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Bonitta, il ct dell’oro 2002: “Velasco ha piantato il germoglio da cui è nata la quercia del volley”

Julio Velasco 

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L’allenatore campione ventitré anni fa, oggi guida dell’Egitto: “Julio numero 1, rende tutto semplice: il suo lavoro decisivo già per il titolo di Berlino. La sua è una generazione vincente, ancora più della mia. Come sono cresciute le ragazze che ho guidato ai Giochi 2016”
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Ct dell’Italia femminile campione del mondo nel 2002, oggi ct dell’Egitto che si prepara a giocare i Mondiali maschili nelle Filippine: nel mezzo, tre o quattro vite. Marco Bonitta ha assistito da lontano all’impresa delle ragazze di Julio Velasco che hanno ripetuto l’impresa del suo gruppo ventitré anni dopo. Anche se è passato tanto tempo, in qualche modo l’allenatore di Ravenna si sente coinvolto nel passato e presente delle campionesse di Bangkok.

Bonitta, che rapporto ha con Velasco? Vorrebbe avere qualcosa di lui?
“Il rapporto è ottimo, anche se non abbiamo mai lavorato insieme. Ho la fortuna di aver vissuto un’epoca con grandi maestri come lui e Silvano Prandi: da loro due è nata una una categoria di tecnici italiani che insegna l'arte di allenare in giro p…

Ct dell’Italia femminile campione del mondo nel 2002, oggi ct dell’Egitto che si prepara a giocare i Mondiali maschili nelle Filippine: nel mezzo, tre o quattro vite. Marco Bonitta ha assistito da lontano all’impresa delle ragazze di Julio Velasco che hanno ripetuto l’impresa del suo gruppo ventitré anni dopo. Anche se è passato tanto tempo, in qualche modo l’allenatore di Ravenna si sente coinvolto nel passato e presente delle campionesse di Bangkok.

Bonitta, che rapporto ha con Velasco? Vorrebbe avere qualcosa di lui?
“Il rapporto è ottimo, anche se non abbiamo mai lavorato insieme. Ho la fortuna di aver vissuto un’epoca con grandi maestri come lui e Silvano Prandi: da loro due è nata una una categoria di tecnici italiani che insegna l'arte di allenare in giro per il mondo. Julio ha la capacità di rendere le cose semplici, di sciogliere i nodi che tutti abbiamo: un dono per pochissimi. Non era male quello che aveva a disposizione, ma c’era qualche problema da sistemare e lui lo ha capito immediatamente: ha cambiato il capitano (da Sylla a Danesi, ndr), ha cambiato un po’ di equilibri e soprattutto ha fatto in modo che le ragazze pensassero solo alla pallavolo. Julio è certamente il numero uno al mondo”.

Marco Bonitta 

Lei parla di arte, rispetto al lavoro di Velasco.
“Lo è certamente, bisogna modellare i colori, a volte servono tinte forti, a volte sbiadite. Ci vuole uno scalpello forte, oppure un tocco di rifinitura. Non si finisce mai di imparare. Io per esempio ho un carattere piuttosto spigoloso, e non mi sento nè un Michelangelo né un Velazquez”.

Eppure a Berlino 2002 tutto si allineò per un capolavoro: c’è qualcosa che lega i due gruppi campioni del mondo?
“Intanto voglio dire che Velasco era stato ct delle donne poco prima di me, e aveva piantato il germoglio piccolissimo da cui sarebbe nata una quercia. C'era già un gruppo predisposto anche come atteggiamento per fare il salto di qualità: anche loro cresciute nelle giovanili, Togut, Lo Bianco, Piccinini, Leggeri che era un po’ più grande portarono per la prima volta l’Italia alle Olimpiadi che da quel momento abbiamo sempre giocato. Era una generazione di vincenti, come questa che forse lo è ancora di più”.

Che rapporto ha con le campionesse di questo gruppo?
“Ho portato tantissime di loro alle Olimpiadi di Rio 2016: cinque su sette erano titolari con me già allora”.

Myriam Sylla e Paola Egonu 

Tre sconfitte allora, per una squadra quasi acerba: Paola Egonu aveva diciassette anni.
“In alcune cose sono rimaste identiche, lei e le altre: Paola ha una grandissima qualità di salto, un attacco potente, ma ha aggiunto una quantità di opzioni, di colpi compresi pallonetti di altissimo livello".

Poi Danesi 19enne, Orro 18enne, Sylla 21enne, e De Gennaro l’unica matura con 29 anni.
“Anna aveva caratteristiche di grandissima muratrice, timing, capacità di leggere le mosse della palleggiatrice avversaria. Si muoveva con quel leggero anticipo che le permetteva di avere molta qualità. Alessia cambiò ruolo proprio quell’anno: non giocava da palleggiatrice, ma decidemmo a metà stagione di A1 di spostarla e andò molto bene. Adesso esibisce tantissime variazioni nel gioco. Quello in cui sono cresciute tutte tantissimo è nell’aspetto mentale: sono una squadra con una confidenza e una fiducia da numeri uno”.

Come mai ragazze così giovani erano già in A1?
“Perché venivano da un grande progetto che la federazione aveva sposato, e che io avevo suggerito: far giocare al Club Italia della Fipav il massimo campionato. Le ragazze avevano talento per farlo, giocarono un buonissimo campionato, si qualificarono per le Olimpiadi e ora sappiamo quanto valevano”.

Quattro anni dopo l’oro mondiale le azzurre ottennero il suo allontanamento: come vivete oggi la rottura di quel periodo?
“Con serenità, ho avuto la possibilità nel tempo di parlare con molte di loro. Siamo stati insieme qualche anno fa alla Hall of Fame in cui siamo stati inseriti, e lì c'è stata un'esplosione di emozioni tra chi è rimasto di quel gruppo: Sara Anzanello purtroppo ci ha lasciato. È stata una storia strana, con moltissime punte positive e alcune negative. Però è una storia che le ragazze e io viviamo con grandissima emozione, ogni volta ci abbracciamo e questo mi riempie di felicità”.

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