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Bragagna: “La popolarità mi spaventa, ho un fan club che sembra una setta. Benati come Paolo Rossi”

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Intervista al telecronista che ha raccontato i più grandi successi azzurri dell’atletica degli ultimi anni, dagli ori di Jacobs e Tamberi alle Olimpiadi di Tokyo ai trionfi agli Europei di Birmingham: “Un giorno vorrei commentare anche i Mondiali di calcio”
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“Tutta questa popolarità mi spaventa. Un giorno vorrei commentare anche i Mondiali di calcio”. Dall’altra parte del telefono c’è la stessa voce che ha raccontato le imprese azzurre agli Europei di atletica: Franco Bragagna, padovano classe 1959, una vita in Rai prima del passaggio a Sky. Anche questa intervista sembra una delle sue telecronache: dizione impeccabile, timbro profondo. A Birmingham ha affiancato Nicola Roggero e Stefano Baldini, commentando il suo undicesimo Europeo: “Gli organizzatori, mossi da una specie di sentimento reducista, hanno consegnato un attestato di riconoscimento ai cronisti che hanno preso parte a più di dieci Europei. Io ero l’unico italiano tra una dozzina di giornalisti. Ma avrei preferito essere al debutto, per rivivere tutte le emozioni che la carriera mi ha dato”.

E allora torniamo indietro. Cosa direbbe di lei il giovane Franco Bragagna?

“Sarebbe felice, perché questo era il suo sogno da bambino: commentare l’atletica”.

Il dubbio l’ha mai sfio…

“Tutta questa popolarità mi spaventa. Un giorno vorrei commentare anche i Mondiali di calcio”. Dall’altra parte del telefono c’è la stessa voce che ha raccontato le imprese azzurre agli Europei di atletica: Franco Bragagna, padovano classe 1959, una vita in Rai prima del passaggio a Sky. Anche questa intervista sembra una delle sue telecronache: dizione impeccabile, timbro profondo. A Birmingham ha affiancato Nicola Roggero e Stefano Baldini, commentando il suo undicesimo Europeo: “Gli organizzatori, mossi da una specie di sentimento reducista, hanno consegnato un attestato di riconoscimento ai cronisti che hanno preso parte a più di dieci Europei. Io ero l’unico italiano tra una dozzina di giornalisti. Ma avrei preferito essere al debutto, per rivivere tutte le emozioni che la carriera mi ha dato”.

E allora torniamo indietro. Cosa direbbe di lei il giovane Franco Bragagna?

“Sarebbe felice, perché questo era il suo sogno da bambino: commentare l’atletica”.

Il dubbio l’ha mai sfiorata?

“Il Franco bambino non ha mai dubitato. Quello meno bambino s’immaginava giornalista esperto di politica estera. Mi sarebbe piaciuto raccontare la sconfitta elettorale di Viktor Orban, da inviato in Ungheria”.

Si sente cambiato rispetto al suo passato in Rai?

“A Birmingham ho fatto una cosa leggermente diversa da quello che facevo prima. Ora sono la voce di puntello di Nicola e Stefano. A Sky hanno puntato su di me per questa grande popolarità che – devo essere sincero – mi ha sorpreso, perché non ho fatto nulla per averla. A dire il vero un po’ mi spaventa: ho un fan club con migliaia di adepti che sembra una setta. In ogni caso, ci hanno visto lungo a chiamarmi”.

Qualche pronuncia, a Roggero, gliel’ha corretta?

“Ci sono dei peccati originali difficili da correggere. Ho provato a spiegargli che la a con i due puntini sopra si pronuncia in un determinato modo, ma niente”.

Qualcuno, sui social, vi ha paragonati al trio d’attacco Messi-Neymar-Suarez.

“Addirittura, questa mi mancava. Mi fa piacere ricevere tutto questo affetto”.

Ma lei dei tre chi è: Messi, Neymar o Suarez?

“Non è che mi senta Messi, ma certo Messi è quello che preferisco come calciatore e uomo, meglio anche di Maradona. Io non sono mai stato un eccessivo maradoniano: per me il gol della Mano di Dio non è un’invenzione, ma una truffa”.

Le piacerebbe un giorno commentare i Mondiali di calcio?

“Sì, sono affascinato dal calcio internazionale. La Serie A, invece, non mi attizza così tanto. E non mi piace neanche il calciomercato. Ci sono persino gli esperti… di calciomercato”.

Le sono piaciute le telecronache di Adani?

“Non so se si appunti qualcosa prima delle partite o gli venga tutto naturale. Io ho sempre insegnato ai miei studenti di non scriversi mai nulla. Lo stupore è notizia e deve uscire spontaneo, come un sentimento. E non bisogna annacquarlo”.

Qual è il segreto di una buona telecronaca?

"Non mi piacciono i tormentoni. Non bisogna inventarsi modi di dire sempre uguali per spostare l’attenzione dall’evento verso se stessi. Il picco di voce dev’essere vero, non da urlatore”.

Si aspettava tutte queste medaglie per l’Italia?

“L’oro nella staffetta 4x400 è stata la sorpresa più grande. Se dovessi paragonarlo a un’altra impresa sportiva, direi che è come la vittoria dell’Italia sul Brasile ai Mondiali dell’82. Lorenzo Benati è il nostro Paolo Rossi, ma grande merito va al terzo frazionista”.

Mohamed Soudassi.

“La storia di Momo è bellissima. Ha iniziato tre anni fa, prima non faceva neanche attività fisica. Ha scoperto di essere veloce giocando in spiaggia con gli amici”.

Nato in Marocco, cresciuto ad Avola, è il simbolo di un movimento che vince in tutti gli sport.

“È la carica degli italiani di seconda generazione. L’atletica è lo sport che più li rappresenta, perché è il più facile e accessibile da praticare. Poi c’è un effetto emulazione dei risultati ottenuti dai grandi come Jacobs e Tamberi”.

Pensa che questa forza stia mancando al calcio italiano?

“No, basti pensare che in Nazionale abbiamo Kean. Il vero problema è che non si fanno giocare i giovani”.

Magari ai prossimi Mondiali l’Italia tornerà a qualificarsi. Lei in telecronaca porterebbe fortuna, visti i precedenti nell’atletica.

“Non esageriamo”.

Ha commentato tutte le più grandi imprese degli ultimi anni. Qual è quella che le sta più a cuore?

“Gli ori di Jacobs e Tamberi alle Olimpiadi di Tokyo, primo agosto 2021: indimenticabile”.

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