Ekaterina Antropova, 98 giorni dopo. Dalla finale di Bangkok a quella di San Paolo c’è un’azzurra che continua a vincere mondiali anche se ha cambiato maglia. Top scorer con 25 punti, tre ace e tre muri nella finale del Mondiale per club: dall’Italia alla Savino Del Bene, non tramonta mai il sole sui due metri e due di ”Kate”, nata in Islanda da genitori russi, cresciuta fino ai quattordici anni a San Pietroburgo, passata per Reggio Calabria e Sassuolo prima di radicarsi a Scandicci e nella nazionale di Julio Velasco. C’era una certezza nel volley femminile, il dominio di Conegliano tra i club: nel mondiale brasiliano la sua Savino Del Bene ha sconvolto le gerarchie.
Le invincibili di Conegliano vi avevano battute sette volte consecutive, comprese le finali…
Ekaterina Antropova, 98 giorni dopo. Dalla finale di Bangkok a quella di San Paolo c’è un’azzurra che continua a vincere mondiali anche se ha cambiato maglia. Top scorer con 25 punti, tre ace e tre muri nella finale del Mondiale per club: dall’Italia alla Savino Del Bene, non tramonta mai il sole sui due metri e due di ”Kate”, nata in Islanda da genitori russi, cresciuta fino ai quattordici anni a San Pietroburgo, passata per Reggio Calabria e Sassuolo prima di radicarsi a Scandicci e nella nazionale di Julio Velasco. C’era una certezza nel volley femminile, il dominio di Conegliano tra i club: nel mondiale brasiliano la sua Savino Del Bene ha sconvolto le gerarchie.
Le invincibili di Conegliano vi avevano battute sette volte consecutive, comprese le finali scudetto e di Champions League: avete sconfitto un incubo? «Sì, sicuramente, dopo tutte le finali che abbiamo giocato noi, ma anche il nostro allenatore Marco Gaspari (ex della Milano di Paola Egonu, ndr) finalmente possiamo dire che almeno questa l’abbiamo portata a casa. È incredibile, sono felice di averlo potuto condividere con le ragazze, lo staff: un’ottima conclusione della gita in Brasile».
C’è un momento della finale in cui sente di aver inciso più del solito? «Forse nell’ultimo set (servizi e muri, un mani out per conquistare il primo matchball, ndr). Ma all’inizio ho fatto molta fatica, e le compagne sono state bravissime a darmi una mano. Questa partita è l’apice del lavoro di squadra, non abbiamo mollato e insieme siamo riuscite a fare questo casino…».
Che differenza c’è tra vincere in Nazionale o a Scandicci? «Regalare al club una vittoria di questo calibro era uno dei miei obiettivi. Non dico che sia un qualcosa in più, però ci tenevo».
La Toscana è diventata casa sua? «Sicuramente, cinque anni sono parecchi, e qui c’è molto affetto. Non vedo l’ora di rientrare e festeggiare tutti insieme».
Cosa significa far vincere il mondiale a un centro così piccolo, appena 49mila abitanti? «L’anno scorso quando siamo andate in finale di Champions tante persone si chiedevano dove si trovasse Scandicci. È stato bello farla conoscere a livello mondiale, e noi ci sentiamo apprezzate ogni volta che torniamo».
Come vive questa dimensione? «La cosa più bella di Scandicci è che sta tra il centro di Firenze e le colline: è difficile scegliere, ma io preferisco sempre queste ultime».
Certo un’appassionata di arte e letteratura come lei non può non essere attratta da Firenze. «Ci sono tantissimi eventi, presentazioni di libri, musei. Quando ero arrivata da poco in Italia e vivevo ancora a Sassuolo la prima cosa che fece mia madre fu portarmi agli Uffizi: venivo da San Pietroburgo, sono cresciuta con questa idea di cultura che incarna Firenze. L’unico problema ora è che non posso partecipare a tutti gli eventi che vorrei, molto spesso sono negli orari dei nostri allenamenti: è la mia vita».
Quando lei non era ancora nata, Scandicci è stata legata anche ai delitti del Mostro di Firenze: oggi invece è sinonimo di volley. «Ho sentito qualcosa, però la cronaca nera non è il mio focus. Sono contenta che siamo riuscite a cambiare questa immagine».
Lei parla russo, italiano, inglese, ha studiato spagnolo e tedesco: ma col toscano come va? «Ogni tanto qualche C aspirata mi scappa, ma così per ridere. Non mi sento in grado di provare a parlare con termini toscani, ma mi piace così tanto sentire la passione con cui vengono pronunciati».
Ha parlato di sua madre Olga, ex nazionale di pallamano, nella sua vita ci sono anche suo patrigno Gamzat, chirurgo, e suo padre Mikhail, ex pivot di basket: quanto ha influito su di lei avere una famiglia allargata? «Tantissimo, ricevo affetto da tutti, da persone che nei momenti più duri ti aiutano ad andare avanti. È stato bello sapere che mio padre ha seguito la mia finale in tv, quando in Russia era notte».
Lei studia psicologia, e si allena con Marco Gaspari e Julio Velasco, maestro tra i motivatori: quanto conta l’aspetto mentale nel volley? «Un bravo allenatore deve riuscire a trasmettere tanto dal punto di vista psicologico, ormai ci si è resi conto che questo aspetto fa la differenza. Io ci lavoro con una mental coach, Federica Tisato. Ma per quanto possa essere bravo un allenatore dal punto di vista tecnico e mentale, in campo siamo noi ad andare: la bravura sta nella capacità di conoscersi e aiutarsi».
Nelle 36 vittorie consecutive con Velasco lei è diventata il cambio più forte del mondo, sostituendo a partita in corso Paola Egonu: cosa significa trasformarsi in titolare fissa a Scandicci? «È un ruolo diverso rispetto alla nazionale, non c’è dubbio, qualcosa cambia. Un approccio alla gara, una preparazione diversa, e a volte sì, sento più pressione. Ma come dicevo prima, è importante sapere di avere attorno le altre compagne».
«Non lo so, vediamo, non è il momento di pensarci. Ora c’è il mio club, quel tempo verrà. Sono una metodica, io».
La prossima estate ci sono gli Europei, si aspetta un rinnovamento in nazionale? «Non lo so, vediamo, non è il momento di pensarci. Ora c’è il mio club, quel tempo verrà. Sono una metodica, io».