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Clemente Russo: “Lorenzo Berlusconi, la fame non fa a pugni con soldi e cognome”

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Intervista all’ex campione di pugilato
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Ha fatto l’attore, il presentatore, ha partecipato a reality, va in tv a parlare anche di calcio. Clemente Russo però è soprattutto un bel volto della boxe italiana. Lo è stato da atleta, dalla prima partecipazione agli Europei di Perm nel 2002 ai trionfi mondiali, ai due argenti olimpici, il primo dei quali, contro il russo Chakhkiev, è intriso dell’amarezza espressa dall’ingiustizia. Ora lo è da membro dello staff tecnico della Nazionale italiana, alla guida della quale c’è Giovanni De Carolis.

Clemente Russo, 24 anni ai vertici del pugilato. La federazione ne ha appena compiuti 110. Una bella proporzione.

“C’è chi come U’Maestr ha fatto di più. Lui sono sessanta anni che dedica la vita a insegnare ai giovani. Non necessariamente per farli diventare campioni, ma per toglierli dalla strada e dare un indirizzo alla loro vita”. Mentre lo dice indica Lucio Zurlo, 88 anni, tantissimi passati a insegnare il pugilato ai ragazzi della Provolera, rione di Torre Annunziata dove è cresciuta Ir…

Ha fatto l’attore, il presentatore, ha partecipato a reality, va in tv a parlare anche di calcio. Clemente Russo però è soprattutto un bel volto della boxe italiana. Lo è stato da atleta, dalla prima partecipazione agli Europei di Perm nel 2002 ai trionfi mondiali, ai due argenti olimpici, il primo dei quali, contro il russo Chakhkiev, è intriso dell’amarezza espressa dall’ingiustizia. Ora lo è da membro dello staff tecnico della Nazionale italiana, alla guida della quale c’è Giovanni De Carolis.

Clemente Russo, 24 anni ai vertici del pugilato. La federazione ne ha appena compiuti 110. Una bella proporzione.

“C’è chi come U’Maestr ha fatto di più. Lui sono sessanta anni che dedica la vita a insegnare ai giovani. Non necessariamente per farli diventare campioni, ma per toglierli dalla strada e dare un indirizzo alla loro vita”. Mentre lo dice indica Lucio Zurlo, 88 anni, tantissimi passati a insegnare il pugilato ai ragazzi della Provolera, rione di Torre Annunziata dove è cresciuta Irma Testa.

Certo, lo stereotipo del pugile è venire dal basso, dalla sofferenza. Eppure c’è un Berlusconi, Lorenzo, che sta facendo parlare di sé a livello under 17.

“È molto, molto bravo. Non è semplice salire su un ring con un cognome così pesante, vieni inevitabilmente attenzionato di più rispetto a un altro della tua età. Lui un ragazzo umile, serio, si allena come un pazzo e ha anche una buona tecnica. Quindi chissà…”.

Qual è tra quelle elencate la dote che l’ha colpita di più?

“Ne dico un’altra. Lorenzo ha negli occhi la luce della vittoria”

Ma perché un ragazzo di famiglia ricchissima dovrebbe scegliere uno sport così duro?

“E un giornalista perché dovrebbe scrivere di boxe e non di calcio o tennis? Semplice, per passione. Il pugilato o lo si ama o lo si odia, non ha vie di mezzo. Ma se scocca, l’amore è sempre folle”.

Nell’Italia della boxe olimpica c’è un bel lavoro da fare dopo la delusione di Parigi.

“E’ in corso un rinnovamento che però, visti gli atleti che hanno fatto bene negli anni passati, non definirei rifondazione (“Speriamo di vederci a Los Angeles”, ha detto Irma Testa al presidente del Coni Buonfiglio a margine della festa federale, ndr.). Abbiamo comunque un 70% di atleti dai 19 ai 21 anni. Poca esperienza ma tanta voglia”.

A livello professionistico maschile invece abbiamo un campione europeo e nessun campione del mondo. Risultato inevitabile di un problema vocazionale’?

“I ragazzi che si dedicano alla boxe sono tanti, ma cambiano i fattori esterni. Una volta se sceglievamo questo sport eravamo concentrati solo su quello, seguiti dalle famiglie e dai vecchi maestri come appunto Zurlo. Non dico che una volta avviato il percorso fosse scritto, ma quasi”.

E oggi?

“Oggi esistono tante varianti. Ci facciamo rapire da social, web, televisioni. E magari, in mezzo a tanto luccichio, ci illudiamo che il successo sia a portata di mano. Niente di più sbagliato, perché se si va sul ring senza un rigido percorso di formazione so mazzate”.

Allargando l’orizzonte a livello mondiale, oggi manca qualche grandissimo a livello dei miti del passato?

“Non mi sembra. Basta citare il campione del mondo della categoria regina, quella dei massimi, il mio amico Oleksandr Usyk. Quando l’ho incontrato da dilettante (Una vinta dall’azzurro a Pechino. Una nella finale olimpica di Londra, vittoria dell’ucraino), appena sceso dal ring ho detto che quello sarebbe diventato il pugile più forte di tutti i tempi. Risultati alla mano confermo quella impressione”.

La prossima difesa del titolo dell’ucraino, contro il mito della kickboxe Rico Verhoeven, sarà all’ombra delle Piramidi di Giza. La boxe ha sempre bisogno di inventare qualcosa per sorprendere.

“La location già da sola è garanzia di spettacolo. Penso che sarà un match di cui tutto il mondo parlerà e intorno al quale, come sempre in questi eventi, gireranno tanti quattrini. Molti dicono che Usyk per motivi anagrafici sia in fase calante, ma sono convinto che anche questa volta ce la farà”.

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