Domenica prossima Valentina Diouf lascerà il volley per iniziare la sua vita “da grande”. Con lei, una decina di anni fa, la pallavolo è uscita dal campo di gioco per diventare qualcosa d’altro: uno specchio della società, un palcoscenico per una nuova generazione di italiane. Padre senegalese, madre milanese, opposta di una dozzina di squadre e della Nazionale azzurra, esperienze in Brasile, Corea del Sud, Indonesia, Polonia, Francia. Una fuga dall’Italia di allora,nel 2018, il ritorno “romantico” all’Uyba Busto Arsizio per un’ultima stagione.
Come sta vivendo queste ultime giornate da atleta?
«Tra picchi emozionali. Mi ero sempre attribuita come data di scadenza i 30 anni, non avrei voluto giocare a oltranza. Ma scendere dal piedistallo non è facile».
Si è preparata un dopo?
«Ho iniziato a farlo a 25 anni. Ho puntato sul Business Coaching: organizzo team building con aziende, ho Voltex, il mio camp di alta specializzazione. Poi il 21 maggio mi sposo con il mio ragazzo, Maciek Juszt,…
Domenica prossima Valentina Diouf lascerà il volley per iniziare la sua vita “da grande”. Con lei, una decina di anni fa, la pallavolo è uscita dal campo di gioco per diventare qualcosa d’altro: uno specchio della società, un palcoscenico per una nuova generazione di italiane. Padre senegalese, madre milanese, opposta di una dozzina di squadre e della Nazionale azzurra, esperienze in Brasile, Corea del Sud, Indonesia, Polonia, Francia. Una fuga dall’Italia di allora,nel 2018, il ritorno “romantico” all’Uyba Busto Arsizio per un’ultima stagione.
Come sta vivendo queste ultime giornate da atleta?
«Tra picchi emozionali. Mi ero sempre attribuita come data di scadenza i 30 anni, non avrei voluto giocare a oltranza. Ma scendere dal piedistallo non è facile».
Si è preparata un dopo?
«Ho iniziato a farlo a 25 anni. Ho puntato sul Business Coaching: organizzo team building con aziende, ho Voltex, il mio camp di alta specializzazione. Poi il 21 maggio mi sposo con il mio ragazzo, Maciek Juszt, che ora fa lo scoutman di Busto Arsizio. L’ho conosciuto durante il mio periodo nel campionato polacco. Non ci siamo più lasciati. E ora è il momento di creare una famiglia».
Classe 1993, appartiene anche lei alla generazione Mila e Shiro?
«Oh sì, inevitabilmente. Ho provato a scuola. E poi sono cresciuta talmente tanto… difficile trovare ragazze di oltre due metri come me. La pallavolo è stata uno sbocco naturale. Ma ho anche praticato pattinaggio artistico a rotelle, a Settimo Milanese, dove ho vissuto».
Nel 2009 entra nel Club Italia.
«La mia fortuna. Sono stati decisivi gli allenatori che ho avuto lì: Mencarelli, Lavarini, Mazzanti, Barbolini. Il primo anno neppure giocavamo in campionato, facevamo solo degli allenamenti. In un contesto tecnico all’avanguardia».
In questi 17 anni com’è cambiata la pallavolo italiana?
«La nostra era sempre stata una scuola basata sulla tecnica e sulla tattica. Ora è cambiata la struttura delle nostre giocatrici. Io sono stata la prima così fisica. Sono arrivate più tardi Egonu e le altre. Una che mi somiglia ora è Antropova».
Velasco vuol costruire la Nazionale su Paola opposta, Kate schiacciatrice. Si può fare?
«Dipende dalle altre giocatrici in campo, dalla loro capacità di sacrificarsi. La pallavolo non è il tennis, non vinci o perdi da solo, ma perché c’è una struttura. Julio Velasco è un maestro in questo. Non l’ho mai avuto come coach, ma tutti lo sanno».
Nel 2018 lasciò l’Italia e andò a giocare in Brasile.
«Cercavo esperienze e culture diverse e ho lasciato alle spalle ciò che non mi piaceva: con me non si parlava mai di volley, ma di tutt’altro. Veniva “politicizzato” tutto quello che facevo, anche la mia ospitata al Festival di Sanremo nel 2017. Il razzismo però non mi ha mai toccata. Anche perché forse non ero abbastanza “nera” per essere discriminata».
Quanto ha trovato cambiata l’Italia, dopo le sue peregrinazioni?
«Ho imparato tanto tempo fa a circondarmi delle persone con cui voglio stare. Può sembrare un po’ un isolarsi però alla fine è quello che voglio. Il referendum sulla giustizia e il suo esito mi danno speranza soprattutto per quanto riguarda l’afflusso delle nuove generazioni al voto. I social stanno però cambiando la percezione della realtà. Alcuni sono infrequentabili. Altri, se usati bene sono piccole community in cui puoi scambiare informazioni importanti, notizie. Ma bisogna sapere quando restarne alla larga».
La sua carriera, anche in azzurro, è stata rallentata da tanti infortuni.
«Tanti e diversissimi lungo gli anni: ho rotto una vertebra del collo, mi hanno ricostruito il tendine rotuleo, ho tre ernie di cui una adagiata sul nervo sciatico. Ma l’alimentazione vegana mi ha rimessa al mondo. Sono vegana da 8 anni: questo tipo di dieta abbassa drasticamente il livello di infiammazione, hai tempi di recupero molto più veloci. La consiglierei a tutti, soprattutto agli sportivi».
Nel 2015 il suo libro “Quando sarai grande” fece uscire la pallavolo dal rettangolo. Poi venne Sanremo. È stata di ispirazione per tante ragazzine.
«Ho cercato di utilizzare questa fama per provare a sostenere e ad accompagnare delle ragazzine e dei ragazzini in alcune situazioni della vita. Gli sportivi hanno un ruolo nella società perché la loro è una voce affidabile».
A una figlia augurerebbe una carriera nel volley?
«Nello sport certamente. Nel volley non lo so, ma sceglierà lei. È giusto che decida ciò che desidera».