CHE COSA ci rende felici? Sintetizzando, bastano due parole: gli altri. O, meglio, le nostre relazioni interpersonali. Non la loro quantità, sia chiaro: non basta aver decine di conoscenti, con cui si scambiano poche battute. Tanto più se lo scambio rimane segregato dietro le sbarre del mondo virtuale. È la qualità dei rapporti a fare la differenza. Soldi, telefonini all'ultima moda, case super lussuose, auto: tutte sciocchezze. E il Pil: dimenticatelo, non è un reale indicatore di benessere. Stefano Bartolini ne è più che convinto. Curriculum: professore d'Economia politica all'Università di Siena, ex consulente dell'Ocse, e autore di un libro sull'argomento, "Manifesto per la felicità: come passare dalla società del ben-avere a quella del ben-essere" (Feltrinelli 2013, euro 10). Parlerà il prossimo 10 novembre al Future Forum, il festival dell'innovazione in corso a Udine, durante l'inaugurazione del progetto pilota FilGud, un nuovo strumento per misurare la qualità di vita dei cittadini veneti.
"Più aree verdi, più luoghi d'incontro, più mezzi pubblici funzionali, più biciclette, meno macchine", è il suo mix vincente per un mondo migliore. Dietro le sue idee non c'è solo un'indole da inguaribile ottimista. Anche. Ma va sommata ad anni e anni di studi rivelatori. Racconta: "Da un po' di tempo la felicità è diventata, in qualche modo, misurabile". Inutile obiettare sui metodi, risponde: "Senta, per farlo ci sono sia dei parametri soggettivi: come la gente dichiara di sentirsi, se dice di essere felice, soddisfatta della propria vita. Sia dei parametri oggettivi. Vanno dalla diffusione della malattie mentali all'ipertensione, passando per il numero di suicidi e il consumo di droghe. Però, usando entrambe le metodologie, i risultati delle analisi coincidono". Certo, bisogna fare attenzione. La premessa è fondamentale: si parla di paesi già sviluppati, di persone senza dei particolari problemi economici. Senza dimenticare quanto sia importante offrire prospettive future ai giovani, soprattutto in Italia, dove il tasso di disoccupazione è pari al 42,9 per cento, uno dei più alti d'Europa.
GENERAZIONE (SENZA) LAVORO
Concorda lo studioso: "Una base per una sopravvivenza decente e tranquilla è necessaria per il benessere". Eppure quando si supera una certa soglia, quella che forse Marx avrebbe definito struttura, le cose cambiano. "La gente che non arriva a fine mese ha seri problemi di stress. Invece, oltre quel livello, a fare la felicità non è la disponibilità di soldi. Anzi, sono le persone sole, le persone più tristi". Il paese peggiore di tutti? "Gli Stati Uniti. C'è una vera esplosione di ansia e depressione", commenta Bartolini. Culla della Silicon Valley, paradiso high-tech dove abbondano i venture capitalist, qui ridotti a un lumicino. Un ecosistema invidiato dagli startupper nostrani, e non solo, eppure così triste. Una coincidenza? Forse no. E le ragioni andrebbero individuate nell'etica che muove i guru tecnologici. Da Steve Jobs a Jeff Bezos, guarda caso entrambi poco noti per la filantropia. Prosegue Bartolini: "I loro obiettivi di vita sono: avere successo, fare soldi. Gli studi lo dimostrano: la gente più materialista è meno felice, ha una salute mentale peggiore. Persino il fisico ne risente". Per esempio, aumenta il rischio di avere problemi cardiovascolari. Per non parlare delle relazioni: sono più cinici, hanno meno fiducia nel prossimo e più amicizie strumentali. "Gli psicologi le definiscono tendenze all'oggettivizzazione degli altri, cioè a considerarli come degli oggetti. Il risultato? Gli individualisti sono meno felici". Ma, quindi, il nostro gene egoista di cui ha scritto Richard Dawkins?, lo provochiamo. "Pfui, la tesi è degli anni Settanta, è stata definitivamente smentita da centinaia di ricerche successive. La caratteristica che differenzia gli esseri umani dalle altre specie è proprio la straordinaria capacità cooperativa, non l'egoismo". Insiste: "È dimostrato: ci basta solo pensare di aiutare gli altri per attivare le stesse zone del cervello che si accendono quando facciamo l'amore, o mangiamo un buon pasto. Quelle del piacere, insomma. Dawkins, mi creda, è superato".
"Oggi viviamo in un mondo senza senso in cui a soffrire di più sono i bambini", mette in chiaro l'economista. Come si fa, quindi, a ristabilire una logica? Niente utopie solitarie, tutto dipende da scelte riguardanti l'organizzazione sociale: politiche ed economiche. Creare aree verdi, luoghi d'incontro, limitare la circolazione delle auto private, migliorare i trasporti pubblici: sono gli ingredienti della ricetta semplice, ma funzionale, proposta dallo studioso. "Le nostre città contemporanee sono città economiche, offrono punti d'aggregazione solo per comprare e lavorare. Prima il simbolo era l'agorà, un luogo d'incontro, dove si riunivano i cittadini di ogni rango sociale. Poi sono comparse le automobili, strade e piazze sono diventate posti inquinati, la gente passa. Senza fermarsi. Le città si sono trasformate in luoghi solitari, tristi, non si conoscono neanche i propri condomini. Tutto questo può essere cambiato. Esempi positivi arrivano da Amsterdam e Copenaghen. Di certo, non sono fatte così le città italiane". Però non tutto è da buttare, anzi: "La prosperità materiale non è un ostacolo alla felicità, è una condizione necessaria, la facilita. Il problema: noi l'abbiamo usata nel modo sbagliato, la dovremmo sfruttare per creare condizioni di vita migliori, e un mondo più coeso". Qualche speranza c'è, conclude Bartolini: "Lavoro all'Università, vedo tanti ragazzi, i giovani sono più sensibili a questi temi, sono ottimista, qualcosa sta cambiando. Manca solo una scintilla, la consapevolezza di non essere soli, ma di esser milioni. Un giorno se ne renderanno conto e il cambiamento sarà inevitabile". Come è sempre accaduto nella storia.
"Più aree verdi, più luoghi d'incontro, più mezzi pubblici funzionali, più biciclette, meno macchine", è il suo mix vincente per un mondo migliore. Dietro le sue idee non c'è solo un'indole da inguaribile ottimista. Anche. Ma va sommata ad anni e anni di studi rivelatori. Racconta: "Da un po' di tempo la felicità è diventata, in qualche modo, misurabile". Inutile obiettare sui metodi, risponde: "Senta, per farlo ci sono sia dei parametri soggettivi: come la gente dichiara di sentirsi, se dice di essere felice, soddisfatta della propria vita. Sia dei parametri oggettivi. Vanno dalla diffusione della malattie mentali all'ipertensione, passando per il numero di suicidi e il consumo di droghe. Però, usando entrambe le metodologie, i risultati delle analisi coincidono". Certo, bisogna fare attenzione. La premessa è fondamentale: si parla di paesi già sviluppati, di persone senza dei particolari problemi economici. Senza dimenticare quanto sia importante offrire prospettive future ai giovani, soprattutto in Italia, dove il tasso di disoccupazione è pari al 42,9 per cento, uno dei più alti d'Europa.
GENERAZIONE (SENZA) LAVORO
Concorda lo studioso: "Una base per una sopravvivenza decente e tranquilla è necessaria per il benessere". Eppure quando si supera una certa soglia, quella che forse Marx avrebbe definito struttura, le cose cambiano. "La gente che non arriva a fine mese ha seri problemi di stress. Invece, oltre quel livello, a fare la felicità non è la disponibilità di soldi. Anzi, sono le persone sole, le persone più tristi". Il paese peggiore di tutti? "Gli Stati Uniti. C'è una vera esplosione di ansia e depressione", commenta Bartolini. Culla della Silicon Valley, paradiso high-tech dove abbondano i venture capitalist, qui ridotti a un lumicino. Un ecosistema invidiato dagli startupper nostrani, e non solo, eppure così triste. Una coincidenza? Forse no. E le ragioni andrebbero individuate nell'etica che muove i guru tecnologici. Da Steve Jobs a Jeff Bezos, guarda caso entrambi poco noti per la filantropia. Prosegue Bartolini: "I loro obiettivi di vita sono: avere successo, fare soldi. Gli studi lo dimostrano: la gente più materialista è meno felice, ha una salute mentale peggiore. Persino il fisico ne risente". Per esempio, aumenta il rischio di avere problemi cardiovascolari. Per non parlare delle relazioni: sono più cinici, hanno meno fiducia nel prossimo e più amicizie strumentali. "Gli psicologi le definiscono tendenze all'oggettivizzazione degli altri, cioè a considerarli come degli oggetti. Il risultato? Gli individualisti sono meno felici". Ma, quindi, il nostro gene egoista di cui ha scritto Richard Dawkins?, lo provochiamo. "Pfui, la tesi è degli anni Settanta, è stata definitivamente smentita da centinaia di ricerche successive. La caratteristica che differenzia gli esseri umani dalle altre specie è proprio la straordinaria capacità cooperativa, non l'egoismo". Insiste: "È dimostrato: ci basta solo pensare di aiutare gli altri per attivare le stesse zone del cervello che si accendono quando facciamo l'amore, o mangiamo un buon pasto. Quelle del piacere, insomma. Dawkins, mi creda, è superato".
"Oggi viviamo in un mondo senza senso in cui a soffrire di più sono i bambini", mette in chiaro l'economista. Come si fa, quindi, a ristabilire una logica? Niente utopie solitarie, tutto dipende da scelte riguardanti l'organizzazione sociale: politiche ed economiche. Creare aree verdi, luoghi d'incontro, limitare la circolazione delle auto private, migliorare i trasporti pubblici: sono gli ingredienti della ricetta semplice, ma funzionale, proposta dallo studioso. "Le nostre città contemporanee sono città economiche, offrono punti d'aggregazione solo per comprare e lavorare. Prima il simbolo era l'agorà, un luogo d'incontro, dove si riunivano i cittadini di ogni rango sociale. Poi sono comparse le automobili, strade e piazze sono diventate posti inquinati, la gente passa. Senza fermarsi. Le città si sono trasformate in luoghi solitari, tristi, non si conoscono neanche i propri condomini. Tutto questo può essere cambiato. Esempi positivi arrivano da Amsterdam e Copenaghen. Di certo, non sono fatte così le città italiane". Però non tutto è da buttare, anzi: "La prosperità materiale non è un ostacolo alla felicità, è una condizione necessaria, la facilita. Il problema: noi l'abbiamo usata nel modo sbagliato, la dovremmo sfruttare per creare condizioni di vita migliori, e un mondo più coeso". Qualche speranza c'è, conclude Bartolini: "Lavoro all'Università, vedo tanti ragazzi, i giovani sono più sensibili a questi temi, sono ottimista, qualcosa sta cambiando. Manca solo una scintilla, la consapevolezza di non essere soli, ma di esser milioni. Un giorno se ne renderanno conto e il cambiamento sarà inevitabile". Come è sempre accaduto nella storia.