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Berretto e caffè: l’Italia dei paisà del baseball ha stregato l’America

Dominic Canzone
Dominic Canzone 

L’espresso in panchina e Bocelli negli altoparlanti: la Nazionale di oriundi scherza con gli stereotipi e stupisce ai Mondiali. Oggi Portorico nei quarti

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New York – Gli americani considerano il baseball un tempo infinito, che scorre lento come miele, come nei romanzi di Don DeLillo. Gli italiani no, per loro è qualcosa di veloce, un caffè nero bollente alla Fiorella Mannoia. E non è una metafora: quando Dominic Canzone ha messo a segno un gigantesco fuoricampo contro gli Stati Uniti, ad attenderlo nel “dugout”, dove erano i compagni, ormai un rito, c’era un caffè espresso preparato dal capitano Vinnie Pasquantino: «Mi sono bruciato il palato», ha ammesso Canzone. «Sto ancora riprendendomi». La temperatura lavica del caffè è stato l’unico inconveniente per la Nazionale italiana al World Baseball Classic, torneo mondiale nato nel 2006. Gli azzurri hanno vinto tutte e quattro le partite del girone, inclusa quella con gli Usa (8-6). Oggi (le 20 in Italia) a Houston, Texas, sfideranno Porto Rico nei quarti.

Il baseball azzurro un ponte tra i due mondi

Il motivo per cui gli azzurri stanno facendo notizia negli States non è solo per la qualità del gioco. Il loro baseball è un ponte tra due mondi: tra la nostalgia degli italiani d’America, i sogni degli italoamericani che si riconoscono in una maglia azzurra e la concreta, luminosa realtà di una nazionale che ha catturato l’immaginario collettivo. La vittoria sugli Usa ha mostrato che non siamo solo calcio e mandolino, anche se non è raro sentire suonare tarantelle negli stadi quando un italoamericano mette a segno un punto.

Jac Caglianone beve il caffè offerto dal capitano, Vinnie Pasquantino
Jac Caglianone beve il caffè offerto dal capitano, Vinnie Pasquantino 

Il gesto della mano chiusa a pigna simbolo degli azzurri

È un momento d’oro per lo sport azzurro: abbiamo battuto l’Inghilterra a rugby e gli olandesi nel pattinaggio. Solo che qui i pronipoti di Yogi Berra e Joe DiMaggio hanno voluto, con una dose di autoironia, utilizzare tutti gli stereotipi per segnare la propria italianità: oltre alla tazza di caffè, il Team ha una giacca Armani da far indossare a chi mette un fuoricampo. Pasquantino completa il rituale con due baci, uno per guancia. I giocatori mostrano il classico gesto della mano chiusa a pigna, a dire “che vuoi?”, ogni volta che ne hanno l’occasione. Gli altoparlanti trasmettono Con te partirò di Andrea Bocelli. Nello spogliatoio hanno parmigiano e olio d’oliva. Bottiglie di vino vanno in regalo al miglior giocatore della partita. Pasquantino è al centro di questa confraternita di paisà che hanno nomi come “Jac” Caglianone, Nick Morabito, Thomas Saggese e Adam Ottavino. Molti non sono nati in Italia, alcuni non ci sono mai stati. Pasquantino è il prima base dei Kansas City Royals, il battitore più temibile degli azzurri. Ha detto sì alla nazionale tre anni fa per onorare il nonno italiano. Quando il giocatore degli Houston Astros Zach Dezenzo si è unito alla banda, lui gli ha regalato la canottiera bianca, «per cui gli italiani sono conosciuti», ha detto. Ma il capitano sta facendo notizia anche come giocatore: è stato il primo nella storia del torneo a mettere a segno tre fuori campo nella stessa partita, quella contro il Messico (vinta 9-1) che ha qualificato l’Italia ai quarti ed evitato agli Stati Uniti una umiliante eliminazione. Non sono seguiti attacchi di tachicardia. «Sono un grande bevitore di caffè», ha spiegato Pasquantino nel dopo partita, dopo essersi fatto tre espressi nel giro di due ore.

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