LO SCORSO 13 maggio la Corte di giustizia europea ha deciso che i motori di ricerca, e cioè fondamentalmente Google - da cui passa oltre il 90% delle ricerche effettuate nel Vecchio continente - sono responsabili del trattamento dei dati personali che appaiono sulle pagine web. È il cosiddetto diritto all'oblio. Fatti di cronaca, informazioni personali, fotografie: se vogliamo, da qualche mese abbiamo la possibilità di richiederne la rimozione dai risultati che ci vengono elencati a ogni ricerca. Magari non più attuali o che, secondo noi, violano in qualche modo la privacy. Non si tratta dell'intervento sulle singole pagine, che spetterebbe ovviamente al gestore di uno specifico sito - per esempio l'archivio digitale di un quotidiano - ma l'indicizzazione di quelle pagine nel chiavistello che utilizziamo per muoverci nella rete. Google, appunto. Se non le vediamo lì, difficilmente riusciremo a visitarle.
Da tre mesi Big G brancola sostanzialmente nel buio rispetto a questa nuova incombenza, valida per altro solo sulle versioni europee del motore di ricerca più usato del pianeta. Ha messo a punto un modulo per avanzare questa richiesta di rimozione dei link, ricevendo nel corso delle settimane oltre 100mila istanze di ogni tipo. Ne ha bocciate più o meno la metà, applicando non si sa quali parametri se non una generica valutazione sull'interesse pubblico della notizia o delle informazioni contenute nei link indicati dagli utenti. Ma ha dimostrato la volontà di trovare una soluzione migliore e condivisa.
Per questo ha messo in piedi un Advisory Council, una commissione incaricata di studiare la soluzione. Dentro, oltre al grande capo Eric Schmidt, chairman di Mountain View, e al suo braccio destro per le questioni legali, David Drummond, ci sono personalità di assoluto livello. Dal fondatore di Wikipedia Jimmy Wales a Sabine Leutheusser-Schnarrenberger, ex ministro della giustizia tedesco, Sylvie Kauffman, direttore editoriale di Le Monde passando per Frank La Rue, inviato speciale delle Nazioni Unite per la tutela del diritto alla libertà d'opinione. Questo gruppo sta ora girando l'Europa per confrontarsi con esperti di vari Paesi e oggi ha fatto tappa all'Auditorium di Roma per ascoltare - lo ha ribadito più volte, Schmidt, "siamo qui per ascoltare" - le soluzioni proposte da avvocati, giornalisti, scrittori e docenti. Prossime tappe il 25 settembre a Parigi e il 30 a Varsavia.
"I governi hanno il compito di gestire i cambiamenti ma non dovrebbero farlo con le regole del passato - ha attaccato l'avvocato Guido Scorza - il diritto all'oblio è contrapposto al diritto alla Storia: più si espande il primo più si comprime la seconda. La cronaca di oggi è la Storia di domani: i fatti di cronaca sono tessere di un solo mosaico. Non credo dunque che la cronaca possa avere una scadenza. Togliere un contenuto dai risultati significa strappare l'indice dei nomi di un libro di Storia. Non tocca al motore di ricerca decidere della rimozione".
"Internet non è il mondo - ha ribattuto la scrittrice Lorella Zanardo, che fa anche parte della commissione parlamentare sui diritti e doveri su internet - non esaurisce le informazioni a disposizione. Senza contare che per la memoria storica è più importante organizzare i dati piuttosto che preservarne enormi quantità. Ciò che può essere rilevante per un individuo può non esserlo per altre ragioni". Insomma, il diritto all'oblio ha una sua rilevanza, anche come strumento per l'educazione "verso un utilizzo consapevole del web e una maggiore padronanza dei propri dati nei giovani".
"Il meccanismo non è nuovo - ha aggiunto Alessandro Mantelero del Politecnico di Torino e del Nexa Center for internet and society - esiste già in Europa come negli Stati Uniti. Se non c'è un interesse collettivo scatta infatti il diritto all'oblio: lo riconoscono anche i tribunali Usa. Sono dunque d'accordo con la sentenza nei suoi elementi fondamentali: la soluzione non può essere però un bilanciamento realizzato da una società privata. Altri soggetti, come i giornali, hanno le competenze. Google fa un altro lavoro e non conosce i fatti". Da lui una proposta concreta: "La chiave per risolvere la situazione potrebbe dunque essere una disposizione legale che si concentri su una cancellazione temporanea del link. Se entro 30 giorni l'utente non si rivolge al Garante o al tribunale il collegamento viene mostrato di nuovo". Una posizione che ha sollevato l'interesse, allarmato, di Jimmy Wales, da sempre in polemica sul nuovo meccanismo di rimozione voluto dai giudici lussemburghesi.
Tre ore di interventi, stimolati anche dalle domande del pubblico, dalle quali è uscita l'idea di un percorso molto complicato. Avviato dalla giustizia Ue ma che dovrà per forza trovare una bilanciata soluzione politica per evitare che il web diventi una groviera i cui buchi vengono realizzati da chi ha le possibilità di riscrivere la sua storia. Ma anche per trarre Google fuori dall'angolo in cui è stata costretta dalla decisione di maggio.
Da tre mesi Big G brancola sostanzialmente nel buio rispetto a questa nuova incombenza, valida per altro solo sulle versioni europee del motore di ricerca più usato del pianeta. Ha messo a punto un modulo per avanzare questa richiesta di rimozione dei link, ricevendo nel corso delle settimane oltre 100mila istanze di ogni tipo. Ne ha bocciate più o meno la metà, applicando non si sa quali parametri se non una generica valutazione sull'interesse pubblico della notizia o delle informazioni contenute nei link indicati dagli utenti. Ma ha dimostrato la volontà di trovare una soluzione migliore e condivisa.
Per questo ha messo in piedi un Advisory Council, una commissione incaricata di studiare la soluzione. Dentro, oltre al grande capo Eric Schmidt, chairman di Mountain View, e al suo braccio destro per le questioni legali, David Drummond, ci sono personalità di assoluto livello. Dal fondatore di Wikipedia Jimmy Wales a Sabine Leutheusser-Schnarrenberger, ex ministro della giustizia tedesco, Sylvie Kauffman, direttore editoriale di Le Monde passando per Frank La Rue, inviato speciale delle Nazioni Unite per la tutela del diritto alla libertà d'opinione. Questo gruppo sta ora girando l'Europa per confrontarsi con esperti di vari Paesi e oggi ha fatto tappa all'Auditorium di Roma per ascoltare - lo ha ribadito più volte, Schmidt, "siamo qui per ascoltare" - le soluzioni proposte da avvocati, giornalisti, scrittori e docenti. Prossime tappe il 25 settembre a Parigi e il 30 a Varsavia.
"I governi hanno il compito di gestire i cambiamenti ma non dovrebbero farlo con le regole del passato - ha attaccato l'avvocato Guido Scorza - il diritto all'oblio è contrapposto al diritto alla Storia: più si espande il primo più si comprime la seconda. La cronaca di oggi è la Storia di domani: i fatti di cronaca sono tessere di un solo mosaico. Non credo dunque che la cronaca possa avere una scadenza. Togliere un contenuto dai risultati significa strappare l'indice dei nomi di un libro di Storia. Non tocca al motore di ricerca decidere della rimozione".
"Internet non è il mondo - ha ribattuto la scrittrice Lorella Zanardo, che fa anche parte della commissione parlamentare sui diritti e doveri su internet - non esaurisce le informazioni a disposizione. Senza contare che per la memoria storica è più importante organizzare i dati piuttosto che preservarne enormi quantità. Ciò che può essere rilevante per un individuo può non esserlo per altre ragioni". Insomma, il diritto all'oblio ha una sua rilevanza, anche come strumento per l'educazione "verso un utilizzo consapevole del web e una maggiore padronanza dei propri dati nei giovani".
"Il meccanismo non è nuovo - ha aggiunto Alessandro Mantelero del Politecnico di Torino e del Nexa Center for internet and society - esiste già in Europa come negli Stati Uniti. Se non c'è un interesse collettivo scatta infatti il diritto all'oblio: lo riconoscono anche i tribunali Usa. Sono dunque d'accordo con la sentenza nei suoi elementi fondamentali: la soluzione non può essere però un bilanciamento realizzato da una società privata. Altri soggetti, come i giornali, hanno le competenze. Google fa un altro lavoro e non conosce i fatti". Da lui una proposta concreta: "La chiave per risolvere la situazione potrebbe dunque essere una disposizione legale che si concentri su una cancellazione temporanea del link. Se entro 30 giorni l'utente non si rivolge al Garante o al tribunale il collegamento viene mostrato di nuovo". Una posizione che ha sollevato l'interesse, allarmato, di Jimmy Wales, da sempre in polemica sul nuovo meccanismo di rimozione voluto dai giudici lussemburghesi.
Tre ore di interventi, stimolati anche dalle domande del pubblico, dalle quali è uscita l'idea di un percorso molto complicato. Avviato dalla giustizia Ue ma che dovrà per forza trovare una bilanciata soluzione politica per evitare che il web diventi una groviera i cui buchi vengono realizzati da chi ha le possibilità di riscrivere la sua storia. Ma anche per trarre Google fuori dall'angolo in cui è stata costretta dalla decisione di maggio.