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Franco Menichelli è morto: il calcio, il circo, l’autografo del fratello e l’oro a Tokyo ’64

Franco Menichelli (foto federginnastica) 
Aveva 84 anni, ai Giochi in Giappone vinse il titolo nel corpo libero, l'argento agli anelli e il bronzo alle parallele
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di Silvia Scotti

Prima di lui la ginnastica in Italia non c’era. Franco Menichelli, morto ieri nella sua Roma a 84 anni, è stato l’atleta che ha portato a un’altra dimensione uno sport che in pochi conoscevano e in molti snobbavano.

Il circo

Quando inizia, a 11 anni, a Roma non ci sono molte palestre, ma campi di calcio in pozzolana e lui voleva giocare a pallone come il fratello Giampaolo, attaccante della Roma e poi della Juventus. Poi, un giorno, a Bolsena, al circo con il papà, resta affascinato dallo spettacolo dei ginnasti acrobati. Vuole imitarli. Si fa insegnare alcuni esercizi. E si innamora. Così, quando due amici gli propongono di entrare nella loro squadra di corpo libero, lascia il calcio e si unisce all’associazione di Gian Luigi Ulisse che diventa il suo allenatore e lo trasforma nel più grande ginnasta italiano del dopoguerra.

Chechi: “Era eleganza, leggerezza e perfezione”

«Menichelli era eleganza, leggerezza e perfezione», dice Jury Chechi che prima di vincere l’oro ad Atlanta nel 1996 e il bronzo ad Atene nel 2004 guardava i video di Menichelli per imparare dal più grande. «Era un perfezionista, aveva una tecnica sopraffina, era un innovatore, curava tutti i dettagli, era la precisione. È stato il primo a far conoscere la ginnastica. Cosa si può dire di un atleta capace di vincere a Tokyo, in un’epoca in cui i giapponesi padroni di casa erano superiori, imbattibili e chiaramente ben considerati dalle giurie? Qui in Italia venne trattato da eroe, ma in realtà era di più: era diventato leggenda. E lo dico senza temere di aver usato a sproposito un termine di cui si abusa. Lui lo era, era la ginnastica italiana».

L’autografo del fratello

Leggenda non per tutti, perché al ritorno delle Olimpiadi giapponesi del ’64, dove un esercizio perfetto nel corpo libero costrinse la giuria a preferirlo ai giapponesi e ad assegnargli la medaglia d’oro, e dove vinse anche un argento agli anelli e un bronzo alle parallele, in aereo le hostess gli chiesero un autografo, ma non il suo, quello del fratello calciatore. Il rientro in Italia fu comunque trionfale: “l’angelo azzurro”, come veniva chiamato dopo le prime medaglie olimpiche, i due bronzi i a Roma 1960 nel corpo libero e nella gara a squadre, era diventato “l’imperatore del Giappone”. Si ritirò nel 1973, non era mai tornato quello di Tokyo dopo la rottura del tendine d’Achille nella fase finale della prova al corpo libero di qualificazione del concorso a squadre a Città del Messico 1968.

Il look

Rivoluzionario nello stile e anche nel look: al corpo libero gareggiava indossando i pantaloncini corti invece di quelli lunghi del classico colore bianco. Sapeva farsi amare, chi lo incontrava ne restava affascinato: «Perché era una persona introversa, silenziosa, educata, elegante – ricorda Chechi – che aveva grande umanità, ma era riservata. Dopo i Giochi di Atlanta mi ha fatto i complimenti, tanti, solo quando ci siamo incontrati a una premiazione, perché non voleva disturbarmi. Aveva una dote che non hanno in molti e che è attraente: la gentilezza».

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