Londra, la strada
degli italiani
Nella skyline di Londra, il grattacielo di Renzo Piano. In una strada non qualunque, le storie di alcuni nostri connazionali. Abbiamo bussato alla loro porta e ascoltato le loro storie.
Reportage di ENRICO FRANCESCHINI - Fotografie di MICHELE ARDU - Progetto grafico di PIERO USAI
Londra - Una volta si poteva definire come una delle tante “Little Italy”. Ora non più. Secondo cifre del consolato, quest’anno Londra ha superato Buenos Aires, diventando la città straniera con più immigrati italiani al mondo: sono almeno 250 mila i nostri connazionali ufficialmente residenti nella capitale britannica.
E lo stesso consolato calcola che, per ogni italiano ufficialmente residente in città, ce ne sia almeno un altro che vive e lavora a Londra pur senza avere ancora trasferito qui la sua residenza. Dunque gli italiani di Londra sono probabilmente il doppio delle cifre ufficiali: circa mezzo milione di persone, una comunità così numerosa che costituirebbe la quinta maggiore città in Italia, dopo Roma, Milano, Torino e Napoli.
Una “Little Italy” niente affatto piccola. Non a caso, dovunque si vada in questa sterminata metropoli di oltre 8 milioni di abitanti, oggi si incontrano italiani: ce ne sono in tutti i quartieri, in tutte le professioni, in tutti i mestieri, come conferma fra l’altro la grande quantità di siti, blog e iniziative nei social network originati da italiani di Londra. E come sottolinea il fatto che il grattacielo più alto della città (e più alto d’Europa), lo Shard, sia disegnato da Renzo Piano: perfino il nuovo “Big Ben”, una scheggia di vetro protesa verso il cielo, è firmato da un italiano.
Per dare un’idea di quanto sia diffusa la presenza italiana lungo le rive del Tamigi, “Repubblica” ha scelto una strada londinese, anzi poche centinaia di metri lungo una strada, e ha chiesto a dieci degli italiani che vi lavorano di raccontare la propria esperienza. Sono soltanto un minuscolo campione, ma la loro testimonianza illustra un fenomeno che aumenta a dismisura di anno in anno. E aiuta a capire il paese che i nostri espatriati si sono lasciati alle spalle. Ecco le storie di Fulham road e dintorni: una “italian street” di Londra.
Dopo un po’ mi sono guardato intorno e ho pensato di avviare un’agenzia simile per conto mio, per fare conoscere a clienti di massimo livello le eccellenze artigianali italiane in particolare nel campo eno-gastronomico. Lavoro da casa, incontro clienti nei club privati della città, come del resto fanno molti nel mio campo e in settori simili: l’ufficio non serve, bastano un computer e le conoscenze giuste. Cosa faccio in concreto? Organizzo viaggi in Italia ed eventi a Londra. Per esempio organizzo una cena a base di vini italiani per otto uomini d’affari indiani in visita a Londra, per conto di un’azienda che vuole intrattenerli nel tempo libero che trascorrono nella capitale.
La sensazione che qui puoi vestire come vuoi, comportarti come vuoi e nessuno ti giudica, mentre da noi basta uno sguardo per capire che scuola hai fatto, in che quartiere vivi, che tipo di persona sei. Appena arrivata mi sono occupata di migliorare il mio inglese, poi ho conosciuto una persona che aveva bisogno di restaurare la casa ed ho ripreso l’attività di architetto che già avevo fatto per anni in Italia. Un lavoro tira un altro, ho aperto questo studio, ora siamo tre architetti, tutti italiani, e il lavoro non ci manca. C’è stato un momento di difficoltà dopo la crisi del 2008, la gente stava più attenta a quanto spendeva per una casa, ma abbiamo superato anche quello. Londra è una città fantastica, non ti puoi mai annoiare, ho amici per metà italiani e per metà del resto del mondo, apprezzo l’opportunità che ho avuto di costruire questa attività da sola, in Italia sarebbe stato molto più difficile.
E ci siamo resi conto che potevamo farlo anche senza vincere la lotteria. Bisognava indebitarsi, certo, ma almeno qui ti permettono di farlo: in Italia non è possibile o è difficile anche quello. Il risultato è questo wine bar dove abbiamo cominciato facendo aperitivi e aperi-cena, come si dice da noi, vino e tramezzini. Ma il cuoco, mio cugino, era così bravo che i clienti ci chiedevano sempre più di mangiare e non solo bere, così siamo diventati un piccolo ristorante. Cucina italiana tradizionale. Niente sperimentazioni. Basta con la nouvelle cuisine. Lasagne, parmigiana, fettuccine ai funghi: piatti così. E ha funzionato. Non abbiamo il congelatore.
Di ristoranti alla fine ne avevo sei, tre li ho persi, se così si può dire, per un divorzio, mi sono rimasti questo, uno a Battersea e uno a Clapham. Questo è il migliore come posizione e come qualità, ma anche quello di Battersea, vicino al fiume e al parco, che serve solo pizza e pasta, guadagna benone, è sempre pieno di gente, specie nel weekend. ‘Aglio e Olio’ l’ho aperto nel ’96, facciamo una cucina semplice, spaghetti ai frutti di mare, tagliolini ai funghi, scaloppine, ma è tutta roba buona e fresca. Siccome non siamo lontani da Stamford Bridge, lo stadio del Chelsea, qui vengono spesso a mangiare i giocatori. E Ranieri e Ancelotti, quando lo allenavano loro, erano clienti fissi.
Oggi sono uno specialista in parodontologia, cioè in cure dei problemi gengivali e sostituzioni di denti con impianti. Faccio ricerca e insegno all’università, lavoro per un certo numero di ore come medico con il servizio sanitario pubblico nazionale e faccio un po’ di ore come privato nell’ambulatorio di Fulham road. Mi ha sempre affascinato l’ambiente accademico e qui ho trovato un livello di eccellenza nel mio campo che è stimolante al massimo e che premia il merito indifferentemente dalla tua nazionalità, dalla tua età, dalle tue conoscenze. Un modo di lavorare piuttosto diverso dall’Italia, purtroppo per il nostro paese, che se cambiasse potrebbe richiamare in patria tanti ricercatori oggi dispersi per il mondo.
Lorenzo e Mara, i proprietari, mi presero in simpatia, anche se non sapevo l’inglese mi nominarono quasi subito responsabile di sala perché sapevo come deve comportarsi un cameriere e come deve essere il servizio in tavola, meglio dei camerieri che avevano loro a quei tempi. E così, invece dei sei mesi previsti per lo stage, sono rimasto a lavorare lì per trent’anni, facendo carriera fino a diventare il manager del locale, in pratica il braccio destro dei padroni. Al San Lorenzo ho servito in tavola tutte le star che è possibile immaginare, basta citarne una, la più grande di tutti, la principessa Diana, che era una fedelissima. Poco per volta mi è venuto il desiderio di aprire un ristorante mio, ma i prezzi per aprirlo erano saliti così tanto che da solo non ce l’avrei mai fatta.
Così, parlandone con qualche amica, abbiamo pensato di provare anche noi a occuparci di questo settore e abbiamo fondato ‘Casa Londra’: un’agenzia di consulenze immobiliari, dunque non una semplice agenzia di compravendita immobiliare, bensì un’agenzia che si occupa di aiutare gli italiani a comprare o affittare una casa qui e che assiste anche in un’ampia gamma di servizi chi di loro vuole trasferirsi qui per motivi di studio o di lavoro. In Inghilterra le agenzie immobiliari sono pagate dal venditore e lavorano nel suo esclusivo interesse, senza alcun obbligo nei confronti del potenziale acquirente. Chi proviene dall’Italia può trovarsi in difficoltà durante i negoziati.
Nel 1970 ne ho aperto uno mio a Parson Green, quindi ho chiuso il ristorante e nel 1973 ho aperto questo negozio di alimentari, un delicatessen come si dice qui. Vendevo prodotti italiani di qualità, cose che gli inglesi non avevano mai visto, li compravano non solo quelli di Chelsea, gli abitanti della zona, ma venivano anche da lontano, dai quartieri a sud del Tamigi.