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Velasco: “Un allenatore deve portare i giovani a superare i propri limiti”

Julio Velasco con Emanuela Audisio a Bologna

 

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Il tecnico della nazionale di volley femminile oro olimpico ospite di Repubblica delle Idee: “Lo sport è emozione. Atleti e tifosi le vogliono tutte quelle sensazioni, belle e brutte”
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BOLOGNA – A volte nel buio, può anche essere un allenatore ad accenderti una luce. Se è un allenatore come Julio Velasco. "Negli Anni Sessanta — dice il ct dell’Italia del volley femminile al pubblico di Repubblica delle Idee in piazza Maggiore — hanno ucciso John Fitzgerald Kennedy, Robert Kennedy, Martin Luther King, Malcom X: immaginatevi se succedesse oggi, ci sarebbe il coprifuoco. Negli Anni Sessanta i neri non potevano sedere accanto ai bianchi negli autobus, c’era l’Apartheid, nelle Università si appoggiavano le Brigate Rosse, non c’erano tanti diritti civili ma c’erano più delitti di adesso. Non era tutto bello, dobbiamo smettere noi adulti di dire “ai miei tempi”. Volevamo cambiare il mondo e lo abbiamo fatto, non abbiamo sbagliato tutto: oggi ci sono tante cose che diamo per scontate, c’è stato il femminismo, l’aborto, il divorzio… Dobbiamo dire ai giovani che sono bravi e che devono continuare a cambiare il mondo: se gli ripetiamo sempre che noi eravamo migliori, dove la t…

BOLOGNA – A volte nel buio, può anche essere un allenatore ad accenderti una luce. Se è un allenatore come Julio Velasco. "Negli Anni Sessanta — dice il ct dell’Italia del volley femminile al pubblico di Repubblica delle Idee in piazza Maggiore — hanno ucciso John Fitzgerald Kennedy, Robert Kennedy, Martin Luther King, Malcom X: immaginatevi se succedesse oggi, ci sarebbe il coprifuoco. Negli Anni Sessanta i neri non potevano sedere accanto ai bianchi negli autobus, c’era l’Apartheid, nelle Università si appoggiavano le Brigate Rosse, non c’erano tanti diritti civili ma c’erano più delitti di adesso. Non era tutto bello, dobbiamo smettere noi adulti di dire “ai miei tempi”. Volevamo cambiare il mondo e lo abbiamo fatto, non abbiamo sbagliato tutto: oggi ci sono tante cose che diamo per scontate, c’è stato il femminismo, l’aborto, il divorzio… Dobbiamo dire ai giovani che sono bravi e che devono continuare a cambiare il mondo: se gli ripetiamo sempre che noi eravamo migliori, dove la trovano la forza per farlo? E all’opposto questo non significa che dobbiamo viziarli, proteggerli dalle delusioni e dar loro sempre ragione, perché sarebbe come dire loro che sono deboli. Se anche è vero che un professore ce l’ha con tua figlia, come mi disse lei, deve riuscire a essere promossa lo stesso perché nella vita ci sarà sempre qualcuno che ce l’ha con te. Si devono fare gli anticorpi alla frustrazione. È sano chi sviluppa un buon sistema immunitario, non chi non viene mai a contatto col virus. I ragazzi dobbiamo elogiarli, criticarli ma non giudicarli. Le critiche stimolano l’autonomia, ma l’importante è che ci sia la fiducia, quella è la colonna portante nel rapporto coi giovani" .

Velasco: “I giocatori come figli”

Intervistato da Emanuela Audisio, Velasco ha fatto capire in mezz’ora come il mestiere di allenatore possa coincidere con quello di educatore e maestro, e quanto ci sia in comune tra un campo sportivo e la vita. "Credo che si esageri con le metafore sportive nella società, perché lo sport è competizione e a volte non basta fare tutto bene o perfino benissimo se c’è uno che fa meglio di te. La vita non è un campionato, vincere non è l’unico modo di fare le cose, non esiste una classifica dei medici. Gli errori che ho fatto all’inizio della carriera in Argentina non se li ricorda nessuno mentre quelli che ho fatto da padre le mie figlie non li hanno scordati. L’allenatore è al tempo stesso un docente e un leader, deve insegnare e guidare e deve portare i giovani a superare quelli che loro credono essere i propri limiti. La sua miglior virtù dev’essere una buona memoria per ricordarsi com’era a 12, 18 o 22 anni. E a quell’età avrei mandato a quel paese chiunque mi avesse detto che valevo poco e che non avevo valori. L’allenatore vuole che i suoi giocatori crescano o ubbidiscano? Vuole liberarli o comandarli? A me non basta che i miei giocatori facciano quel che dico io. A me non piace la musica che ascoltano e meno male che hanno una musica che non piace a noi adulti, ne hanno bisogno. Ci sono poi allenatori bravissimi ai quali non piacciono mai i giocatori che hanno e solo quelli degli altri. Se a un allenatore non piacciono i suoi giocatori è nella merda. I tuoi giocatori invece ti devono piacere non perché sono i migliori ma perché sono i tuoi, come i figli".

Velasco: “L’importante è vivere un’emozione”

Inevitabile che il discorso porti infine allo stress, alle ansie e alle pressioni sulle spalle dei giovani, che siano campioni o studenti qualsiasi: "Al mondo nessuno spettacolo è come la musica e lo sport. Vasco Rossi è il cantante tecnicamente più bravo? No, ma è tra quelli che trasmettono quel qualcosa che è il mistero della musica e anche dello sport. Io ho sempre odiato il luna park eppure c’è gente che fa 40 minuti di fila sotto il sole e paga per salire su una montagna russa per avere paura: perché? Per provare un’emozione. Noi prima delle partite abbiamo lo stomaco chiuso, le mani che sudano, non dormiamo: non è piacevole, ma ci piace. I genitori non vogliono che una bambina pianga dopo una sconfitta, ma solo per un film o una poesia: ma perché? Gli sportivi e anche i tifosi le vogliono tutte quelle sensazioni, belle e brutte, perché l’importante è vivere un’emozione".

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