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Martinenghi: “Del nuoto non capisco ancora niente. Ma ho imparato ad accogliere la sofferenza”

Nicolò Martinenghi (agf)

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L’intervista al campione olimpico ed europeo dei 100 rana: “Questo titolo è una bella condanna, rappresenta tutta la mia forza interiore”
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PARIGI – Collana coi Cinque Cerchi fatta dopo Tokyo 2021 da papà Samuele, orafo. «Non la indosso spesso, ma oggi è un giorno speciale». Lui è Nicolò Martinenghi, il sopravvissuto a se stesso con l’oro nei 100 rana a Parigi. Prima della finale, anche in caso di successo, aveva giurato di smettere.

Questo titolo è adesso una condanna a continuare?

«È una condanna bella. Ma non guardo troppo avanti».

A Los Angeles 2028 nemmeno?

«È un obiettivo ma non ci penso, non voglio entrare nell’ottica olimpica. Non perché non ci creda ma perché le mie ambizioni fino a qualche mese fa erano di recuperare dall’infortunio. Voglio vivere alla giornata».

Che giornata è stata martedì?

«Una delle più belle della mia vita, insieme a quella del titolo a Parigi 2024 e dei Mondiali di Budapest 2022. Però questa medaglia è speciale per il suo significato».

PARIGI – Collana coi Cinque Cerchi fatta dopo Tokyo 2021 da papà Samuele, orafo. «Non la indosso spesso, ma oggi è un giorno speciale». Lui è Nicolò Martinenghi, il sopravvissuto a se stesso con l’oro nei 100 rana a Parigi. Prima della finale, anche in caso di successo, aveva giurato di smettere.

Questo titolo è adesso una condanna a continuare?

«È una condanna bella. Ma non guardo troppo avanti».

A Los Angeles 2028 nemmeno?

«È un obiettivo ma non ci penso, non voglio entrare nell’ottica olimpica. Non perché non ci creda ma perché le mie ambizioni fino a qualche mese fa erano di recuperare dall’infortunio. Voglio vivere alla giornata».

Che giornata è stata martedì?

«Una delle più belle della mia vita, insieme a quella del titolo a Parigi 2024 e dei Mondiali di Budapest 2022. Però questa medaglia è speciale per il suo significato».

Cosa rappresenta?

«La mia forza interiore. Il potere dell’incertezza. Ma forse dice soltanto che non ho capito niente del nuoto».

Prego?

«È una battuta che ho fatto ai ragazzi ma che nasconde una verità, visto che mi sono preparato davvero poco per gli Europei. Ho ricominciato a nuotare a rana due settimane prima del Settecolli a Roma, con Matteo Giunta abbiamo fatto lavori mirati. Da gennaio a oggi non ho alzato un peso in palestra con la parte superiore del corpo».

Ci spiega la natura dell’infortunio?

«Edema osseo tra clavicola sinistra e acromion, nell’intersezione, poi si è aperta una sublussazione. Nessun intervento, solo punture e magnetoterapia. Non una cosa particolarmente seria, ma il dolore mi limitava in tutto. Pensavo di superarlo in fretta invece me lo sono trascinato per sei mesi. Non è stato solo un problema di recupero fisico, ma mentale».

È lì che si è detto non ce la faccio più, mollo?

«Più volte».

E cosa l’ha convinta a ritrattare?

«La gara qui. L’ho vinta con la sola forza della testa, oltre che col cuore e la testardaggine».

Ha dormito, poi?

«Poco, sono andato a cena con i miei genitori, la mia ragazza e sua madre. Avrò preso sonno non prima delle tre del mattino».

Messaggi?

«Tanti. Quello di Gregorio Paltrinieri mi ha particolarmente toccato».

Può accennarci qualcosa?

«La sofferenza di quest’anno non devi evitarla ma accoglierla perché è quella che ti ha portato a fare la gara che hai fatto. Più o meno così mi ha scritto. E anche che non è questo oro, né gli altri del passato o quelli che magari vincerò che mi definiranno. Ma sarà la responsabilità, l’essere d’esempio e d’ispirazione per gli altri a fare la differenza. E detto da lui, che rimane il capitano e il mio riferimento da sempre, mi dà forza».

A Milano aprirà un centro federale con il suo ex allenatore, Marco Pedoja, come direttore tecnico.

«Anche se abbiamo continuato per le nostre strade, siamo rimasti in contatto. Io non dimentico, sono cresciuto con lui. Mi fa piacere che in un progetto così ambizioso ci sia dentro. Marco sa gestire gli impianti. Chissà mai se a fine carriera, volessi avvicinarmi più a casa…».

Come si immagina in futuro, dopo il nuoto?

«Me lo sono chiesto spesso, specie quest’anno. Quasi mi spaventa pensarmi fuori da questo mondo. Da atleta rischi di sentirti completo solo se continui a esserlo. Difficile esprimere le proprie abilità in una seconda vita lavorativa. Non sarei bravo col cronometro in mano. Mi auguro di rimanere libero come adesso. Dando magari ai più giovani un supporto emotivo nelle grandi manifestazioni. Credo che sarei portato».

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