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Alex Zanardi è morto, addio all’ex pilota e campione paralimpico

Alex Zanardi 

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Aveva 59 anni, ha trasformato gli incidenti e le prove più dure in una straordinaria lezione di vita
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Prima di tutto, la sua voce. «Chissà se sarò riuscito a spiegare per bene le cose a mio figlio. Tutto il mondo mi ascolta, ma io vorrei che mi capisse lui». L’ultima telefonata, per la solita intervista che solita non era mai. Quell’accento. Sembrava di vedergli gli occhi ridere, anche se lui parlava da chissà dove. Ma certo che tuo figlio ti ascolta, Alex, tutti ti ascoltiamo. Fortunato quel figlio e fortunati noi. «Ma io non sono un guru, non sono Padre Pio, non sono Pippo Baudo, io sono proprio il più normale anche se stampano magliette con quello che dico, ma si può?».

(ansa)

Raccontava Alex Zanardi, scomparso ieri, Primo maggio (lo stesso giorno in cui morì Ayrton Senna), all’età di 59 anni, di quando, dopo un oro olimpico, gli lampeggiava il cellulare ed era un numero sconosciuto, lui ancora sulla navetta carico di emozione e sfinitezza, ma che barba, chissà chi è, non rispondo. E poi, sceso dal…

Prima di tutto, la sua voce. «Chissà se sarò riuscito a spiegare per bene le cose a mio figlio. Tutto il mondo mi ascolta, ma io vorrei che mi capisse lui». L’ultima telefonata, per la solita intervista che solita non era mai. Quell’accento. Sembrava di vedergli gli occhi ridere, anche se lui parlava da chissà dove. Ma certo che tuo figlio ti ascolta, Alex, tutti ti ascoltiamo. Fortunato quel figlio e fortunati noi. «Ma io non sono un guru, non sono Padre Pio, non sono Pippo Baudo, io sono proprio il più normale anche se stampano magliette con quello che dico, ma si può?».

(ansa)

Raccontava Alex Zanardi, scomparso ieri, Primo maggio (lo stesso giorno in cui morì Ayrton Senna), all’età di 59 anni, di quando, dopo un oro olimpico, gli lampeggiava il cellulare ed era un numero sconosciuto, lui ancora sulla navetta carico di emozione e sfinitezza, ma che barba, chissà chi è, non rispondo. E poi, sceso dal piccolo bus, uno del Coni che gli si avvicina e gli fa: «Alex, ma vuoi rispondere che c’è il presidente della Repubblica?» Lo raccontava ridendo, strizzando quegli occhi a fessura che sprizzavano la gioia della vita così com’è, non come vorremmo che fosse. «Due presidenti mi hanno premiato, Napolitano e Mattarella, facendo discorsi molto simili e io lì ad ascoltare, pensando: incredibile, ho fregato pure loro».

Zanardi con il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in una foto del 2012 (ansa)

Dissacrante, esattissimo e un po’ scanzonato, disponibile sempre. Il suo cellulare e quello della moglie, una catena che si componeva ovunque, e alla fine le sue parole per raccontare a tutti noi, poveri fragili pigmei di questo mondo, come si guarda negli occhi il dolore, come gli si ride in faccia ma non per prenderlo in giro, anzi per giocarci come con un amico: perché il dolore è un bene prezioso, a volte una benedizione. Però, guai esagerare con la retorica, guai santificarlo: perché il dolore alla fine è un bastardo.

Lui tutto intero sempre, anche con i suoi pezzi di corpo perduti nella fornace, lo schianto che stritola e spezza ma non può frantumare un essere umano nel suo profondo, dove muscoli e tendini si saldano ai pensieri, ai sogni, ai desideri e alle malinconie per formare il senso di quello che siamo. Alex Zanardi è stato un pilota veloce ma normale, per quanto possano esserlo i draghi della Formula Uno e soprattutto in quel tempo ormai lontano. Jordan, Minardi, Lotus e Williams erano i nomi dell’incantamento, parole come bolidi che sfrecciano nel pomeriggio. Tutte quelle corse per conquistare un punto solo in F1, ma che importa? Il figlio della sarta Anna e dell’idraulico Dino sapeva che l’esistenza è artigianato, è un ago che tesse la trama, è un tubo a gomito che incanala un flusso e addomestica la corrente. «Ero un bambino che guardava tutto, che copiava tutto» ci raccontò un giorno, insistendo su questo: «Copiare non è negativo, è un modo per migliorarsi, certo poi dipende da cosa si copia e da chi».

La curiosità, la velocità. Il rombo di un motore e il silenzio della campagna, là dove da Bologna si allarga come una luce verso Castel Maggiore e poi, chissà, fino all’Oriente e alla Cina. Ed è tutto un destino. Un bolide che ne centra un altro, intraversato, e spappola il corpo che lo contiene. Era il 15 settembre 2001, campionato Champ Car a Lausitzring, in Germania, il giorno della fine e dell’inizio. Sedici operazioni chirurgiche, il corpo tagliato e ricucito come un pupazzo di pezza, come un costume di carnevale, i sette arresti cardiaci, l’estrema unzione ma sempre più estremo lui. Il cuore, un muscolo e una metafora.

Zanardi dopo la collisione con Alex Tagliani durante l' 'Amercian Memorial'' a Klettwitz il 15 settembre 2001 

Da lì comincia la meraviglia d’uomo che sappiamo, anzi quell’uomo già c’era ma era come imbozzolato dalla normalità di una vita straordinaria, lo smalto luccicante delle automobili, il giro veloce e un altro di più. Ma dopo essersi spezzato, Alex si ricompone e ci mostra una serie infinita di segni. Quello che possiamo fare. Quello che ignoriamo di noi. Quello che siamo capaci di sopportare, e poi ancora. E quanta felicità ci porti in dono tutto questo.

Alex Zanardi in una foto del 15 giugno 2008 a Brno (ansa)

Da quel momento abbiamo cominciato a vedere Zanardi come un supereroe, il trionfatore paralimpico, cosa ci può mai essere più di così? Sedici medaglie d’oro tra Olimpiadi e Mondiali, sette d’argento e lui sorriderebbe anche di questo, non è nei numeri il significato, o forse invece ne piangerebbe come quella volta a Londra 2012 con la pepita al collo, un singhiozzo irrefrenabile di bambino o di sposa. Perché Alex lo abbiamo amato tutti, prima e soprattutto dopo quell’ultimo schianto contro il camion. Tutti abbiamo pensato, magari dentro dolori piccolissimi rispetto ai suoi: se ce l’ha fatta lui, posso provarci anch’io. La vita smisurata, la fine improvvisa. Una sbandata e un lampo. È meravigliosa quella strada in Val d’Orcia. L’ultima cosa che i suoi occhi hanno visto è stata l’incanto.

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