Volley, il ritorno di Velasco: il tecnico 'inventore' di campioni
di GIORGIA MECCATornato nella 'sua' Modena, l'argentino è subito andato a segno vincendo la Supercoppa. Ennesimo trionfo di una carriera infinita
ROMA - È ritornato a casa, a Modena, il suo piccolo paradiso. Lo ha fatto con una vittoria in Supercoppa, il primo titolo del tecnico alla guida di un club italiano dopo ventinove anni. Julio Velasco è tornato per allenare Zaytsev, Mazzone, Anzani e i loro compagni. La finale di Supercoppa italiana contro Trento, finita al tie break (25-23 25-19 16-25 18-25 15-8), una battaglia. "È stata durissima", ha commentato il coach a fine partita.
A 66 anni, Velasco ricomincia da dove tutto era cominciato. Era il 1985 e l'Italia non aveva ancora una generazione di fenomeni. Lo sarebbe diventata grazie all'impronta dell'allenatore argentino, ad una filosofia mai fine a se stessa ma funzionale alla costruzione di campioni. Con Cantagalli, Bernardi, Lucchetta e Vullo il talento c'era ed era tanto, bisognava dargli forma, sostanza agonistica. Con lui in panchina, Modena vince 4 scudetti consecutivi. Gli piace fare il modesto, ripete spesso: "L…
A 66 anni, Velasco ricomincia da dove tutto era cominciato. Era il 1985 e l'Italia non aveva ancora una generazione di fenomeni. Lo sarebbe diventata grazie all'impronta dell'allenatore argentino, ad una filosofia mai fine a se stessa ma funzionale alla costruzione di campioni. Con Cantagalli, Bernardi, Lucchetta e Vullo il talento c'era ed era tanto, bisognava dargli forma, sostanza agonistica. Con lui in panchina, Modena vince 4 scudetti consecutivi. Gli piace fare il modesto, ripete spesso: "L…
ROMA - È ritornato a casa, a Modena, il suo piccolo paradiso. Lo ha fatto con una vittoria in Supercoppa, il primo titolo del tecnico alla guida di un club italiano dopo ventinove anni. Julio Velasco è tornato per allenare Zaytsev, Mazzone, Anzani e i loro compagni. La finale di Supercoppa italiana contro Trento, finita al tie break (25-23 25-19 16-25 18-25 15-8), una battaglia. "È stata durissima", ha commentato il coach a fine partita.
A 66 anni, Velasco ricomincia da dove tutto era cominciato. Era il 1985 e l'Italia non aveva ancora una generazione di fenomeni. Lo sarebbe diventata grazie all'impronta dell'allenatore argentino, ad una filosofia mai fine a se stessa ma funzionale alla costruzione di campioni. Con Cantagalli, Bernardi, Lucchetta e Vullo il talento c'era ed era tanto, bisognava dargli forma, sostanza agonistica. Con lui in panchina, Modena vince 4 scudetti consecutivi. Gli piace fare il modesto, ripete spesso: "L'ideale assoluto avviene nel momento in cui l'allenatore non ha più niente da dire perché i giocatori sanno tutto quello che c'è da sapere".
L'Italia si innamora della pallavolo e dei suoi successi. Dal 1989, Velasco con la Nazionale vince Europei, Mondiali, e un argento alle Olimpiadi. Lo sport non è un traguardo a lungo termine, migliorare sempre di più a ogni partita conta poco. Bisogna vincere, sempre. L'argentino, nato a La Plata, ex comunista ed ex studioso di Socrate e di Platone, non si accontenta di giocare bene: "bisogna giocare meglio degli altri". A volte è impossibile. Quando gli azzurri, ai Giochi di Atlanta perdono in finale contro l'Olanda, soffre più di tutti però poi ammette: "Sono molto orgoglioso della mia squadra. Perché abbiamo saputo perdere. A fine gara ci siamo detti che l'avversario è stato più forte di noi".
Succede in continuazione, vincere sempre è un'eccezione. Velasco è un filosofo, ma vive con i piedi per terra, è cinico, pragmatico. Odia gli alibi, ci costruisce sopra una teoria: "Gli schiacciatori non parlano delle alzate, le risolvono" e, ancora più efficacemente: "Ho conosciuto centinaia di atleti, alcuni vincenti e altri perdenti. I perdenti cercano alibi, i vincenti soluzioni". Il suo gruppo è stato eletto "Squadra del secolo" dalla Federazione internazionale di pallavolo.
Non è mai rimasto fermo ad ammirare titoli e trofei. Quando la sua avventura con i fenomeni è finita, ne ha cominciato un'altra con la Nazionale femminile. Da una sua idea prende forma il progetto del Club Italia che riunisce in un'unica squadra le migliori promesse della pallavolo. Il Club Italia esiste ancora oggi e gioca in serie A1, ne fanno parte 4 delle atlete convocate per i Mondiali in Giappone: Sarah Fahr, Marina Lubian, Elena Pietrini e Sylvia Nwakalor. Per Velasco, dopo l'Italia c'è stata la Repubblica Ceca, la Spagna e poi l'Iran con cui ha vinto i Giochi asiatici del 2011 a Teheran. Non ci credeva nessuno, soltanto lui e i suoi giocatori. C'è stato anche il calcio: Sergio Cragnotti lo chiama per fare il direttore generale della Lazio, ma è una parentesi. Nel 2014 torna in Argentina per allenare la Nazionale, rimane in panchina quattro anni. Finisce l'esperienza con un gestaccio (quello dell'ombrello) durante una partita contro la Bulgaria agli scorsi Mondiali, il 22 settembre. Julio Velasco, 66 anni: non ha inventato il volley in Italia, ma poco ci manca.
A 66 anni, Velasco ricomincia da dove tutto era cominciato. Era il 1985 e l'Italia non aveva ancora una generazione di fenomeni. Lo sarebbe diventata grazie all'impronta dell'allenatore argentino, ad una filosofia mai fine a se stessa ma funzionale alla costruzione di campioni. Con Cantagalli, Bernardi, Lucchetta e Vullo il talento c'era ed era tanto, bisognava dargli forma, sostanza agonistica. Con lui in panchina, Modena vince 4 scudetti consecutivi. Gli piace fare il modesto, ripete spesso: "L'ideale assoluto avviene nel momento in cui l'allenatore non ha più niente da dire perché i giocatori sanno tutto quello che c'è da sapere".
L'Italia si innamora della pallavolo e dei suoi successi. Dal 1989, Velasco con la Nazionale vince Europei, Mondiali, e un argento alle Olimpiadi. Lo sport non è un traguardo a lungo termine, migliorare sempre di più a ogni partita conta poco. Bisogna vincere, sempre. L'argentino, nato a La Plata, ex comunista ed ex studioso di Socrate e di Platone, non si accontenta di giocare bene: "bisogna giocare meglio degli altri". A volte è impossibile. Quando gli azzurri, ai Giochi di Atlanta perdono in finale contro l'Olanda, soffre più di tutti però poi ammette: "Sono molto orgoglioso della mia squadra. Perché abbiamo saputo perdere. A fine gara ci siamo detti che l'avversario è stato più forte di noi".
Succede in continuazione, vincere sempre è un'eccezione. Velasco è un filosofo, ma vive con i piedi per terra, è cinico, pragmatico. Odia gli alibi, ci costruisce sopra una teoria: "Gli schiacciatori non parlano delle alzate, le risolvono" e, ancora più efficacemente: "Ho conosciuto centinaia di atleti, alcuni vincenti e altri perdenti. I perdenti cercano alibi, i vincenti soluzioni". Il suo gruppo è stato eletto "Squadra del secolo" dalla Federazione internazionale di pallavolo.
Non è mai rimasto fermo ad ammirare titoli e trofei. Quando la sua avventura con i fenomeni è finita, ne ha cominciato un'altra con la Nazionale femminile. Da una sua idea prende forma il progetto del Club Italia che riunisce in un'unica squadra le migliori promesse della pallavolo. Il Club Italia esiste ancora oggi e gioca in serie A1, ne fanno parte 4 delle atlete convocate per i Mondiali in Giappone: Sarah Fahr, Marina Lubian, Elena Pietrini e Sylvia Nwakalor. Per Velasco, dopo l'Italia c'è stata la Repubblica Ceca, la Spagna e poi l'Iran con cui ha vinto i Giochi asiatici del 2011 a Teheran. Non ci credeva nessuno, soltanto lui e i suoi giocatori. C'è stato anche il calcio: Sergio Cragnotti lo chiama per fare il direttore generale della Lazio, ma è una parentesi. Nel 2014 torna in Argentina per allenare la Nazionale, rimane in panchina quattro anni. Finisce l'esperienza con un gestaccio (quello dell'ombrello) durante una partita contro la Bulgaria agli scorsi Mondiali, il 22 settembre. Julio Velasco, 66 anni: non ha inventato il volley in Italia, ma poco ci manca.