La mattina del 3 settembre 1960, Wilma Rudolph passeggia con un ragazzo dall’aria elegante, alto, magro e con gli occhiali, dopo aver fatto colazione al bar del Villaggio Olimpico. Wilma ha vinto la medaglia d’oro dei 100 metri la mattina precedente. Quattro giorni dopo si prenderà anche l’oro sui 200, completando la tripletta l’8 settembre con la staffetta 4x100. Niente male per una che da bambina è rimasta semiparalizzata per la polio. Il suo accompagnatore, invece, ha il proprio appuntamento col destino quello stesso pomeriggio, alle sei. Nelle semifinali dei 200 metri ha corso in 20”5, uguagliando il record mondiale. Il suo nome è Livio Berruti, ma gli italiani lo chiamano “la freccia azzurra”.
L’incontro tra Livio Berruti e Wilma Rudolph
Gli incontri tra atlete …
La mattina del 3 settembre 1960, Wilma Rudolph passeggia con un ragazzo dall’aria elegante, alto, magro e con gli occhiali, dopo aver fatto colazione al bar del Villaggio Olimpico. Wilma ha vinto la medaglia d’oro dei 100 metri la mattina precedente. Quattro giorni dopo si prenderà anche l’oro sui 200, completando la tripletta l’8 settembre con la staffetta 4x100. Niente male per una che da bambina è rimasta semiparalizzata per la polio. Il suo accompagnatore, invece, ha il proprio appuntamento col destino quello stesso pomeriggio, alle sei. Nelle semifinali dei 200 metri ha corso in 20”5, uguagliando il record mondiale. Il suo nome è Livio Berruti, ma gli italiani lo chiamano “la freccia azzurra”.
L’incontro tra Livio Berruti e Wilma Rudolph
Gli incontri tra atlete e atleti sono permessi fino al tramonto. Dopodiché, maschi e femmine devono tornare ai propri alloggi, divisi da una rete. L’americano John Thomas, primatista mondiale di salto in alto, ha calcolato che se uguagliasse il suo record potrebbe atterrare nel “campo nemico”. Nel Villaggio si prendono le scommesse… Quella mattina, Pier Paolo Pasolini è al villaggio perché deve scrivere delle gare per la sua rubrica settimanale su Vie Nuove. Con un registratore a tracolla come un cronista di nera, si avvicina alla coppia e chiede a Berruti: «Sa dov’è Berruti?». «Sta ancora dormendo» risponde lui.
Lo scambio di battute con Pasolini
Dietro Pasolini s’intravede un’amica che lo ha accompagnato, Lieta Harrison, che sta completando un’inchiesta sulla vita sessuale dei siciliani. Dall’altra parte dell’Atlantico ci vedono ancora fermi ai tempi di Mastro-don Gesualdo. Proprio in quelle stesse ore — per dire — sapete cosa risponde il grande Nabokov alla domanda “Cosa le piace di più di Roma?” «Le vecchine che danno da mangiare ai gatti e i sacrestani che sbattono i tappeti sulla scalinata».
Il miracolo economico
Forse, tutta questa gente ancora non si rende conto di essere capitata nel bel mezzo del Boom, altrimenti detto “miracolo italiano”: una definizione che sembra suggerire un che di accidentale. Sarà stata tutta fortuna, magari; sta di fatto che in cinque anni, dal 1958 al 1963, l’Italia passa da essere un paese contadino, arretrato e semidistrutto dalla guerra a vantare un tasso di incremento del reddito del 7 per cento, attestandosi tra i sette Paesi più industrializzati del mondo.
La Roma degli anni Sessanta
Sono anni sottolineati da una colonna sonora che si apre con l’esplosione liberatoria di Volare e l’ennuidecadente di Sapore di sale, e che hanno il loro centro esatto in quel 3 settembre 1960. Da Doney, Anna Magnani e Renato Salvatori bevono Coca-Cola, per via Veneto si incontrano Flaiano e Franca Valeri, Laura Betti pranza con Arbasino da Cesaretto, mentre a un tavolo più in là Saul Bellow e De Kooning vengono intrattenuti da Paolo Milano.
Un set all’aria aperta
Da pochi mesi, La dolce vita ha istituzionalizzato quella Belle Époque sfavillante e un po’ cialtrona, mentre Roma è un vero e proprio set all’aria aperta: posato il registratore, Pasolini è atteso dai primi provini di Accattone, Dino Risi sta girando Una vita difficile con Alberto Sordi, a Cinecittà preparano quattro film su Maciste e Sergio Leone debutta con un altro peplum (o “sandalone”): Il colosso di Rodi. Pure John Fante, che in America non pubblica un libro da otto anni, viene attratto dalla Città Eterna, o meglio dai dollari che gli promette Dino De Laurentiis per scrivere la sceneggiatura di un film con Nino Manfredi. Lui si mette d’impegno e butta giù uno script che intitola Black City; intanto scrive di continuo lettere alla moglie: «Tesoro, qui è tutto una follia. Però Roma mi piace sul serio: c’è qualcosa qui — la gente lo chiama “il colore di Roma” — una tinta oro-rossiccia fissata sugli edifici che gli dà un aspetto meraviglioso, quasi soffocante. Il cielo è sempre squisito, attraversato da nuvole bianchissime, accecanti».
L’impresa di Berruti
Sono le sei. Quello stesso cielo protegge come in una bolla i sessantamila spettatori assiepati sulle tribune; una folla in Kodachrome con in testa un cappellino con la visiera gialla e la scritta CINZANO, che aspetta un altro miracolo: a compierlo è chiamato il ragazzo che è stato visto mano nella mano con Wilma Rudolph: ha ventun anni e viene da Torino, studia chimica all’Università, è il prodotto e il simbolo di un’Italia nuova, diversa, che corre a perdifiato verso il filo di lana. La volta del cielo, sopra lo stadio, è tesa e azzurra: se a causa di non misurabili cicli astrali la Terra uscisse proprio in questo momento dalla sua orbita, fluttuando nel silenzio siderale come un relitto enorme e solitario, lo smalto di un tale pomeriggio rimbalzerebbe da un sole all’altro come un puntino d’inestinguibile brillantezza. Tutto illuminato da quella medaglia d’oro.