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Volley, l’Italia e i carissimi rivali del Brasile: cosa serve per andare alle Olimpiadi

Flavio Resende Gualberto e Ricardo Lucarelli Souza, colonne del Brasile

Flavio Resende Gualberto e Ricardo Lucarelli Souza, colonne del Brasile

 (afp)

Una partita in cui anche la vittoria può non bastare agli azzurri, in una partita che racconta più di trent’anni di sfide, da Velasco all’Olimpiade di Rio

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Si fa presto a dire Brasile. In trentatré anni da rivali Italia e Selecao hanno vissuto di tutto, lacrime, vittorie, delusioni, fratellanza con tecnici e giocatori venuti nel nostro paese portando trofei e talento. Ma un match così non s’era mai stato, in nome del coefficiente set o, peggio, del coefficiente punti che potrebbero decidere chi andrà subito a Parigi e chi dovrà aspettare. Per andare dritti alle Olimpiadi, solo al Brasile basterà vincere con qualsiasi punteggio al Maracanãzinho (ore 15 Sky Sport Uno), se vincesse l’Italia di Fefé De Giorgi, attesa a una reazione dopo la sconfitta shock con Cuba, si entrerebbe invece in un frullatore di ipotesi che coinvolge anche la partita delle 18.30 tra Cuba e Iran. Per gli azzurri vincere è un traguardo minimo: in caso di 3-0 sarà necessario attendere cosa faranno i caraibici, se vincessero 3-0 anche loro sarà decisivo il quoziente punti che incrocia i punti fatti e subiti durante il torneo. Anche se i campioni del mondo battessero 3-1 o 3-2 il Brasile, bisognerà attendere il risultato di Cuba-Iran: con la speranza che i cubani non ottengano un risultato migliore di quello degli azzurri. La vittoria dell’Iran risolleverebbe le ambizioni azzurre, ma la squadra asiatica ha perso pure l’allenatore dimissionario durante un torneo pessimo, dovrebbe proprio fare un miracolo.

L’attesa del Maracanãzinho

Ma l’ingresso della matematica non rende meno piccante una classica come Brasile-Italia, in un Maracanãzinho che già sabato per la partita con l’Iran conteneva 9400 spettatori, ed è destinato ad avvicinare la capienza massima (11mila) per l’Italia: il bersaglio preferito dei tifosi lungo tutto il torneo. Niente di paragonabile alla sconfitta con la Germania, ai due set persi con la Repubblica Ceca e l’Ucraina, al set ceduto a Cuba, ma la Selecao ha faticato ancora una volta. 20 gli errori brasiliani, contro 22 degli iraniani. Per raggiunti limiti di età non ci sono Leal, che gioca a Piacenza, e Wallace che segnò 20 punti all’Italia nella finale di Rio 2016. Ma c’è l’opposto Darlan, classe 2002, che ha già fatto 16 ace sui 93 punti del torneo. Un innesto potente, in un gruppo ben collaudato che conosce bene non solo l’Italia, ma anche la nostra Superlega. Il palleggiatore Bruno Rezende gioca a Modena, insieme a Rinaldi e Sanguinetti: in Brasile è così conosciuto che l’amico Neymar ha scritto la prefazione del suo libro “Dal buio all’oro”. Ricardo Souza Lucarelli schiaccia a Piacenza, uno dei migliori a muro del mondo, Flavio Resende Gualberto, gioca a Perugia, e pure l’altro centrale Lucas Saatkamp passò un anno per Modena. L’Italia ha vinto più Mondiali, quattro contro tre, l’ultimo in Polonia con i ragazzi di De Giorgi, il primo proprio a Rio nel 1990 battendo la Selecao 15-13 al tie-break. Ma il Brasile ha quello che manca all’Italia: tre ori olimpici. Strappandone due proprio agli azzurri in due epoche diverse: nel 2004 ad Atene con Gian Paolo Montali in panchina, nel 2016 proprio a Rio con Gianlorenzo Blengini. In una finale chiusa con le lacrime di Osmany Juantorena, e l’apparizione in mondovisione di uno che farà strada: Simone Giannelli, allora ventenne. Scesero lacrime anche ad Atene dodici anni prima, ma erano quelle della fine di un ciclo: Montali tolse presto Andrea Giani, alla sua quinta Olimpiade. Dall’altra parte c’era Gilberto Godoy Filho detto Giba, che in una delle migliori Selecao di sempre fu esplosivo con 20 punti: tra Ferrara e Cuneo, proprio in quegli anni, aveva trovato le sue squadre.

Il ct del Brasile Renan Dal Zotto al preolimpico di Rio de Janeiro

Il ct del Brasile Renan Dal Zotto al preolimpico di Rio de Janeiro

 (afp)

Bebeto e il legame con Messico 1970

Brasile-Italia è una storia mai banale, che parla di pallavolo ma richiama anche suggestioni di futebol. Come quella di Bebeto, che prese la Generazione dei Fenomeni dopo l’addio di Julio Velasco e dopo la drammatica sconfitta olimpica contro l’Olanda ad Atlanta: nonostante la partenza ad handicap, riuscì a vincere il terzo mondiale azzurro nel ’98, battendo 3-2 proprio il Brasile in semifinale. Era nipote di João Saldanha, il ct del Brasile di Pelé, Tostão, Jairzinho, Gerson, insomma quello di Messico 1970, che vive nella memoria anche di chi non era ancora nato. Bebeto è stato portato via da un infarto fulminante nel centro sportivo dell’Atletico Mineiro che dirigeva. Ma ancora oggi è il simbolo del rapporto che lega l’Italia ai cari amatissimi rivali del Brasile.

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