Correre forte per superare anche i limiti. Il caldo, il freddo, la fame, la fatica, la malattia, metti una donna che non vede ostacoli dove altri vedono problemi e ti solleverà il mondo: «Ogni tanto mi guardo allo specchio e dico a me stessa: sei pazza».
Rachele Somaschini nella vita ha scelto di sfidare avversari e avversità, di guidare (e correre) e di farsi guidare (dall’istinto). A 31 anni, con altre due donne e le terapie quotidiane per la fibrosi cistica, è a Yanbu, in Arabia Saudita, dove oggi comincia la Dakar. Deve guidare un bestione, un camion da oltre 40 quintali per i quasi 8 mila chilometri delle 13 tappe della corsa più dura del mondo. Affronta le strade, il deserto, le corse e la malattia con cui è nata e che compromette polmoni e digestione. Lo fa con disinvoltura, aggressività e senza paura: «Non ci facciamo fermare da niente. Ci vuole passione, coraggio, il camion è faticosissimo, scendiamo con le ossa a pezzi, è un mezzo vecchio stampo, senza comfort e senza tecnol…
Correre forte per superare anche i limiti. Il caldo, il freddo, la fame, la fatica, la malattia, metti una donna che non vede ostacoli dove altri vedono problemi e ti solleverà il mondo: «Ogni tanto mi guardo allo specchio e dico a me stessa: sei pazza».
Rachele Somaschini nella vita ha scelto di sfidare avversari e avversità, di guidare (e correre) e di farsi guidare (dall’istinto). A 31 anni, con altre due donne e le terapie quotidiane per la fibrosi cistica, è a Yanbu, in Arabia Saudita, dove oggi comincia la Dakar. Deve guidare un bestione, un camion da oltre 40 quintali per i quasi 8 mila chilometri delle 13 tappe della corsa più dura del mondo. Affronta le strade, il deserto, le corse e la malattia con cui è nata e che compromette polmoni e digestione. Lo fa con disinvoltura, aggressività e senza paura: «Non ci facciamo fermare da niente. Ci vuole passione, coraggio, il camion è faticosissimo, scendiamo con le ossa a pezzi, è un mezzo vecchio stampo, senza comfort e senza tecnologia. Ma che adrenalina».
Quella che serve per affrontare una gara così. «Ho fatto cento gare di rally, ho vinto, ho perso, ho raccolto soldi per la ricerca contro la fibrosi cistica, la malattia genetica con cui sono nata, con il programma #CorrerePerUnRespiro. Ma la Dakar no, non l’ho mai fatta, è un sogno. Vogliamo solo arrivare in fondo. Al traguardo. E non vedo, non vediamo l’ora. Tutte e tre. Siamo cariche».
Siete insieme anche ora. Sento una voce dietro di lei che dice: “Vai a destra, a destra”. «È Monica. Monica Buonamano, la navigatrice. Accanto c’è Serena Rodella, secondo pilota. È il Ladies Dakar Team. Qui bisogna stare attente a tutto, è facilissimo sbagliare. Si deve essere concentrate, meticolose. Ieri in una prova di navigazione abbiamo seguito un’auto davanti. In un momento di distrazione, all’improvviso, la squadra che ci precedeva ha sbagliato, ci ha portato fuori traccia e ci siamo ritrovate nel nulla. Un piccolo momento di tensione».
E tra di voi? C’è mai stata tensione? «Finora no, ma le farò sapere».
È preoccupata? «No, perché siamo bilanciate e affiatate. C’è qualcuna più esuberante, qualcuna più riflessiva. Nell’insieme stiamo bene, non ci sono stati problemi. Almeno finora. Ma i momenti duri devono ancora arrivare e dovremo mantenere equilibrio».
Tre donne con un camion nella corsa più dura del mondo: una combinazione unica. «Sì, qui siamo solo noi con il camion: ci sono altre donne, ma sono in auto. Siamo però tutte unite, ci aiutiamo sempre, stiamo insieme, c’è tanta solidarietà femminile. C’è già tanto di brutto fuori da noi, tanta pressione, tanto nervosismo fuori, cerchiamo di non portarli anche dentro».
Volete dimostrare che non è vero che le donne sono rivali? «E anche che non siamo inferiori agli uomini. Cerchiamo di dimostrarlo tutti i giorni. Tutte».
Cosa fate insieme? «Qui non c’è tempo libero».
La preparazione è dura? «Fisicamente sì. Devi allenare tanto il corpo, ma soprattutto il collo e la resistenza. Poi devi studiare tanto, sembra di essere tornate a scuola. Ma siamo brave scolare. Abbiamo dovuto fare molti test e anche le prove di regolarità, di navigazione. Sappiamo che cosa ci aspetta, sarà durissima. Ho partecipato al Mondiale, ho corso in decine di corse dure, ma una così mai».
Cosa ha di diverso? «È la più lunga che ho mai affrontato, una gara di sopravvivenza. Fino a ieri abbiamo potuto pranzare, al camp il cibo è buono. Da oggi, da quando partiremo faremo solo colazione e cena. Ci stiamo attrezzando e preparando per la tappa marathon, senza alcun tipo di assistenza, con acqua e barrette. Di giorno fa un caldo asfissiante, la notte fa freddo, si dorme in tenda. Intorno a noi c’è il nulla cosmico. Sabbia, dune, buche. Anche qui, le farò sapere come è andata».
E per le sue terapie come fa? «Mi segue un camper, tutte le notti devo utilizzare un macchinario simile a quello per le apnee notturne. Serve a tenere i polmoni puliti. Di fatto devo liberarli dal muco. Prendo pasticche ogni giorno, mattina e sera. Ne ho prese molte di più durante gli anni. Ma non mi faccio intimorire. Però devo stare attenta alle terapie perché quando sono concentrata sulla gara dimentico tutto il resto».