ROMA - La partita che stasera deciderà probabilmente una delle due semifinaliste del Mondiale è stata molte volte qualcosa più di una sfida di volley. Perché la Serbia ama affrontare l'Italia, ama giocarci contro. E ama batterla, come a Sydney 2000, quando l'incubo olimpico degli azzurri si materializzò in semifinale, sotto i colpi di Vladimir Grbic. Cresciuto in Italia tra Padova, Cuneo e Roma, Vanja formò negli anni Novanta una coppia formidabile con il fratello Nikola, che oggi è ct della nazionale. Vladimir è invece testimonial dello sport serbo nel mondo e testimone dell'eterno fuoco che anima il suo popolo, in special modo quando gioca a pallavolo.
Perché, Grbic, la partita con l'Italia è così speciale per voi?
"Lo consideriamo un derby, una battaglia vera. Perché molti serbi si sono formati in Italia, nel vostro campionato, siamo un po' italiani anche noi. Ma poi, quando indossiamo la maglia della nazionale, trasformiamo il rispetto che abbiamo per voi in motivazioni fortissime".
Cos'ha dentro un giocatore serbo?
"Voglia di vincere, una voglia fortissima di vincere. La nostra forza è anche la nostra debolezza: lo spirito combattivo a volte ci porta oltre. Siamo forti come querce ma anche fragili come cristalli. La nostra benzina è il rumore della palla sulla terra. Non vinciamo sempre, ma non giochiamo mai senza metterci l'anima e il sangue".
Italia-Serbia, finale del Mondiale 98, lei è in campo, gli azzurri vincono.
"Partita strana, vinta nettamente da loro in un ambiente gelido, in Giappone. Più bravi loro quella sera, ma il nostro torneo era stato migliore, anche se con l'Italia avevamo già perso nel girone. Non trovammo gli equilibri in campo e uscimmo subito di partita, forse non eravamo ancora pronti per una grande vittoria. Ma quell'oro mancato fu benzina per quel che accadde due anni dopo".
Sydney 2000, la semifinale.
"3-0 per noi, alla fine sventolai il tricolore, e così arrivammo all'oro olimpico, quel che l'Italia non ha mai vinto. Fummo accolti a Belgrado da un milione di persone, l'anno prima c'era stata la guerra, eravamo un paese devastato e sotto embargo. Quell'oro fu il primo segnale di rinascita di un intero popolo. Lo stesso anno avevo vinto lo scudetto a Roma, fu una stagione indimenticabile per me".
E questo Mondiale cosa ha detto finora?
"Sono davanti le sei migliori squadre del mondo, nessun dubbio, nella pallavolo non si può inventare niente, è un gioco di forza e di disciplina in cui alla fine la squadra più forte prevale e la più debole perde. La formula del torneo è fatta in modo da premiare davvero la squadra più forte. Mi auguro che la Serbia giochi come sa fare, come fa da sempre. Che giochi duro, che giochi intensamente. Come fanno i serbi, quando praticano un gioco di squadra, che sia volley, basket, pallanuoto, calcio. Le nostre squadre hanno un comune denominatore, l'attaccamento alle radici, alla maglia e alla bandiera".
Tecnicamente, che partita sarà Italia-Serbia?
"Difficile per entrambe, l'Italia è favorita grazie all'ambiente, al fatto di giocare in casa. Ma la Serbia ha molte frecce al suo arco. Sarà decisiva la sfida tra gli opposti Zaytsev e Atanasijevic, che sono anche stati compagni di squadra a Perugia e non si sono mai amati. L'amore, comunque, in una partita così non c'entra nulla. Sarà sulla cattiveria che si deciderà tutto".
Perché, Grbic, la partita con l'Italia è così speciale per voi?
"Lo consideriamo un derby, una battaglia vera. Perché molti serbi si sono formati in Italia, nel vostro campionato, siamo un po' italiani anche noi. Ma poi, quando indossiamo la maglia della nazionale, trasformiamo il rispetto che abbiamo per voi in motivazioni fortissime".
Cos'ha dentro un giocatore serbo?
"Voglia di vincere, una voglia fortissima di vincere. La nostra forza è anche la nostra debolezza: lo spirito combattivo a volte ci porta oltre. Siamo forti come querce ma anche fragili come cristalli. La nostra benzina è il rumore della palla sulla terra. Non vinciamo sempre, ma non giochiamo mai senza metterci l'anima e il sangue".
Italia-Serbia, finale del Mondiale 98, lei è in campo, gli azzurri vincono.
"Partita strana, vinta nettamente da loro in un ambiente gelido, in Giappone. Più bravi loro quella sera, ma il nostro torneo era stato migliore, anche se con l'Italia avevamo già perso nel girone. Non trovammo gli equilibri in campo e uscimmo subito di partita, forse non eravamo ancora pronti per una grande vittoria. Ma quell'oro mancato fu benzina per quel che accadde due anni dopo".
Sydney 2000, la semifinale.
"3-0 per noi, alla fine sventolai il tricolore, e così arrivammo all'oro olimpico, quel che l'Italia non ha mai vinto. Fummo accolti a Belgrado da un milione di persone, l'anno prima c'era stata la guerra, eravamo un paese devastato e sotto embargo. Quell'oro fu il primo segnale di rinascita di un intero popolo. Lo stesso anno avevo vinto lo scudetto a Roma, fu una stagione indimenticabile per me".
E questo Mondiale cosa ha detto finora?
"Sono davanti le sei migliori squadre del mondo, nessun dubbio, nella pallavolo non si può inventare niente, è un gioco di forza e di disciplina in cui alla fine la squadra più forte prevale e la più debole perde. La formula del torneo è fatta in modo da premiare davvero la squadra più forte. Mi auguro che la Serbia giochi come sa fare, come fa da sempre. Che giochi duro, che giochi intensamente. Come fanno i serbi, quando praticano un gioco di squadra, che sia volley, basket, pallanuoto, calcio. Le nostre squadre hanno un comune denominatore, l'attaccamento alle radici, alla maglia e alla bandiera".
Tecnicamente, che partita sarà Italia-Serbia?
"Difficile per entrambe, l'Italia è favorita grazie all'ambiente, al fatto di giocare in casa. Ma la Serbia ha molte frecce al suo arco. Sarà decisiva la sfida tra gli opposti Zaytsev e Atanasijevic, che sono anche stati compagni di squadra a Perugia e non si sono mai amati. L'amore, comunque, in una partita così non c'entra nulla. Sarà sulla cattiveria che si deciderà tutto".