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Sandro Donati: “Il doping genetico è già il presente. Solo il talento può prevalere sulla furbizia”

(ansa)

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Un nuovo libro sulla metodica di allenamento e uno sguardo sugli ultimi 50 anni di sport dal paladino dell’antidoping: “Abbiamo strumenti insufficienti, non mi faccio più illusioni, il sistema è marcio. Ma sono tornato ad allenare”
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In “Allenare diversamente – Per uno sport sano e performante” (Bur-Rizzoli), scritto in collaborazione con Francesco Marcello, Sandro Donati ha riversato cinquant’anni di esperienza in molte vesti: allenatore, dirigente, paladino dell’antidoping. Il suo è anche un excursus storico, dai metodi sovietici agli ultimi scandali. Una vita controcorrente, ogni battaglia con un costo altissimo. Proprio come la sua testa. Altissima, sempre.

Un manuale per i tecnici di oggi e di domani, con uno sguardo al passato.

“Ci abbiamo lavorato circa 8 mesi, l'abbiamo ripreso in mano più volte, facendo passare un po' di tempo per sedimentare. Negli anni Novanta avevo scritto un libro sul ruolo delle capacità coordinative: ritmo, combinazione di movimenti, regolazione o modulazione della forza. Temi generalmente sconosciuti al tempo, quando si insisteva tanto su fondo e resistenza. Partendo da questo, in questo libro abbiamo cominciato a st…

In “Allenare diversamente – Per uno sport sano e performante” (Bur-Rizzoli), scritto in collaborazione con Francesco Marcello, Sandro Donati ha riversato cinquant’anni di esperienza in molte vesti: allenatore, dirigente, paladino dell’antidoping. Il suo è anche un excursus storico, dai metodi sovietici agli ultimi scandali. Una vita controcorrente, ogni battaglia con un costo altissimo. Proprio come la sua testa. Altissima, sempre.

Un manuale per i tecnici di oggi e di domani, con uno sguardo al passato.

“Ci abbiamo lavorato circa 8 mesi, l'abbiamo ripreso in mano più volte, facendo passare un po' di tempo per sedimentare. Negli anni Novanta avevo scritto un libro sul ruolo delle capacità coordinative: ritmo, combinazione di movimenti, regolazione o modulazione della forza. Temi generalmente sconosciuti al tempo, quando si insisteva tanto su fondo e resistenza. Partendo da questo, in questo libro abbiamo cominciato a studiare la metodologia di origine sovietica. Io stesso, tra il 1977 e il 1979, sono andato diverse volte in Urss”.

Quella scuola, così compromessa col doping, ha avuto comunque un valore nella storia della metodologia dello sport?

“Non c’è dubbio. Alla base dei metodi sovietici c’era la teoria dei riflessi condizionati, quella di Pavlov. Volevano che l'allenamento fosse qualcosa di automatico, di automatizzato, standardizzato per essere riprodotto in tutte le repubbliche. Condizionante è stata la politicizzazione dei successi sportivi, lo sport visto come un indice di efficienza, non diversamente dalla corsa alla conquista dello Spazio. Il doping si è infilato in quelle maglie”.

Il suo è un libro sull’atletica, ma con uno sguardo più ampio, anche aperto agli sport di squadra.

“Il nostro è un approccio, se vogliamo, rivoluzionario. Un tempo il riferimento di tutti gli sport erano l'atletica, la ginnastica e la pesistica: tutti, più o meno, facevano derivare da questi tre gli strumenti per la preparazione fisica. Abbiamo rovesciato i termini del problema: secondo noi il massimo della complessità del movimento la si ha negli sport di situazione, quelli di squadra. Siamo riusciti a creare una sorta di griglia di difficoltà crescente negli esercizi. E puntato molto sul lavoro individuale, che viene sempre prima di quello sulla tattica: è il grande errore che fa il calcio”.

Altro problema sono invece gli allenatori che hanno il culto di sé stessi.

“Certo, perché le conseguenze le paga il ragazzo”.

Sul doping e soprattutto sull’antidoping possiamo essere ottimisti?

“Gli strumenti che abbiamo per combattere il doping non sono sufficienti. I grandi interventi che sono stati fatti nell'antidoping sono sempre avvenuti con un ritardo di 15, 20, 25 anni rispetto all'avvento di quel determinato metodo o di quel determinato farmaco. Faccio l’esempio degli stimolanti: si usavano già all'inizio del Novecento. Il vincitore della maratona olimpica di St. Louis 1904, Thomas Hicks, fu rianimato dal suo allenatore dopo diversi svenimenti con iniezioni di stricnina e sorsi di brandy. Per qualcosa di simile Tom Simpson morì sul Ventoux nel 1967 e solo allora gli stimolanti vennero vietati. Il loro uso è stato consentito per un tempo incredibile, si è fatto sì che attecchisse una mentalità. Contemporaneamente si sono diffusi gli anabolizzanti. E poi arrivò l’ormone della crescita: lo usavano i mezzofondisti finlandesi nel '71. E poi le emotrasfusioni: solo nel 1985, io stesso riuscii a promuovere insieme all'onorevole Ceci, una deputata pugliese, un'interpellanza al ministro della Sanità per vietarle. C'era stata una serie di risultati falsati, da fondisti dell'atletica, fondisti dello sci, ciclisti”.

E poi l’EPO.

“Il Coni assegnò un finanziamento a un professore di Ferrara per lavorare a un metodo di rilevamento dell’eritropoietina sintetica nelle urine. Quel professore era Francesco Conconi, uno che quel sistema lo usava per fini dopanti. Lì abbiamo raggiunto l’apice. E lui era anche presidente della commissione medica della Federciclismo”.

Scandali ciclici e paesi canaglia del doping.

“L’Italia lo è stato negli anni Novanta. Prima erano venute la Germania Est, poi la Russia, poi la Spagna, poi gli Usa, ora il Kenya”.

La distanza tra cacciatori e cacciati resta grande anche oggi, dunque?

“Faccio l’esempio dello scandalo Balco, a fine anni Novanta. È stato scoperto per puro caso, per un litigio all'interno del team di Marion Jones. Per ripicca, il suo allenatore fornì una fiala con un residuo di farmaco anabolizzante all’Usada e suggerì anche quali analisi mirate fare. Si scoprì che era un anabolizzante con una sola molecola modificata, quindi irriconoscibile per le apparecchiature del tempo. A quel punto sorge una domanda: e se ci fossero altre molecole modificate in giro? E non è assolutamente un'ipotesi, peregrina. Il Turinabol dei tedeschi dell'Est, iniettato nei topi non emergeva: erano sempre negativi”.

In certi sport, oggi, accadono cose mirabolanti, ai limiti dell’incredibile.

“Come disse un ciclista nell’epoca di Armstrong, ‘se succede l’incredibile, non credeteci’. Anni fa ebbi notizia di file sequestrati ad un medico italiano che lavorava con la Federazione Mondiale dell'atletica, un database con 12.400 analisi ematiche dal 2001 al 2012: nessuno di quei nomi era diventato una squalifica, solo semplici annotazioni all'interno di un database. Lì dentro c'erano nomi altisonanti, valori altissimi, anche di minorenni. Squallido, criminale. Come possiamo credere a questi organismi?”.

Il doping genetico è il futuro o già il presente?

"Temo che sia il presente, ma non abbiamo gli strumenti. E alla fine siamo sempre allo 0,5-0,7% dei positivi alla marea di controlli che vengono effettuati. Quando il nostro ministero della Salute per qualche tempo ha fatto dei controlli antidoping le percentuali di positività erano del 5%. Poi la Wada ha accentrato tutto, sospeso i laboratori che non erano allineati alla sua politica. In Italia ce n’erano quattro. Ora c’è solo quello nuovo, a Roma. Mi risulta che il ministro della Salute, attuale, Orazio Schillaci, si sia reso strumento delle richieste della Wada, che ha preteso che tutti gli assessorati alla Sanità delle regioni italiane smettessero completamente tutto il servizio di prevenzione del doping, che non si occupassero né di analisi ma neanche di programmi educativi, perché questo è un compito esclusivo della Wada e delle agenzie nazionali antidoping. Fino ad avvertire i responsabili degli uffici regionali che avrebbero potuto essere oggetto di un controllo da parte dei Nas. Siamo arrivati al punto che un organismo dello Stato viene utilizzato non dalle autorità, ma da un’agenzia che è metà pubblica e metà privata. I Nas, che ho contribuito a specializzare nella lotta al doping secondo la nostra legge, usati per indagare sugli organismi antidoping. Per questo dico che l'atleta non ha nessuna garanzia. Gli viene prelevata l'urina in due flaconi, i due flaconi se li portano via loro. E poi succede quello che succede”.

I riferimenti al caso Schwazer, che lei ha allenato, non sono casuali.

“Ha trovato sulla sua strada gente in malafede che di fronte a quella montagna di prove e di indizi, ha ancora ha il coraggio di dire che il giudice di Bolzano si è sbagliato. Ma leggiamole quelle 87 pagine, no?”.

A maggio saranno trascorsi 10 anni dalla vittoria di Schwazer nei campionati mondiali di marcia, quelli che avrebbero dovuto portarlo da favorito ai Giochi di Rio.

“Vogliamo parlare dell'invito che io ricevetti la mattina prima di non farlo vincere da un giudice internazionale, si chiamava Nicola Maggio? Fu strumento della Federazione internazionale, che voleva colpire me, le mie battaglie, la mia storia”.

Oggi è tornato in Federazione, “a casa” ha detto il presidente della Fidal, Stefano Mei.

“Alleno dei mezzofondisti, collaboro con il CONI a livello di scienza dello sport, in Fidal sono vicedirettore tecnico con il compito di far crescere le metodologie dell'allenamento nei diversi settori. Ecco, di questo mi interesso. E continuo a sperare che il talento prevalga sulle tentazioni. Ma è così difficile”.

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