Italia del volley, argento e rimpianto. Stavolta la festa è della Polonia
di Mattia ChiusanoROMA — Arrivederci amici polacchi, l’appuntamento stavolta è a Parigi. In una perfetta simmetria del risultato ci stava la vittoria della Polonia a Roma, dopo che l’Italia aveva espugnato Katowice un anno fa. I campioni del mondo restano gli azzurri, i campioni d’Europa diventano Wilfredo Leon e compagni, sfilando il titolo al gruppo De Giorgi davanti al presidente Mattarella e 11mila spettatori. Un’arena, con bassi da discoteca, tricolori ovunque ma anche bandiere polacche, un clima e un’attesa che hanno caricato gli azzurri di responsabilità, purtroppo. Mai visto Fefé De Giorgi così rabbuiato. «Vi dovete rilassare un attimino, essere meno elettrici, sentire meno la tensione». E ancora, «sciolti con ste c… di braccia»: il ct ci ha provato in tutti i modi, ma non si può vincere sempre, soprattutto quando ti cambia lo scenario attorno, e i palazzetti contenuti della pallavolo diventano uno spazio sterminato, abbagliante, che chiede una sola cosa. Giovani sono, i ragazzi di De Giorgi, e…
ROMA — Arrivederci amici polacchi, l’appuntamento stavolta è a Parigi. In una perfetta simmetria del risultato ci stava la vittoria della Polonia a Roma, dopo che l’Italia aveva espugnato Katowice un anno fa. I campioni del mondo restano gli azzurri, i campioni d’Europa diventano Wilfredo Leon e compagni, sfilando il titolo al gruppo De Giorgi davanti al presidente Mattarella e 11mila spettatori. Un’arena, con bassi da discoteca, tricolori ovunque ma anche bandiere polacche, un clima e un’attesa che hanno caricato gli azzurri di responsabilità, purtroppo. Mai visto Fefé De Giorgi così rabbuiato. «Vi dovete rilassare un attimino, essere meno elettrici, sentire meno la tensione». E ancora, «sciolti con ste c… di braccia»: il ct ci ha provato in tutti i modi, ma non si può vincere sempre, soprattutto quando ti cambia lo scenario attorno, e i palazzetti contenuti della pallavolo diventano uno spazio sterminato, abbagliante, che chiede una sola cosa. Giovani sono, i ragazzi di De Giorgi, e non si può pretendere che abbiano le pellacce dei polacchi, quasi tutti attestati attorno ai trenta, con mille battaglie, tranne il fornitore di ace Huber che è del 1998. La stessa sindrome dello stadio amico colpì loro un anno fa. Il 3-0 per la squadra di Nikola Grbic è stata la logica conseguenza di questo stato d’animo e questo gap di esperienza, che certo si potevano vivere meglio.
Italia-Polonia resta comunque una grande sfida, con due grandi interpreti: come nella boxe servirà la rivincita definitiva, che stavolta sarà in campo neutro. Alle Olimpiadi di Parigi, che le due nazionali devono ancora conquistare, ma anche se non ci riuscissero subito nei tornei di qualificazione è talmente elevato il loro ranking che definirà le altre squadre ripescate da ridurre il tema a una formalità. Possibili guastatrici saranno gli Stati Uniti e la Francia padrona di casa, ma intanto la scena è tutta di due contendenti. Con dieci mesi per capire cosa si può migliorare.
Credits: De Sanctis-Galbiati-Rubin/FIPAV
L’esperienza di una stagione in più? Può favorire gli azzurri. Il campo neutro? Alleggerirà di sicuro Michieletto & C. I valori appresi da questa lezione? Su questi dovrà lavorare De Giorgi. «Sarà determinante l’interpretazione» aveva spiegato il ct alla vigilia, ben sapendo il valore degli avversari e le variabili che potevano attivare i suoi. Un gruppo che non poteva ambire alla perfezione, dopo averla avvicinata con la Francia, ma certo poteva entrare in partita meglio, non farsi subito abbagliare da un 4-0 che ha guastato il primo set, rendendo i tentativi di rimonta una scalata a mani nude. Contro avversari che ti scagliano addosso certi palloni ed erigono muri con campioni nati per giocare a volley, ancora scottati per lo sgarbo di un anno fa alla Spodek Arena. Arricchiti dal ritorno di Wilfredo Leon, che ai Mondiali era infortunato, mentre stavolta ha portato in campo le sue battute imperiali, oltre a recuperi prodigiosi. La Polonia ha sbagliato spesso in battuta, ma quando entravano quei palloni a 120 kmh si avverava l’incubo previsto.
È cominciata col lancio delle maglie con la Venere di “Italia Open To Meraviglia”, frutto dell’accordo col Ministero del Turismo, ed è finita con la vittoria di una nazionale «in cui è difficile trovare punti deboli» (De Giorgi dixit), di un paese appassionato e competente, di un allenatore come Grbic che ci gioca un altro brutto scherzo, 23 anni dopo aver battuto l’Italia nella semifinale di Sydney 2000 con la sua Serbia. «Abbiamo subito sul servizio, nel primo set arrivavano bordate che facevano male» ricostruisce Daniele Lavia. «È una sconfitta che ci aiuta, ci fa capire la forza di un gruppo sempre coeso, e la necessita di essere ancora più bravi nelle difficoltà, dobbiamo avere più cazzimma». Il viaggio verso Parigi è già cominciato.