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Velasco: gli Occhi di Tigre, i libri, la lotta agli alibi. Ecco come allenerà Egonu e compagne

Julio Velasco, 71 anni, allenatore della Uyba Busto Arsizio

Julio Velasco, 71 anni, allenatore della Uyba Busto Arsizio

 

Il tecnico in pectore delle azzurre ha già guidato la Nazionale: “Per me era come Chopin, ci impose di comunicare anche le cose meno piacevoli” disse Cacciatori. L’Argentina dei militari, le vittorie, gli addii, l’Iran, una storia che non finisce mai

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Come allenerà Julio Velasco la nazionale femminile? Che metodi e parole userà? L’ha già fatto, basta tornare indietro, al 1997, al breve periodo in cui guidò l’Italia delle donne prima di passare alla Lazio e poi all’Inter. Tra le sue atlete c’era Maurizia Cacciatori, che di quell’esperienza ha parlato nel suo libro Senza rete: “Dice cose banali e contundenti: “Gli schiacciatori non parlano dell’alzata. La risolvono”. Per me è meglio di una sonata di Chopin. Dobbiamo prepararci al Mondiale, ma Julio non sta lì a parlarci delle brasiliane o delle russe. L’unico avversario su cui si concentra nei suoi discorsi è tra di noi: la cultura dell’alibi. Lo spiega semplicemente: “La differenza tra perdenti e vincenti? I primi cercano gli alibi, i secondi trovano le soluzioni”.

"Comunicare anche le cose spiacevoli”

Come gestirà il grande comunicatore il ritorno di Paola Egonu e di altre escluse nel gruppo scelto da Davide Mazzanti? Ancora Cacciatori: “Durante un allenamento Simona Gioli commette un errore in ricezione. Nessuno dice nulla, per non ferirla. Julio interviene, ci impone di tirare fuori il rospo, di prenderci le nostre responsabilità, di comunicare tra noi anche le cose meno piacevoli, è la glasnost del volley femminile. Quella vampata di franchezza migliora anche i rapporti fuori dal parquet, la condivisione è totale. Questo non vuol dire che si vada sempre d’accordo. Però si respira aria sana, autentica”.

Quando diede l’addio alla panchina

Velasco ha già vissuto tutto, quindi deve ogni volta trovare un modo originale “per mantenere il cervello giovane”. Fa una certa impressione pensare che nel 2019 fu celebrato il suo addio alla panchina dopo il romantico ritorno a Modena dove aveva vinto quattro scudetti negli anni Ottanta: “Allenare un club ti mangia la vita, fai fatica a fare altro. Io non sono multitasking, volevo godermi i nipoti, scrivere, studiare”. Quattro anni dopo, eccolo candidato in pectore alla panchina della nazionale e allenatore della Uyba Busto Arsizio, per rilanciare un club e guidare ragazze dopo una carriera passata per la maggior parte con gli uomini, dai campioni ai talenti che monitorava fino a primavera come direttore generale del settore giovanile della federazione. Tutto e il contrario di tutto, il fine intellettuale che legge Cortazar, Borges, Soriano, Sabato, ma rivendica con orgoglio il gesto dell’ombrello quando la sua Argentina batte la Polonia al Mondiale 2018. L’amore per il suo paese natale, la nostalgia della madre, ma anche l’orrore ricordando il sequestro e le torture al fratello Luis durante la dittatura. Le radici ben affondate in Italia, con tre figlie nate qui, ma anche la capacità di viaggiare e mettersi alla prova: in Iran allenò la nazionale maschile appendendo dei cartelli in inglese e in lingua farsi “con parole chiave per insegnare ai ragazzi le priorità del bagher”. Velasco chiede l’attenzione, ti spalanca percorsi mentali, poi va via: a parte l’Italia della Generazione dei Fenomeni (2 Mondiali, 3 Europei, 5 World League, un argento olimpico), non è mai rimasto più di quattro anni, a Modena e al Ferrocarril Oeste. La sua nuova esperienza ha orizzonti che si possono solo allungare: la Nations League per qualificarsi alle Olimpiadi, Parigi, forse un altro anno poi si vedrà.

L’intuizione del Club Italia

Il volley femminile non è più il “circolo dopolavoristico trasforma in azienda”, “l’asilo d’alto bordo” di cui parlava Maurizio Cacciatori, oggi è un movimento di vertice che prima della disfatta delle ultime settimane aveva vinto con Mazzanti un Europeo, una Nations League, un argento e un bronzo mondiale. Ma se si ripete che l’esperienza di Velasco nella nazionale femminile è stata breve e non memorabile, si sbaglia di brutto: proprio in quel periodo si radicò la mentalità che portò all’oro mondiale 2002 con Bonitta, e da una sua intuizione nacque il Club Italia, una squadra vera e propria in cui far crescere i migliori talenti, allenandosi a Milano e giocando in serie B1. Da quel progetto federale sono arrivate Egonu, Orro, Chirichella, Pietrini, Lubian, la lista è lunghissima ed è suggestivo pensare che ventiquattro anni dopo si chiuda il cerchio tra Velasco e le giocatrici cresciute grazie a una sua idea. Perché bisogna sempre avere un punto di vista alternativo per non spegnersi, e l’Italia descritta in declino ai suoi occhi diventa “un paese fra i più ricchi del mondo”, e i giovani “meritano il nostro riconoscimento”. A proposito, Velasco ama studiare e copiare da tutti. La frase più celebre che gli viene attribuita è quella degli “Occhi di tigre”. “Ma era di Rocky” ha ammesso qualche anno fa. Velasco non si discute: si fa un passo indietro, e gli si lascia il campo libero. Qualcosa accadrà.
 

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