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Fenomenologia di Jannikimi, l’altra domenica degli italiani stregati da Sinner e Antonelli

Jannik Sinner con Kimi Antonelli 

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Vincono sempre, insieme, in mondovisione e in sport dove non succedeva prima. Non sono tipi da gintoneria ma figli da adottare
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Tutti pazzi per Jannikimi. Per Sinner e Antonelli. Il tennista e il pilota vincenti. Lo dice anche Toto Wolff, capo della Mercedes, che di campioni se ne intende: «In Italia si parla solo di loro, sono le superstar». Aggiunge: «Anche perché la Nazionale di calcio è fuori dai mondiali». Se è un premio di consolazione è bello grosso. Se vuol essere una spiegazione, non è sufficiente. Ci sono molte ragioni che non hanno a che fare con l’assenza per spiegare l’occupazione delle menti e dei cuori riuscite a questi due.

Il bisogno di soddisfazione degli italiani

A cominciare dalla più semplice: vincono. Appagano il bisogno di soddisfazione indiretta di una massa smarrita, in un Paese che conta poco (chiunque lo governi), produce meno, vive di eccellenze in cucina o nell’armadio, ma non in campo aperto, sotto il sole o i riflettori. Non prende Nobel, non porta a casa Oscar, non coltiva eccellenze di pensiero, si sbrana in battaglie che di culturale hanno soltanto la carica assegnata, è di pa…

Tutti pazzi per Jannikimi. Per Sinner e Antonelli. Il tennista e il pilota vincenti. Lo dice anche Toto Wolff, capo della Mercedes, che di campioni se ne intende: «In Italia si parla solo di loro, sono le superstar». Aggiunge: «Anche perché la Nazionale di calcio è fuori dai mondiali». Se è un premio di consolazione è bello grosso. Se vuol essere una spiegazione, non è sufficiente. Ci sono molte ragioni che non hanno a che fare con l’assenza per spiegare l’occupazione delle menti e dei cuori riuscite a questi due.

Il bisogno di soddisfazione degli italiani

A cominciare dalla più semplice: vincono. Appagano il bisogno di soddisfazione indiretta di una massa smarrita, in un Paese che conta poco (chiunque lo governi), produce meno, vive di eccellenze in cucina o nell’armadio, ma non in campo aperto, sotto il sole o i riflettori. Non prende Nobel, non porta a casa Oscar, non coltiva eccellenze di pensiero, si sbrana in battaglie che di culturale hanno soltanto la carica assegnata, è di parte e non più d’arte. Però ha Jannik e Kimi, italiani nonostante i nomi.

Il lieto fine che piace

Non si limitano a vincere, lo fanno sempre, almeno in questa imprevista primavera. Sono certezze mentre la Borsa sale e scende, Hormuz apre e chiude, il premier sta di qua e di là. Accendi il televisore e sai già che avrai il lieto fine. I telecronisti, in chiusura, ringraziano. Gli spettatori si alzano più leggeri. Il telecomando resta solo.

Due fenomeni attesi a lungo

Vincono dove non succedeva. Tra le generazioni viventi c’è qualcuno che può aver visto Pietrangeli. Molti hanno visto Panatta. Nessuno aveva visto Sinner. Mai un numero uno. Mai la continuità. Ci si era dati al padel, si era studiato il pickleball, più per disperazione che per curiosità. E la Formula Uno? Al debutto Kimi fece registrare il miglior esordio italiano dai tempi di Ignazio Giunti, che fu quarto in Belgio nel 1970 ma lasciò nella memoria la traccia di un velo sull’asfalto. Ci sono state leggende, tramandate oralmente come i poemi omerici o le canzoni di Lucio Dalla: Nuvolari, che batteva Varzi e Campari, Borzacchini e Fagioli, Brilli-Peri e Ascari. Tante meteore, mai una stella, capace di battere tre volte di fila Verstappen e Hamilton, Alonso e Albon (l’ultimo, per la rima).

La continuità che non possono avere gli ori olimpici

E di farlo in mondovisione. L’Italia ha campioni olimpici, ma li esibisce ogni quattro anni; campioni mondiali dalle emersioni biennali; campionesse stagionali sulla neve. Questi possono coprire un’annata e fare il pieno di telespettatori su tutto il pianeta, rendere l’inno di Mameli una hit da discoteca, quasi come Bella ciao.

Le emozioni sbiadite del calcio

Non secondario: vincono di domenica pomeriggio. Il calcio è scappato via dalla sua gabbia dorata. Offre pallide emozioni il sabato sera, la domenica a pranzo, il venerdì, il lunedì, per quelli con il passaporto anche a metà settimana, ma la domenica pomeriggio è un vuoto a perdere. Gite, se va bene, sul lago di Como. Con il vino in tetrapak nella borsa frigo. Poi arrivano questi due e servono champagne all’ora dell’aperitivo. Scacciano la noia, curano il Monday Blues, il malessere da rientro.

Più figli che fratelli d’Italia

Però lo champagne non lo stappano: Jannik perché non ci riesce, Kimi perché non ha l’età. Dovrebbero giocare e correre sempre nei Paesi di religione islamica: problema risolto. Lasciano bottiglie piene. Non sono tipi da gintonerie, da serate con le escort, da piazzate sui social. Bravi ragazzi. Figli. Ecco un altro segreto. Non sono fratelli d’Italia (i fratelli puoi detestarli, più o meno apertamente), sono figli. Adottati da tutti, o quasi (mancano all’appello i soliti cinici, quelli che Montecarlo e alcune istituzioni). Hanno creato nuovi esperti. Venerdì pomeriggio una signora usciva da un supermercato di Orbetello dicendo al cellulare: «Meglio non passi Blockx, che con Zverev facciamo prima e vediamo il tramonto». E un bambino impennando la bicicletta: «Kimi stacca da paura». Come i neo-velisti ai tempi di Azzurra, ma tutto l’anno e chissà per quanti anni. Chissà? Hanno tutta la vita davanti ma il saggio Toto ammonisce di non viverla troppo in fretta, non farsela riempire di aspettative, che diventano pretese, poi delusioni scaricate addosso a chi le ha create. E se non potranno la vita che desiderano cerchino di non sciuparla nel troppo commercio, con troppe parole.

C’è un ultimo motivo che rende pazzi per Jannikimi: il gioco del doppio, lo specchio che riflette entrambi e non li duplica, ma li eleva al quadrato, nello stesso tempo, con la stessa energia, lo stesso modo di stare al centro delle cose per una somma di talento e volontà, regalo e lavoro, con cortesia e decisione, con la faccia soave degli assassini dei lunedì.

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