Anche cento o cinquanta anni fa il Giappone aveva un suo posto nell’immaginazione degli italiani, ma lo spazio che vi occupava era piccolo e sfocato. Possedere alcune nozioni storiche, avere letto dei romanzi non aiutava a renderlo più nitido. Al di fuori di una cerchia di specialisti, parlare del Giappone sembrava imporre un’immediata presa di distanza, un riconoscimento di diversità e di incomprensibilità. Tale atteggiamento non era necessariamente accompagnato da indifferenza o disprezzo. Anzi, fascino e incomprensibilità andavano molto bene insieme: producevano mistero, un ingrediente fondamentale dell’esotismo, e uno dei più seduttivi. L’esotismo ha continuato a essere una chiave di lettura del Giappone fino a tempi recenti, come dimostra il film di Sofia Coppola Lost in Translation che fa di Tokyo il paradiso mondiale dello spaesamento.
Silenzio.
Graffia la pietra
un canto di cicale
(Bashō, 1644-1694)
E’ difficile dire quando questo atteggiamento abbia cominciato a cambiare. Il processo è stato lento ma costante. A un tratto è apparso evidente che il Giappone aveva invaso il nostro mondo, esercitando un’influenza pervasiva in diversi ambiti, a partire da quello estetico. La sua sensibilità si è insinuata nella nostra, arricchendola di sfumature nuove e diverse. Se in passato era d’obbligo parlare della occidentalizzazione del Giappone, a un certo punto ci si è accorti che era l’Occidente a nipponizzarsi. Poi anche l’Italia ha mostrato i segni di un’irresistibile propensione verso il Giappone. Non purtroppo nel senso di saperne copiarne la capacità organizzativa, la pulizia delle città, il perfetto funzionamento dei mezzi di trasporto, la quasi totale assenza di fenomeni di microcriminalità, la burocrazia efficiente e gentile che non opera contro il cittadino ma al suo servizio… Niente di tutto questo, ahimè, ci ha contagiati. Eppure un modo di sentire, vedere, raccontare, percepire si è diffuso, come polline trasportato da un vento silenzioso che spargendosi ha provocato inaspettate e fruttuose ibridazioni.
Quando, più di venticinque anni fa, ho tradotto Kitchen di Yoshimoto Banana per Feltrinelli, di fronte allo straordinario successo del libro, mi veniva chiesto spesso come si potesse spiegare un fenomeno del genere. Io rispondevo che i lettori italiani avevano scoperto in Kitchen una sensibilità diversa nelle modalità espressive ma comune nell’essenza, come era accaduto in precedenza con scrittori americani o dell’America latina. Più precisamente, Banana riusciva a dare voce a una sensibilità che il lettore aveva dentro di sé ma non era ancora riuscito a esprimere. Il libro era avanti rispetto alle attese, non tanto da risultare lontano e incomprensibile, ma nemmeno così poco da apparire piatto e privo di fascino. Kitchen produceva empatia e distanza nella giusta proporzione. Credo che un fattore analogo spieghi la ragione per cui il manga e gli anime hanno conquistato i lettori/spettatori italiani. I primi a lasciarsene rapire sono stati i giovanissimi, contrastati da genitori incapaci di comprenderne la forza espressiva e la sua artistica. Le facce dei personaggi che agli adulti apparivano piatte, insignificanti, ridicole con quegli occhi troppo grandi, venivano decodificate dai bambini e dai ragazzi con l’intuizione rapida e la duttilità di chi non ha ancora sacrificato la propria fantasia a canoni stabiliti da altri.
Max Pinkers - Magnum/Contrasto
Ricordo le proteste dei genitori contro cartoni animati giudicati violenti e diseducativi. Oggi che Miyazaki Hayao è celebrato in tutto il mondo per i suoi film, il gap generazionale che divideva genitori e figli nei primi decenni della diffusione dei cartoni animati e dei manga in Italia è definitivamente colmato.
In Giappone manga e anime continuano a godere di una straordinaria fortuna e vengono apprezzati da un pubblico trasversale per età, genere, formazione. Va notato che alcuni degli anime di maggiore successo commerciale sono film di elevato valore artistico, realizzati senza eccessive concessioni al pubblico. I film più popolari di Miyazaki sono storie visionarie, popolate di immagini criptiche e conturbanti, presentate senza mediazioni didascaliche. Anche film di altri autori dal successo meno eclatante ma comunque apprezzati dal pubblico sono caratterizzati dalla stessa capacità di osare e rischiare. Sono film che denotano coraggio, ma anche una forte determinazione nel comunicare, mai chiuse nel cerchio di un’autorialità chiusa in se stessa. Sarà per questo che le sale cinematografiche in Giappone sono spesso stracolme e frequentatissime dai giovani?
La capacità di colpire al cuore non è riproducibile copiando una formula, e non esiste una ricetta per creare cartoni animati incantevoli come quelli di Miyazaki o romanzi che parlino il linguaggio universale di Murakami.
Sera di primavera
la fiamma passa
di lume in lume
(Buson, 1716-1783)
Certi risultati sono legati soprattutto a una combinazione di talenti individuali e giuste sinergie con la produzione cinematografica e l’editoria. Credo però che esistano altri elementi, nel Giappone contemporaneo, che favoriscono l’eccezionale riuscita di alcuni autori. Empatia e distanza, come ho detto. Ma c’è un unico stile dietro il modello giapponese, qualcosa che sta alla base sia del perfetto funzionamento delle città che del potere della sua estetica in ambito letterario e artistico? Il segreto è in un’antica tradizione confuciana, negli ineffabili principi estetici del wabi e del sabi, o nella felice invenzione del cool Japan? Cosa riesce a creare un clima che tutto il mondo riconosce e ammira? Credo che ognuno di questi elementi giochi il suo ruolo, e che la capacità di organizzare in modo efficace la vita della collettività e la creazione di forme artistiche capaci di superare confini linguistici e culturali si rispecchino a vicenda. In breve, il Giappone è uno dei paesi al mondo che ha saputo meglio interpretare la contemporaneità. Per questo non ci appare più marginalizzato nella sua dimensione esotica fatta di fascinosi enigmi, ma anzi sembra possedere le chiavi giuste per gestire il presente e anche per aiutarci a sognare. Nulla del Giappone ci appare oggi lost in translation.