per un test positivo a un diuretico, Ruth rischiava una squalifica di due anni, ne ha presi tre a seguito di un’ampia in…
È stata smascherata da un messaggio WhatsApp dove c’era la foto di un farmaco che conteneva testosterone. Lei ha dato la colpa alla sua domestica (questa come scusa è nuova). Non le hanno (giustamente) creduto. Era la maratoneta e la mamma più veloce del mondo. La spallata della keniana Ruth Chepngetich al record della maratona era stata violentissima. A 30 anni, nell’ottobre 2024 a Chicago, aveva vinto in 2h09’56” e tolto un minuto e 57 secondi al tetto del mondo. L’equivalente di 600 metri, un giro e mezzo di pista. Era stata la prima volta di una donna sotto le 2 ore e 10’ nella corsa più lunga. Sembrava fantascienza, ormai la distanza uomo-donna si era ridotta a 9 minuti e 21 secondi. C’era chi aveva detto: merito anche delle superscarpe. E chi aveva dubitato: non è che il miracolo a Chicago fosse dovuto al vecchio peccato di sempre, il doping? Sospesa ad aprile per un test positivo a un diuretico, Ruth rischiava una squalifica di due anni, ne ha presi tre a seguito di un’ampia indagine dell’Athletics Integrity Unit (Aiu), molto incuriosita dalla prestazione straordinaria.
I sei controlli in un mese
L’atleta, gestita dal manager italiano Federico Rosa, mentre ad aprile si preparava per la maratona di Londra, veniva sottoposta a sei test tra il 28 febbraio e il 26 marzo. Il campione del 14 marzo risultava positivo per l’idroclorotiazide (Hctz), un diuretico e agente mascherante nella lista dei prodotti proibiti dell’Agenzia mondiale antidoping. Ma l’Aiu non si accontentava e richiedeva ulteriori analisi al laboratorio di Losanna sugli altri campioni. E anche in quello del 28 febbraio scopriva tracce di Hctz. Il 16 aprile l’atleta veniva avvisata della positività e alla richiesta di informazioni sul caso (assunzione di farmaci, integratori alimentari) non forniva spiegazioni, ma accettava la sospensione provvisoria fino alla chiusura dell’indagine. L’Aiu però non si fermava e andava a curiosare sui dispositivi digitali di Ruth dove c’era la foto di un farmaco proibito e una conversazione con persone note per creare programmi di doping. L’11 luglio l’atleta veniva avvisata di queste nuove prove. E cambiava la sua versione ricordandosi che il 12 marzo, pochi giorni prima del test positivo, si era sentita male (tachicardia, debolezza, sudorazione) e aveva chiesto alla sua donna delle pulizie, che aveva avuto gli stessi sintomi qualche giorno prima, di darle i farmaci che aveva preso per stare meglio. Era, guarda caso, una pillola di Hctz.
Il patteggiamento
Per l’Aiu la sua ricostruzione non era credibile e nel processo chiedeva 4 anni di squalifica per la natura «intenzionale» della violazione poi ridotti a tre (dal 19 aprile 2025) perché Chepngetich ha accettato di firmare il riconoscimento della sua colpa. Alla keniana, oro mondiale a Doha nel 2019 e tre volte vincitrice della maratona di Chicago, vengono cancellati i risultati da marzo 2025 e resta dunque il record della maratona. Ma anche il dubbio di un miracolo fallato.