I Magnifici Quattro. Brera, Clerici, Minà, Mura. Si chiamavano tutti Gianni. Giocavano con le parole, erano appassionati di cultura, hanno cambiato il giornalismo. Hanno scritto tutti su Repubblica e si sono meritati la nazionale. Avevano e hanno ancora una comunità di lettori che aspettava i loro pezzi per capire da che parte della storia stare. Da grandi numero uno hanno spaziato, inventato, innovato. Ognuno con la propria diversità e le proprie convinzioni. Parlavano tutti più lingue, non vestivano uguali, difendevano la loro idea di sport, di società e la loro poetica. Giuseppe Smorto, che ha lavorato con loro e che con qualcuno è stato più amico, in occasione dei 50 anni di Repubblica racconta ne I 4 Gianni (Minerva) la loro partita in un giornale nato senza sport che poi però si è fatto conoscere per il suo gioco. Bello, originale, diverso. Quattro pezzi (non) facili da gestire e da sistemare nelle pagine. Il libro sarà presentato il 14 marzo alle 17:30 al Mattatoio di Roma in u…
I Magnifici Quattro. Brera, Clerici, Minà, Mura. Si chiamavano tutti Gianni. Giocavano con le parole, erano appassionati di cultura, hanno cambiato il giornalismo. Hanno scritto tutti su Repubblica e si sono meritati la nazionale. Avevano e hanno ancora una comunità di lettori che aspettava i loro pezzi per capire da che parte della storia stare. Da grandi numero uno hanno spaziato, inventato, innovato. Ognuno con la propria diversità e le proprie convinzioni. Parlavano tutti più lingue, non vestivano uguali, difendevano la loro idea di sport, di società e la loro poetica. Giuseppe Smorto, che ha lavorato con loro e che con qualcuno è stato più amico, in occasione dei 50 anni di Repubblica racconta ne I 4 Gianni (Minerva) la loro partita in un giornale nato senza sport che poi però si è fatto conoscere per il suo gioco. Bello, originale, diverso. Quattro pezzi (non) facili da gestire e da sistemare nelle pagine. Il libro sarà presentato il 14 marzo alle 17:30 al Mattatoio di Roma in un incontro con l’autore e Saverio Intorcia.
Gli esordi di Brera
Brera esordisce sulle pagine di Repubblica a marzo dell’82 per il rientro di Giancarlo Antognoni dopo lo scontro con il portiere Martina. Il Gianni che a 31 anni era stato direttore della Gazzetta dello Sport era stato molto voluto dal capo settore dello sport, Mario Sconcerti, e mal visto invece da Oliviero Beha, inviato, che lo considera troppo classico e aulico, fermo agli aspetti tecnici e non attento a quelli sociali. Repubblica ancora non usciva il lunedì e a quei tempi tutto lo sport si concentrava di domenica. Mettere sotto contratto Brera senza dargli modo di scrivere la partita era come togliere l’audio a Mina. E lui ne soffriva tanto che nell’82 si sentì male per la delusione di non poter raccontare il successo degli azzurri di Bearzot («Bevo cognac per alleviare la comocion cardiaca dovuta alla finale»). Nel libro di Smorto troverete i litigi, le passioni, le parole di chi credeva che lo sport fosse un modo per raccontare la vita, per dire e sentire altro. È vero, Minà era sempre troppo lungo: dettava quando era in viaggio, dall’autostrada (sentivi i gettoni che cadevano) o da una selva più o meno oscura, era spesso troppo dall’altra parte (quella di chi intervistava) ma vuoi non stare con Muhammad Ali, con Fidel Castro, con Diego Armando, con il comandante Marcos, con Chico Buarque? Forse Gianni (Minà) a volte sbandava, ma solo perché il suo cuore prendeva le curve a tutta velocità. Poteva e non lo fece, pubblicare gli incontri di Maradona con i medici che curavano la sua assuefazione. Fu protettivo con Ali che in visita a Roma cenava da lui e non riusciva più a portare il cucchiaio alla bocca. «È sciacallaggio, non informazione».
Mura e le sue pennellate, Clerici e il suo mondo
Non erano fatti per essere corti, spiega Smorto. Avevano un pensiero che aveva bisogno di distendersi, come una lunga pennellata, anche se Mura in tre parole ti dipingeva le Fiandre: «Miniere, cimiteri e pittori». E soprattutto non stavano nei format, volevano aria, libertà dagli schemi. Clerici sapeva tutto di tecnica, notava qualsiasi tipo di presa e di angolazione del polso, dava nomignoli (Stefan Edberg era Stefanello), ma divagava. Come nei quadri di Chagall c’era sempre qualcosa che elegantemente volava via: a Parigi, Londra, New York proprio prima di prendere la metro aveva visto una mostra o uno spettacolo teatrale o aveva incontrato il suo amico Bud Collins del Boston Globe, e c’erano anche Ion Tiriac e Ilie Nastase e Martina (Navratilova) mi ha appena detto che Chris (Evert), ah non ci crederai ma Vanessa (Redgrave) mi ha raccontato che lei è nata la notte in cui Laurence Olivier all’Old Vic aveva appena finito di recitare l’Amleto dove suo papà Michael faceva Laerte. Grazie, ma il risultato delle partite di oggi? «Dimenticavo, ho visto un ritratto di Federer che mi piacerebbe comprare, ora contatto il disegnatore». Gianni, perdona, ma i punteggi odierni? «Ho qui il papà di McEnroe, sai che fa l’avvocato». Tranquillo, li mettiamo noi. Però sapeva leggere (oltre che scrivere) il punto di svolta dell’incontro, individuava i talenti prima degli altri (sì, anche Sinner). Nel ’53 da giocatore la sua prima volta a Wimbledon dove era arrivato da Como con la sua Fiat 500 Giardinetta.
Le rubriche di Gianni Mura
Brera, anzi Giôannbrerafucarlo, con Eugenio Scalfari che si domandava perché uno si dovesse presentare così, per Eco era Gadda spiegato al popolo. Mentre Eco per Brera, che di sera leggeva Tacito, era un pirla. Se Mura passava le serate al club Tenco con Giovanna Marini, Clerici si faceva correggere le poesie da Giorgio Bassani mentre Minà con García Márquez e Galeano discuteva delle vene aperte dell’America Latina. Anche Massimo Troisi si lamentava: «Nella sua rubrica telefonica vengo dopo Little Tony e Toquinho». Per non parlare dei lettori che in redazione a Milano facevano la fila per scambiare le loro opinioni (e voti) con il Gianni dei Cattivi Pensieri, grati anche per lo 0,5 rifilato a papa Wojtyla per un infelice messaggio alle donne bosniache stuprate. Mura era generoso: a tavola, sulla strada, nell’amicizia, nella solidarietà, e se c’era da bastonare i potenti non si tirava indietro.
La biblioteca Gianni Mura
Quando cresci e lavori in un pianeta con così tanta luce è facile uscire storditi. Smorto è stato bravo a fare risplendere quella luminosità, ma soprattutto a intuire che persone così sul web avrebbero funzionato benissimo. Venivano dal passato, ma portavano nel futuro cultura e qualità. La sua rubrica Punto e Svirgola con Mura sul digitale di Repubblica aveva tutto quello che si ricerca oggi: competenza, brillantezza, sincera originalità. I quattro Gianni non ci sono più, ma nessuno di loro è scomparso. Restano libri, documenti, documentari. C’è un archivio Brera conservato alla Fondazione Mondadori, c’è una Fondazione Gianni Minà curata dalla moglie Loredana Macchetti che opera anche nel sociale. Ci sono 1.300 libri di tennis, patrimonio culturale di Clerici, che la sua famiglia ha donato all’Università Cattolica di Brescia. E il 25 febbraio aprirà una biblioteca a Milano, in via Confalonieri 3, dedicata a Gianni Mura (che ha anche un premio a suo nome organizzato dal Salone del libro di Torino e un vino Suiveur, naturalmente rosso). E c’è ancora lo sport di Repubblica che prova a guardare e ad andare avanti. E che deve ai quattro Gianni la sua diversità.