
Dino Barra
Il professore
Insegna storia e filosofia al liceo e dal 1985 abita nella zona di via Padova. Impegnato a mostrare le bellezze del quartiere con “NoLo gira NoLo”, è l’anima dell’associazione “La città del sole - amici del parco trotter”
Dino Barra
Il professore
Insegna storia e filosofia al liceo e dal 1985 abita nella zona di via Padova. Impegnato a mostrare le bellezze del quartiere con “NoLo gira NoLo”, è l’anima dell’associazione “La città del sole - amici del parco trotter”

Matteo Negrin
Il volontario
Nato a San Salvario, 42 anni, presiede la Casa di Quartiere. Vi ruotano attorno iniziative, come “Adotta un pianista”, e associazioni. L’ultima è quella dei senza dimora che hanno chiesto una carta dei diritti
Matteo Negrin
Il volontario
Nato a San Salvario, 42 anni, presiede la Casa di Quartiere. Vi ruotano attorno iniziative, come “Adotta un pianista”, e associazioni. L’ultima è quella dei senza dimora che hanno chiesto una carta dei diritti

Sara Frea
L’architetto
La conoscono tutti come Sara “Atelier”, ma il suo cognome è Frea. Laureata in architettura, 41 anni, è nata a San Salvario, a Torino. Si occupa del social district e di progetti legati al mondo della bici
Sara Frea
L’architetto
La conoscono tutti come Sara “Atelier”, ma il suo cognome è Frea. Laureata in architettura, 41 anni, è nata a San Salvario, a Torino. Si occupa del social district e di progetti legati al mondo della bici

Mohammed Heiwiss
Il kebabbaro
Laureato in filosofia al Cairo, 53 anni,è proprietario con il fratello del Kebab Horas, uno dei primi locali ad aprire a San Salvario. Il figlio minore frequenta il V anno al liceo scientifico a Torino
Mohammed Heiwiss
Il kebabbaro
Laureato in filosofia al Cairo, 53 anni,è proprietario con il fratello del Kebab Horas, uno dei primi locali ad aprire a San Salvario. Il figlio minore frequenta il V anno al liceo scientifico a Torino

Marco Fantasia
Il commerciante
Nel suo negozio “Bici&Radici”, da un lato ripara e vende due ruote e accessori, dall’altro fiori e piante. Quarantadue anni, in precedenza era un organizzatore di Illustrazioni di Marta Signori concerti underground
Marco Fantasia
Il commerciante
Nel suo negozio “Bici&Radici”, da un lato ripara e vende due ruote e accessori, dall’altro fiori e piante. Quarantadue anni, in precedenza era un organizzatore di Illustrazioni di Marta Signori concerti underground

Mauro Mergola
Il parroco
Da cinque anni parroco di San Pietro e Paolo a Torino, nei fine settimana apre la porta della chiesa, fucina di iniziative per il quartiere, ai ragazzi dello “sballo”. È affidatario di quindici minorenni stranieri
Mauro Mergola
Il parroco
Da cinque anni parroco di San Pietro e Paolo a Torino, nei fine settimana apre la porta della chiesa, fucina di iniziative per il quartiere, ai ragazzi dello “sballo”. È affidatario di quindici minorenni stranieri
Il barbuto professore di liceo Dino Barra se ne sta seduto, un po' incavolato contro i giornali, ma ormai è un classico dei vecchi ex della sinistra, accanto a un banchetto affollato per una festa di quartiere: "Le mie figlie hanno fatto la scuola qui al Trotter, io sono dell'associazione amici del parco Trotter e sono decenni che lavoriamo in tanti, riuniti nelle varie associazioni per la coesione sociale, ci sono decine di associazioni, e mi girano tremendamente quando voi giornalisti venite in via Padova per storie di nera o per parlare di degrado, e mai di quello che di buono c'è.
Per me Nolo, come chiamano il nuovo quartiere, è un fenomeno reale, positivo, e però dico anche questo: non so se la crescita di Nolo sarebbe andata ugualmente bene senza il nostro substrato". Il discutere incuriosisce varie persone. C'è chi è venuto a vedere un bel libro di foto sul parco, chi scorta i bambini a cercare i nidi degli uccelli rimasti in una Milano che non sembra più autunnale, ma primaverile, e ognuno vuole aggiungere un pezzo di verità: "Qui facciamo da soli perché tutti i politici arrivano, promettono e se ne fregano. Compreso Giuliano Pisapia. Gli avevamo chiesto dei cartelli stradali in più lingue, almeno per spiegare a chi non è italiano dove mettere l'immondizia, o che non è educato sputare per terra come fanno i cinesi. Aveva detto di sì, tanto quanto costa un cartello? E invece niente, zero", si lamenta una signora con il capello color biondo cenere. "Finalmente hanno ristrutturato la Casa del Sole, quello era un posto incredibile, forte.
Nel dopoguerra vi mandavano i bambini denutriti, o a rischio di malattie polmonari, di tubercolosi, circa millecinquecento ogni giorno, ma duecento restavano a dormire, erano praticamente adottati dal quartiere. C'era la scuola, finché - racconta il signor Calabria, montaggista Rai, che qui abita e si dà da fare - andò tutto in malora, la grande nevicata del 1985 dette il colpo di grazia al tetto, era diventato un dormitorio abusivo di sbandati, un regno di topi, e quanto ci abbiamo messo per richiamare l'attenzione. Ma tra qualche mese, grazie al restauro pagato in larga parte dalla Fondazione Cariplo, questo ex convitto torna al quartiere, anche se...".
Lasciando da parte i vari “anche se”, che cos’è dunque successo in questa fetta di Milano? Qual è il lievito che impasta la crescita di Nolo, citato ormai nelle agenzie immobiliari? Il neo-mondo ha come vertice, ed epicentro, piazzale Loreto, un posto così inconfondibilmente caotico, trafficato, colorato, moderno, che ti fa dire: «Mi sa che sono a Milano». Il quartiere si allarga da una parte verso i tunnel e le linee rette della stazione Centrale, dall’altra parte verso la lunga e incombente via Padova delle pattuglie dell’esercito. E che cosa tiene insieme un puzzle di case, strade, piazze, storie davvero molto diverse anche se fisicamente molto vicine? «Questo è diventato un social district. Una mia amica — dice Barra — è iscritta a varie associazioni di via che dialogano attraverso Facebook e mi assicura che questa di Nolo sia la più vivace, perché non resta appesa al video, e non vive con l’ossessione securitaria che fa presa oggi nei commenti e nelle richieste al Comune in molti quartieri di periferia. Qui si creano momenti concreti e fisici di incontro tra tutti noi abitanti, residenti, frequentatori della zona. Io per esempio faccio parte del sottogruppo “Nolo gira Nolo” e porto le persone, anche trenta, trentacinque per volta, a vedere le belle case che ci sono, come casa Lavezzari, dell’architetto Terragni, o la chiesa di San Gabriele dei fratelli Castiglioni, o il neogotico della Ca’ de Sass di viale Monza. Alcune signore partecipano a “Lanolo”, e cioè s’incontrano per chiacchierare e lavorare insieme a maglia. Un gruppo di ragazzi sta creando una radio web, per trasmettere tante storie nostre e non solo». Verrebbe da dire che attraverso il computer il verbo si fa carne, è questa la fede che si sta creando a Nolo. L’ottimismo della volontà è dunque non più uno slogan comunista, ma quasi una laica preghiera carica di speranza: e la signora Francesca Del Vecchio la vive ogni giorno.
Nel 2016 hanno acquisito la cittadinanza italiana 201.591 persone. L’88% ha meno di 30 anni e il 38% è minorenne
Nell’anno scolastico 2015/2016 nelle classi delle scuole italiane si sono seduti 815 mila alunni stranieri, il 9% del totale
Nella fascia compresa tra 0 e 17 anni, i figli di cittadini stranieri residenti in Italia rappresentano ormai il 20% del totale
Più parliamo, più giriamo, più emerge e si solidifica un concetto. Viene espresso meglio di tutti da Daniele, 33 anni, si definisce un "allestitore di eventi". Ha scelto di stare in questa nuova zona e, dice, "Noi abbiamo la volontà di viverla". E prima com'era? Cioè, va bene, un tempo era diverso, e lo ripetono in tanti, ma esattamente in che cosa spicca il decantato cambiamento "Non c'era voglia di conoscerci". Ecco la risposta, che condensa un po' il mal di vivere di ogni città e - lo si può dire senza paura di offendere i milanesi - di Milano in particolare: la città, lo sappiamo, è sempre andata di fretta, sempre di corsa, a volte vederci a cena è impossibile, passano settimane in cui ci si trascura tra amici e parenti e i rapporti umani hanno bisogno di più tempo. Per fare quello che Daniele, arrotolandosi una sigaretta, ci mostra: "Per esempio in piazza Morbegno non c'era nulla, ma nulla. E adesso, guarda che cosa c'è al " Ghe pensi mi", che è specialista in birra e cocktail, e guarda come lavorano qui, a "Bici e Radici", che vende piante e ripara biciclette". Guardiamo. Innanzitutto, la piazza. È stata ristrutturata bene, c'è una pavimentazione color senape ("Color cotoletta", si sente dire), finalmente è diventata impossibile la sosta selvaggia (anzi, a fare la rotonda così stretta c'è da stare attenti) e il modesto filare di alberi è stato un po' pomposamente chiamato - ma ricordiamo dove siamo, a Milano, dove si sa vendere benissimo l'arrosto e anche il fumo - il "Giardino degli artisti". E come mai? Qui ne vivono, tanti, ed è impossibile citarli, o nominare le varie gallerie, senza dimenticare qualcuno o qualche sigla.
Non siamo critici d'arte, lasciamo perciò agli esperti, se vogliono indagare con maggiori capacità delle nostre, una sensazione da cronisti: Nolo, a volte, può credersi come la riedizione della piccola Brera degli anni Cinquanta. Se non ci sono gli affamati pittori che andavano a mangiare a credito al ristorante delle sorelle Pirovini, o il bar Giamaica, c'è però lo stesso sogno di farcela. Con il "Bar delle papere", in via Martiri Oscuri, che è un regno dello spritz, servito da Babi, Barbara dagli occhi azzurri e dal sorriso contagioso; con la toasteria, la prima d'Italia; con la Salumeria del design, in via Stazio, luogo cruciale per chi crede nell'arte. Pittori, scultori, artisti concettuali e piccoli artigiani: il quartiere ne è pieno. Dovunque ci si giri, segni creativi: da figure dei fumetti manga dipinti sui muri, con autorizzazione, a street art in varie declinazioni, a un magnifico orecchio di plastica in via Giacosa, con la scritta ironica "Audio surveillance zone". Guardiamo ancora insieme al "curatore di eventi".
Al negozio "Bici e radici" arrivano un anziano lavoratore marocchino, stravolto, con una bici scassata, e pronti via, si cambia il sellino. Poi un cinese ben vestito, su una Graziella luccicante, ma senza il pedale sinistro, e qui bisogna aspettare. Marco Fantasia, 42 anni, è il riparatore-botanico: "Non è che ho fatto uno studio di settore, ma qui - spiega - c'erano prezzi bassi e spazio sufficiente, io venivo da un'altra storia, stavo con un bel gruppone a Corsico, abbiamo organizzato cinquecento concerti, però non ce l'abbiamo fatta più". Parla mostrando i vasi che ricava da copertoni e fanalini. E quindi, " siccome tra le bici e le piante c'è attinenza " , e cioè esistono rimandi ecologici, cinque anni fa gli è venuta l'idea di lasciare Corsico e darsi da fare con cacciaviti e pinze. Lui si piega sulla catena bassa e di fronte, al bar dai legni chiari, con la bandiera del gay pride sulla porta, si allunga una fila di ragazzi in attesa della birra e molti tavoli sono occupati. Non abbiamo assaggiato la birra, che dicono faccia parte (c'era da credere altrimenti?) di ottimi piccoli produttori, ma è impossibile non notare le barbe. Molti avventori, così come molti giovani che circolano tra panchine e negozietti e ristoranti etnici, sono barbuti, in più vestiti con strane calze a righe esibite su scarpe vintage, e non mancano i barbis, i baffi arricciati a manubrio.
Nel 2016 l’occupazione tra gli stranieri è cresciuta, raggiungendo la cifra di 2 milioni 400 mila lavoratori. Sono il 10,5% degli occupati
Gli stranieri senza lavoro sono 437mila, di cui 212mila uomini e 225mila donne. Oltre la metà delle straniere disoccupate ha figli
Più di 300mila gli stranieri impiegati nel settore agricolo. La metà si concentra in 15 province: i numeri più alti a Bolzano, Foggia e Verona
Hipster. La traduzione è difficile. Diciamo adepti di culture alternative, giovani insofferenti alle regole più sceme della società, o anche esibizionisti dell'anticonformismo. E nemmeno si capisce se il " non hipster" ami oppure non sopporti questa hipsteria dei coetanei, questo modo di essere: non si sa se portino moda, idee, amicizia, oppure portino l'odiata gentrification. Se cioè contribuiscano a quel fenomeno che migliora i quartieri "brutti", li rende appetibili commercialmente, spinge le immobiliari a investire, ma espelle la fascia di abitanti che non può più permettersi gli affitti che crescono, ricreando quindi un moderno, anche se elegante, "uomo lupo dell'uomo". Daniele, che fa stand e si suda la giornata, spegne la sigaretta e taglia corto: "Ognuno, a modo suo, qui viene a vivere". Ed è un'altra frase che suona vera, nel momento storico che sta vivendo Milano, l'unica onnipoli d'Italia, la città dove c'è tutto.
Omnium, la città che cresce, che ringiovanisce, che in qualche modo si è riempita di gente che ha scelto Milano. E di "esserci". E che l'ha dimostrato nell'ultimo biennio attraverso due momenti sorprendenti. Il primo nel maggio 2015, dopo la manifestazione No Expo che aveva riempito di scritte i muri di Milano. Anche se il reato di devastazione è caduto, via De Amicis, o via Leopardi, erano conciate malissimo: e così, a migliaia, sentendosi via Internet, presero spugne e striglie per pulire, riparare, cancellare. Con chiunque si parlava, risuonava il desiderio di "fare qualcosa": di "difendere" la città. La seconda e clamorosa sorpresa nel maggio di quest'anno, quando centomila persone, italiani e stranieri, hanno partecipato al più gigantesco, variopinto, pacifico corteo d'Italia per dire no all'intolleranza. Se non si ha memoria di questi recenti cambiamenti sentimentali della città, che per altro ha anche votato sì al referendum costituzionale promosso e perso clamorosamente dall'ex premier del Pd Matteo Renzi, e che ha disertato le urne al referendum pro autonomia lanciato dal presidente leghista della regione Lombardia Roberto Maroni, non si comprende con esattezza per quale ragione una ragazza esile, con un casco di capelli bruni, vestita di nero, possa diventare una figura decisiva: si chiama Sara "Atelier" ed è lei, insieme con Daniele Dodaro, a gestire il sito e lo scambio via Internet di tutto quello che vive a Nolo, il social district.
La prima volta che ci siamo parlati, diceva che aderivano "3mila e 800 persone su 8mila abitanti della zona, quindi tantissimi, in più esistono vari gruppi sul territorio". Due giorni fa, il conteggio è già cambiato. A scriversi su Nolo sono adesso in 4mila e 114, una crescita rapida. E di che cosa stiamo però parlando? Lo possiamo spiegare meglio? "In Italia la prima social street nasce a Bologna, è un'idea che si era diffusa in Brasile, si creano comunità di persone che vivono nelle stesse strade, street community". Tu chiamalo, se vuoi, buon vicinato?, proviamo a scherzare. "Il concetto è esattamente questo, ma cambia la rapidità, la coesione, la presenza. Per esempio, lanci un messaggio: "Stasera aperitivo?". E ti ritrovi in tanti, tutti vicini di casa. Oppure, sabato colazione? Ognuno porta qualche cosa e si condivide. Ma lo stesso funziona con i luoghi, "Andiamo a vedere quel posto?". Con le gallerie d'arte, gli studi, lo yoga, sai che cosa fanno gli altri, chi il commercialista, chi i massaggi, e gli avvocati, il tempo diventa piccolo, e anche gratuito, ognuno può fare e dire quello che vuole, ma non vogliamo né politica, né pubblicità. Non accettiamo che si venga solo ai tuoi eventi, c'è e ci deve essere uno scambio". Uno scambio, un mutuo soccorso (ancora il fantasma del comunismo) che però vola più in alto dei bisogni materiali e della necessità, a volte, di arrivare alla fine del mese quando il lavoro creativo non ha prodotto risultati in termini di euro: "Abbiamo trovato amicizia", dice Sara, e anche questa è una sintesi molto precisa, assieme al desiderio di - parole sue - "onestà intellettuale".
Il nome Nolo nasce da un gruppo di grafici pubblicitari, il gruppo Tigre, "Ma non lo rivendicano, lo usavamo noi, all'inizio così, senza nemmeno starci a pensare a che cosa eravamo, poi - continua Sara "Atelier" - è uscito un articolo su D - La Repubblica delle donne, e un po' il fenomeno è scoppiato, abbiamo unito le forze, il quartiere s'è rifondato. Non sono nata qui, molti non sono nati qui, ma è qui che "mi sento a casa"". Casa. Chi non conosce Milano non lo sa, ma qui, sotto il Duomo, si diventa " milanesi per scelta". Come scriveva Alberto Savinio, " Ascolto il tuo cuore, città", anche se può essere una "Città di m...": e Nolo infatti un po' raccoglie e perfeziona un mix, un profumo di passato solido, della Milano neon e cemento, "uperari e magutt", operai e muratori, cummenda, casciavit, bauscia, ma con dentro l'idea di futuro a portata di mano che è nata con Internet. Ed è bene capirsi sino in fondo su questo concetto. Sara, ma anche altri, lo dicono chiaramente: " Noi non vogliamo diventare come l'Isola " . L'Isola era il quartiere dov'è nato Silvio Berlusconi: della piccola borghesia, ma anche dei ladri, degli " spiombatori" dei vagoni merci della vicina stazione Garibaldi in tempo di guerra, della borsa nera. Del connubio tra piccola delinquenza e lotta armata negli anni Settanta. Dei primi locali dove le transessuali potevano esibirsi senza essere molestate, quando le Drag Queen ancora non "esistevano" sui mass media, ma solo nelle notti oscure. Adesso di tutto questo, della cultura e della controcultura, non c'è traccia, adesso è un quartiere di case belle, nuove, di ristrutturazioni notevoli, di contiguità con il milionario, visionario e celebre nel mondo " Bosco verticale", di bar, ristoranti, locali: alcuni molto belli, come il Blue Note, tempio del jazz, o molto piccoli e affollati, come il Beershow all'angolo con via Perasto, o il Frida, approdo dei giovani attori di teatro nel dopo spettacolo. Ma l'anima antica dov'è andata?
A Nolo, dice Sara "Atelier", come tutti la chiamano, l'idea è di "non distruggere ciò che c'era, non ha alcun senso trovare un locale pieno dove non conosci nessuno. Qui vogliamo un locale dove trovi qualcuno che conosci, e ora c'è più gente in giro, a qualsiasi ora, ci si saluta". Resisterà Nolo? Cambierà come molte cose che cambiano nell'onnipoli italiana? Eppure, è in questa minuscola piazza Morbegno che si percepisce la punta avanzata del cambiamento che sta avvenendo in tanti quartieri " complicati" in tutta Italia. Gli slogan sull'intolleranza crescono? Non c'è dubbio, populismo e razzismo avanzano. Ma cresce e s'indurisce anche una resistenza - altro concetto comunista - che non molla i quartieri popolari, anzi fa da solido contraltare al deserto di cemento, all'estraneità che anche dentro i condomini più lussuosi può prosperare.
Sono poco più di 5 milioni i cittadini stranieri residenti in Italia, l’8,3% della popolazione totale. Oltre 2,6 milioni sono di origine europea
Poco meno di 200 le nazionalità. Le comunità più grandi provengono da Romania, Albania, Marocco, Cina, Ucraina, Filippine
Più di 2 milioni 642mila le straniere. Le donne rappresentano il 52,4% dei residenti stranieri con cittadinanza non italiana
Nel 2006, in previsione delle Olimpiadi, c'è stata una grandissima operazione socio- economica che ha visto allinearsi la giunta Castellani, di centrosinistra, le immobiliari, i cittadini, i commercianti e ricevere, in questa nobile città dal respiro monarchico, la benedizione degli ultimi re dopo i Savoia, e cioè la dinastia industriale degli Agnelli, i quali sapevano benissimo che non sarebbe bastata più la Fiat a reggere il benessere cittadino. Chi guardava Torino immaginava che bisognasse puntare su altro, anche sul turismo. Polizia e carabinieri avevano aumentato i controlli, le retate decapitato lo spaccio, e le vecchie case del Quadrilatero sono rinate. Gli inquilini benestanti sono tornati e, come dice Leonardo De Boni, responsabile di sala del ristorante dei bolliti, il " Tre galline", dopo le ristrutturazioni e le Olimpiadi " i turisti sono rimasti " . Però, qui abbiamo avuto le "mani forti" che hanno stabilito come cambiare la città. E l'hanno fatto con una - diciamolo pure - deportazione di massa dei vecchi abitanti. Via i poveri, dentro i ricchi. Non c'è stato come a Milano un movimento dal basso, ma solo - e comunque non è poco - l'applauso della cittadinanza, che ama Porta Palazzo, ci esce, ci va la sera, la abita, tanto che oggi qui esiste persino un orto su un parcheggio.
Dunque, per proseguire il ragionamento, bisogna trasferirsi ancora, sempre a Torino, per arrivare a San Salvario, l'altro quartiere della movida notturna. E ricominciare con il signor Mohammed Heiwiss. Innanzitutto, ha una laurea in filosofia, ama Platone, il suo titolo di studio preso al Cairo è "tradotto", cioè valido in Italia, ma lui, così dice offrendoci un tè nero che non c'è verso di pagare, si accontenta della "filosofia della vita. I miei figli sono italiani, uno è fisioterapista, l'altro in quinta liceo, studiano e io ho cominciato come cameriere al ristorante i Due Mondi di via Saluzzo, dove veniva Luciano Moggi. Quando ho potuto, ho aperto qui". Il "qui" è in via Berthollet, si chiama "Horas", dal nome dell'egizio dio falco, e viene considerato dai torinesi, specie giovani, "una certezza". Dietro questo piccolo ed efficiente locale, una piccola storia ulteriore. Parecchio istruttiva: "Qui c'era tanto spaccio e non andava bene, così abbiamo cominciato a darci da fare. Io stesso ho partecipato, già quindici anni fa, ad alcune piccole ronde, questo quartiere doveva vivere e non avere stress. Sono stato il primo a tenere aperto sino alle 5 di mattina e questo era praticamente uno dei pochi posti di Torino dove si potesse mangiare sempre, allora a San Salvario c'eravamo solo noi e il "Biberon", due posti e basta, e per non dar fastidio avevo preso degli studenti universitari italiani per aiutarmi nel ruolo di silenziatore". Il cervello non certo banale del sorridente dottor Mohammed, il kebabbaro- filosofo, 52 anni, fratello di Bibo che recentemente da Torino è andato a vincere delle elezioni locali in Egitto, aveva partorito una sorta di uovo di Colombo: "Io facevo i kebab e i silenziatori andavano tra i ragazzi a dire per piacere non fate chiasso, la domenica e il sabato soprattutto. Universitari i silenziatori e universitari i clienti e, sino al 2010 circa, la situazione era davvero tranquilla, e dal punto di vista dell'ordine pubblico lo è tutt'ora, ma adesso ci sono cinquanta locali e il casino di notte...".
Nel 2016 in Italia sono nati 69mila stranieri. In lieve calo rispetto al 2015, sono il 14,7% dei nuovi nati. Il picco nel 2012 con 80 mila nascite
Secondo l’ultimo report di settembre, sono 18.491 i minori stranieri non accompagnati. Di questi, 5.463 si sono resi irreperibili
In Italia nel 2016 hanno ottenuto lo status di rifugiato 147mila persone. Si tratta mediamente di 2,4 rifugiati ogni mille abitanti
È sempre stato un luogo di arrivo di gente e di integrazione, non è un caso che qui a pochi passi c'è la sinagoga, e dal 1848 il tempio valdese, e nel 1961, quando c'è stata l'unità d'Italia, con l'attacco al Papato, i cattolici si sono autotassati per edificare questa chiesa, che si affaccia sulla forma ottagonale della piazza, che è un prolungamento dei lati della parrocchia. È l'unica chiesa con piazza, per dire che ci siamo anche noi. Quindi, se non conosciamo queste radici antiche, non capiamo perché a San Salvario ci sia nel Dna il bisogno di saper trovare soluzioni. Io sono affidatario di quindici stranieri, abbiamo detto che investiremo in educazione, che porta sicurezza, ma pensiamo anche ai ragazzi italiani, quelli che studiano, che apparentemente stanno bene, ma poi, alla sera, una volta alla settimana, cercano quello che chiamo il blackout".
E se don Mergola avesse visto giusto? Se, cioè, questa, che chiamano generazione millennial, o nativi digitali, fosse anche una generazione blackout? Nel senso di giovani così stravolti dalle incertezze, dalle fatiche che si temono inutili, dalle prospettive friabili, dalle famiglie indebitate, angosciate, preoccupate che, ogni tanto, il blackout diventi una, se non legittima, almeno sdoganata conseguenza? Come un computer che deve resettarsi (resettarci?). Come una centralina sovraccarica. Come un contatore al quale si toglie troppa energia tutta insieme. " Lo stile - risponde don Mergola - è che si stordiscono. È a questi che noi, qui a San Salvario, diciamo "Dai un senso alla sera", non ti giudichiamo, ma ti lasciamo la porta della chiesa aperta, anche solo per entrare di due metri e sentire il silenzio. Non sono pochi che mi dicono: "Ma qui non c'è rumore". E così, anche agli abitanti del quartiere, quelli che la sera vedono questo arrivo di masse di ragazzi, provo a far capire che dobbiamo avere inquietudine per il male che si fanno, non per il rumore che fanno".
L'ultimo gruppo che s'è trovato una stanza nella casa di quartiere è la neonata "Associazione italiana persone senza dimora": "Abbiamo cominciato a pensarci - dice Antonio Marco Mascia, 50 anni - in un dormitorio. Stavamo preparando un buffet, che riusciamo a fare non comprando niente, ma grazie all'invenduto del mercato, per la Fiopsd, la federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora. Ma perché non entriamo anche noi, che poi siamo i direttamente interessati? Ci avevano risposto che non ci si può iscrivere come individui, ma solo come associazioni. Bene, l'8 luglio scorso ci siamo "fondati" e abbiamo un'idea da portare avanti. Non esiste al mondo una carta dei diritti dei senza dimora, facciamola nascere a San Salvario. Una carta che deve poggiarsi su due pilastri, le tutele e l'autodeterminazione. Anche perché è cambiato il parterre dei senza dimora, moltissimo. Non ci sono più persone con una dipendenza da droga o alcol, o che arrivano dalla marginalità delle famiglie. Aumenta purtroppo il numero di chi ha perso il lavoro e con esso le possibilità, ritrovandosi per strada, ma persone con competenze. Investiamole, queste competenze, così ci siamo detti". Il flusso delle parole corrette e appropriate di Mascia scorre e ci viene da sorridere perché non lui, che sul punto è riservatissimo, ma qualcun
Ne vediamo uno di loro, che va via in bicicletta, con una magnifica sciarpa, e Mascia aggiunge: "Noi a Torino siamo cinque, ma adesso stanno entrando nell'associazione altri otto senza dimora di Como. Questa notizia non ce l'ha nessuno, ma ormai è cosa fatta. Torino-Como, insieme ci daremo da fare per la carta dei diritti. Noi restiamo ottimisti, stiamo imparando le cose facendole". Imparare facendo: e non è quello che proviamo a fare tutti, applicandoci ai progetti, alla vita, ai sogni con l'"ottimismo della volontà"? Se il viaggio tra Nolo e San Salvario ha regalato parecchie sorprese, ci ha dato, e dobbiamo aggiungerlo senza scrupoli, anche una conferma: al momento la vita degli italiani e la vita degli stranieri non vede alcuna integrazione reale. Scorre affiancata, come due corsie della stessa strada, ed è come se a dividerle ci fosse una robusta linea di mezzeria. Non ci si dà fastidio, ci si sorpassa, si rallenta, ma ognuno resta nella sua corsia. Certo, qualche figlio di seconda generazione sta in mezzo ai ragazzi che non hanno mai avuto uno straniero nell'albero genealogico, ma la "coesione sociale" vera è un'altra questione. Anche il professor Dino Barra, dall'osservatorio privilegiato del Parco Trotter, lo ammette senza problemi: "Noi qui facciamo molte iniziative, siamo aperti, ma di stranieri ne vengono molto pochi, e questa è la sfida vera del futuro, coinvolgerli". Tra i bambini che recitano poesie in pubblico, una sola è straniera, ed è cinese.
In via Pietro Crespi, a Milano-Nolo, tutti suggeriscono di andare a vedere un piccolo miracolo, quello del mercato comunale. Anni fa, durante un’inchiesta nei giorni successivi a una serie di omicidi e violenze, l’avevamo visto: brutto, cadente, popolato da persone che mettevano un po’ d’ansia. Oggi c’è un ristorante pugliese frequentato da molti turisti inglesi («In zona ci sono un paio di nuovi alberghi con un bel giro», dice il capocameriere) e sabato sera non c’era un posto, tutti esauriti i 120 coperti. Ma per arrivarci, girando da via dei Transiti, si superano file e file di bottiglie vuote. Un gruppo di cinque peruviani ha portato ognuno due birre, le ha messe nell’aiuola spelacchiata, e al centro c’è una bottiglia di vodka: l’alcol trasparente viene bevuto in un bicchiere di plastica, passato dall’uno all’altro, poi si passa alla birra, un tempo tra i bevitori italiani questo miscuglio veniva chiamato “il deformante”. In via Mosso, non lontana dal Trotter delle famiglie, quando scende la sera, durante i week end, arrivano a trincare forte a decine e decine e due transessuali, portando un pentolone su un carrello del supermercato, danno da mangiare a pagamento.
Queste persone raramente si vedono nel centro ricco della città, o se ci arrivano, non lo fanno a gruppi, come li si vede in queste vie di periferia. Forse è qui che i politici veri, quelli di razza, dovrebbero venire non per qualche ora, ma almeno per qualche giorno: da una parte, c’è la via della banlieue, l’isolamento, il muro contro muro, e il rischio esiste nelle nostre periferie. Dall’altra c’è questa strategia milanese di chiamarci, di convocarci l’uno con l’altro: per ora lo facciamo tra italiani, è naturale, ma aiutare Nolo e via Padova a chiamare gli stranieri che già ci abitano, per farli partecipare a una gara di poesia dei bambini, o alla visita di una bella casa italiana, potrebbe essere, almeno per i politici democratici, una scelta che rispetta il cuore di Milano: la Milano del coeur in man, antica, che è tornata grazie a Internet, oggi, in posti dove gli slogan, i comizi, le interviste, i faccia a faccia non arrivano. Non più.