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L’Italia della pallavolo non è un miracolo, ma un modello di successo

Gli azzurri festeggiano dopo la vittoria sulla Bulgaria (agf)

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Le vittorie mondiali di donne e uomini sono frutto di un metodo che investe sui giovani, sui tecnici, sui centri federali.
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In venti giorni l’Italia ha schiacciato tutte e tutti. L’ultima volta era successo nel 1960: l’Urss vinse i due titoli mondiali della pallavolo, femminile e maschile, Gagarin doveva ancora partire per lo spazio e La dolce vita di Fellini era appena uscito nei cinema. Sono passati 65 anni e oggi ci sono le lacrime degli azzurri dopo gli abbracci delle ragazze: due titoli che rendono unico il volley italiano, diventato uno sport di tutti anche perché gratifica con i trofei le stagioni della semina in cui i migliori erano altri. Uno sport non più solo da giocare — nelle palestre, con la famiglia, a qualsiasi età — ma anche da guardare e per cui fare festa. Con gli uomini, con le donne, con i più piccoli. Il secondo mondiale consecutivo dei maschi (quinto della storia, tutti con Fefè De Giorgi, tra campo e panchina) porta il volley oltre la rete della favola bella. Niente miracoli ma un modello costruito nel tempo che ha dato non solo risultati ma consapevolezza, metodo, investendo sui gi…

In venti giorni l’Italia ha schiacciato tutte e tutti. L’ultima volta era successo nel 1960: l’Urss vinse i due titoli mondiali della pallavolo, femminile e maschile, Gagarin doveva ancora partire per lo spazio e La dolce vita di Fellini era appena uscito nei cinema. Sono passati 65 anni e oggi ci sono le lacrime degli azzurri dopo gli abbracci delle ragazze: due titoli che rendono unico il volley italiano, diventato uno sport di tutti anche perché gratifica con i trofei le stagioni della semina in cui i migliori erano altri. Uno sport non più solo da giocare — nelle palestre, con la famiglia, a qualsiasi età — ma anche da guardare e per cui fare festa. Con gli uomini, con le donne, con i più piccoli. Il secondo mondiale consecutivo dei maschi (quinto della storia, tutti con Fefè De Giorgi, tra campo e panchina) porta il volley oltre la rete della favola bella. Niente miracoli ma un modello costruito nel tempo che ha dato non solo risultati ma consapevolezza, metodo, investendo sui giovani, sui tecnici, sui centri federali.

I meriti di una squadra completa

Poi per vincere l’oro, senza Daniele Lavia, che si era rotto la mano alla vigilia della partenza per Manila, serve anche la magia del momento, come le battute in trance, a 125 chilometri orari, di Mattia Bottolo, i colpi furiosi di Yuri Romanò, opposto mancino che giocherà in Siberia, protagonisti del 3-1 finale alla Bulgaria, due che all’inizio dell’estate non erano titolari. Servono i tocchi e la testa di Simone Giannelli che ha raddrizzato palle storte, adeguando un po’ lo stile di gioco dopo la sconfitta con il Belgio, uno che fa l’alzatore ma è tuttocampista: schiaccia, mura, difende. Serve Alessandro Michieletto, col papà pallavolista in squadra con Andrea Zorzi negli anni della prima “generazione di fenomeni”, che ieri nel quarto set ha deciso che bisognava chiuderla e si è preso il premio di Mister Mondo.

La pazienza di De Giorgi di fronte alle critiche

Serve la pazienza di Fefè De Giorgi, accompagnato dal rumore di fondo che lo voleva in bilico, ma che, avendo “un’idea lieta della vita”, come ripete spesso, ha preferito scherzare con la parabola di “Pino il gatto filippino”, accettando le difficoltà del mestiere. Così ha vinto un Mondiale dove Francia, Brasile e Giappone sono uscite subito e gli Usa ai quarti, in cui tutto poteva succedere ma l’unica regola, alla fine, l’ha scritta l’Italia. Sessantacinque anni dopo “la dolce vita” è tornata. E, almeno qui, è giusto godersela.

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