IL TOUR europeo di Google è finito. A Bruxelles martedì scorso c'è stato l'ultimo dei sette incontri programmati dal Google nelle principali capitali europee a partire dal mese di settembre, con l'obiettivo far dialogare il suo comitato di "saggi" (Advisory Council on "The right to be forgotten") con esperti, cittadini e autorità, sulla questione del diritto all'oblio nata a seguito della sentenza della Corte di Giustizia Europea del 13 maggio 2014.
Che cosa stabilisce la Corte di Giustizia. Questa sentenza ha imposto ai motori di ricerca di deindicizzare, su richiesta dei cittadini, le informazioni ritenute non più rilevanti o che arrechino pregiudizio agli stessi. Nella sostanza la Corte individua ciascuna ricerca effettuata da Google come un "trattamento di dati personali" di cui, a norma della direttiva 95/46 è di fatto il responsabile. Ma i dati non sono nei server di Google e, soprattutto, la Corte non vuole che essi vengano rimossi o deindicizzati completamente. In conseguenza del diritto all'informazione, in una precaria formula di equilibrio, la Corte prescrive che, nei casi che siano ritenuti congrui, il motore di ricerca escluda i risultati che apparirebbero a seguito di una ricerca effettuata a partire dal nome del cittadino. (punto 4 conclusioni sentenza).
I nodi del dibattito. All'incontro erano presenti 7 degli 8 membri indipendenti del Council (mancava Jimmy Wales, fondatore di Wikipedia) e David Drummond, Vice presidente e Capo dell'Ufficio Legale di Google, che si sono confrontati con esperti, avvocati, professori universitari, editori e funzionari dell'Unione Europea. A questi è toccato il compito di proporre suggerimenti e rispondere a domande dei saggi, il tutto nella ormai collaudata formula del dibattito pubblico trasmesso in streaming via Youtube. Al centro della discussione, in questo come negli altri incontri, il confronto fra due diritti fondamentali dell'individuo: il diritto all'oblio ed il diritto all'informazione. Da una parte la necessità per un individuo di poter rendere irreperibili informazioni non più rilevanti per se o per la società, dall'altra quella di garantire che le informazioni che sono o sono state cronaca, hanno o hanno avuto rilievo sociale o civile, non vengano censurate in maniera impropria. Le analisi e le proposte sono state come solito varie ed articolate: Patrick Van Eecke, docente universitario in Belgio ed avvocato ha detto di ritenere che la responsabilità di tale rimozione debba essere il risultato di un lavoro congiunto tra editori, soggetti interessati e motori di ricerca. Van Eecke ha sostenuto che non debba essere Google a decidere se rimuovere o meno i collegamenti ma una entità indipendente, una sorta di arbitro, ad esempio organizzazioni di avvocati dei vari paesi europei. Stephane Hoebeke, legale della radio televisione belga, ha affermato che la legge belga va in direzione opposta a quanto normato dalla Corte, in quanto il contenuto dei giornali è indiscutibilmente connesso alla libertà di espressione e non può essere soggetto ad alcuna rimozione.
Il funzionario "anti" Google. Quando la parola è passata a Paul Nemitz, direttore per i diritti fondamentali e la cittadinanza dell'Unione Europea, la musica è cambiata. Alle parole caute e cordiali nei confronti di Google dei vari relatori, Nemitz ha contrapposto una critica severa e determinata, iniziando con il mettere in discussione lo stesso incontro: "È una discussione anomala, di solito argomenti come i diritti umani e civili vengono trattati dai governi e dai parlamenti e aziende come Google, nella società civile, vengono al massimo ascoltati in qualità di esperti. Per questo motivo molte autorità si sono rifiutate di apparire qui", ha detto Nemitz . Che ha poi continuato: "A Bruxelles ovviamente siamo abituati ad attività lobbistiche di alto livello e, come alcuni hanno commentato queste conferenze rappresentano in parte degli sforzi per trovare soluzioni pratiche al problema, ma in parte essi possono essere delle aggressioni "passive" al nostro sistema di protezione dei dati ed alla nostra giurisprudenza. Avere attività lobbistiche pubblicamente è positivo, ma comunque queste discussioni non possono cambiare le regole del gioco che vengono stabilite da giudici e legislatori". Nemitz non si è fermato a questo attacco frontale sul merito ma, con tono duro ed aspro ha invitato Google ad indirizzare i suoi sforzi sulla libertà di espressione verso la sorveglianza di massa che, ha detto Nemitz "è quello che la Nsa sta facendo" e continuando "spero vivamente che dopo il tour delle capitali europee e le Public Relations ed i molti soldi spesi, Google torni negli Stati Uniti e faccia lo stesso sulle attività dell'Nsa." A Nemitz ha replicato brevemente Drummond affermando che Google si sta impegnando anche sul fronte da lui indicato.
La palla ora passa a Big G. In generale in quest'incontro come negli altri sei che lo hanno preceduto, è apparso piuttosto evidente che, se da un lato la Corte ha voluto affermare un principio ed un diritto, dall'altro non ha fornito i presupposti normativi e regolamentali affinché questo diritto possa essere correttamente messo in campo e fatto valere. Lasciando, per il momento, nelle mani di Google il compito di individuare criteri e prendere decisioni. Nel frattempo, come anche sottolineato dal relatore Madelin, funzionario UE, è probabile che la nuova Commissione Juncker non resti in attesa ma avvii un proprio percorso normativo. Adesso gli otto saggi hanno circa due mesi di tempo per riassumere l'insieme delle discussioni, idee, critiche e suggerimenti e presentare a gennaio un documento finale che possa rappresentare un "vademecum" operativo per la questione "diritto all'oblio".
Che cosa stabilisce la Corte di Giustizia. Questa sentenza ha imposto ai motori di ricerca di deindicizzare, su richiesta dei cittadini, le informazioni ritenute non più rilevanti o che arrechino pregiudizio agli stessi. Nella sostanza la Corte individua ciascuna ricerca effettuata da Google come un "trattamento di dati personali" di cui, a norma della direttiva 95/46 è di fatto il responsabile. Ma i dati non sono nei server di Google e, soprattutto, la Corte non vuole che essi vengano rimossi o deindicizzati completamente. In conseguenza del diritto all'informazione, in una precaria formula di equilibrio, la Corte prescrive che, nei casi che siano ritenuti congrui, il motore di ricerca escluda i risultati che apparirebbero a seguito di una ricerca effettuata a partire dal nome del cittadino. (punto 4 conclusioni sentenza).
I nodi del dibattito. All'incontro erano presenti 7 degli 8 membri indipendenti del Council (mancava Jimmy Wales, fondatore di Wikipedia) e David Drummond, Vice presidente e Capo dell'Ufficio Legale di Google, che si sono confrontati con esperti, avvocati, professori universitari, editori e funzionari dell'Unione Europea. A questi è toccato il compito di proporre suggerimenti e rispondere a domande dei saggi, il tutto nella ormai collaudata formula del dibattito pubblico trasmesso in streaming via Youtube. Al centro della discussione, in questo come negli altri incontri, il confronto fra due diritti fondamentali dell'individuo: il diritto all'oblio ed il diritto all'informazione. Da una parte la necessità per un individuo di poter rendere irreperibili informazioni non più rilevanti per se o per la società, dall'altra quella di garantire che le informazioni che sono o sono state cronaca, hanno o hanno avuto rilievo sociale o civile, non vengano censurate in maniera impropria. Le analisi e le proposte sono state come solito varie ed articolate: Patrick Van Eecke, docente universitario in Belgio ed avvocato ha detto di ritenere che la responsabilità di tale rimozione debba essere il risultato di un lavoro congiunto tra editori, soggetti interessati e motori di ricerca. Van Eecke ha sostenuto che non debba essere Google a decidere se rimuovere o meno i collegamenti ma una entità indipendente, una sorta di arbitro, ad esempio organizzazioni di avvocati dei vari paesi europei. Stephane Hoebeke, legale della radio televisione belga, ha affermato che la legge belga va in direzione opposta a quanto normato dalla Corte, in quanto il contenuto dei giornali è indiscutibilmente connesso alla libertà di espressione e non può essere soggetto ad alcuna rimozione.
Il funzionario "anti" Google. Quando la parola è passata a Paul Nemitz, direttore per i diritti fondamentali e la cittadinanza dell'Unione Europea, la musica è cambiata. Alle parole caute e cordiali nei confronti di Google dei vari relatori, Nemitz ha contrapposto una critica severa e determinata, iniziando con il mettere in discussione lo stesso incontro: "È una discussione anomala, di solito argomenti come i diritti umani e civili vengono trattati dai governi e dai parlamenti e aziende come Google, nella società civile, vengono al massimo ascoltati in qualità di esperti. Per questo motivo molte autorità si sono rifiutate di apparire qui", ha detto Nemitz . Che ha poi continuato: "A Bruxelles ovviamente siamo abituati ad attività lobbistiche di alto livello e, come alcuni hanno commentato queste conferenze rappresentano in parte degli sforzi per trovare soluzioni pratiche al problema, ma in parte essi possono essere delle aggressioni "passive" al nostro sistema di protezione dei dati ed alla nostra giurisprudenza. Avere attività lobbistiche pubblicamente è positivo, ma comunque queste discussioni non possono cambiare le regole del gioco che vengono stabilite da giudici e legislatori". Nemitz non si è fermato a questo attacco frontale sul merito ma, con tono duro ed aspro ha invitato Google ad indirizzare i suoi sforzi sulla libertà di espressione verso la sorveglianza di massa che, ha detto Nemitz "è quello che la Nsa sta facendo" e continuando "spero vivamente che dopo il tour delle capitali europee e le Public Relations ed i molti soldi spesi, Google torni negli Stati Uniti e faccia lo stesso sulle attività dell'Nsa." A Nemitz ha replicato brevemente Drummond affermando che Google si sta impegnando anche sul fronte da lui indicato.
La palla ora passa a Big G. In generale in quest'incontro come negli altri sei che lo hanno preceduto, è apparso piuttosto evidente che, se da un lato la Corte ha voluto affermare un principio ed un diritto, dall'altro non ha fornito i presupposti normativi e regolamentali affinché questo diritto possa essere correttamente messo in campo e fatto valere. Lasciando, per il momento, nelle mani di Google il compito di individuare criteri e prendere decisioni. Nel frattempo, come anche sottolineato dal relatore Madelin, funzionario UE, è probabile che la nuova Commissione Juncker non resti in attesa ma avvii un proprio percorso normativo. Adesso gli otto saggi hanno circa due mesi di tempo per riassumere l'insieme delle discussioni, idee, critiche e suggerimenti e presentare a gennaio un documento finale che possa rappresentare un "vademecum" operativo per la questione "diritto all'oblio".